Dal Messaggero di oggi:
Emanuela Orlandi, c'è un indagato:
26 anni dopo identificato il telefonista Svolta nelle indagini: Mario, nome in codice, è stato identificato dalla superteste Minardi che conferma: «E' morta»
ROMA (19 novembre) - Dopo oltre 26 anni l'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi registra oggi la prima svolta concreta: un volto e un nome finiti sul registro degli indagati.
Pregiudicato della banda della Magliana. La procura di Roma ha indentificato e iscritto nel registro degli indagati l'uomo che qualificandosi con il nome di «Mario», telefonò diverse volte alla famiglia Orlandi per fornire presunte informazioni su Emanuela, scomparsa all'età di 15 anni, figlia di un commesso della prefettura della Casa Pontificia. Si tratta di un pregiudicato affiliato alla banda della Magliana e in particolare agli ordini di Enrico De Pedis, il "Renatino" dell'organizzazione criminale romana.
Il reato. La Procura procede per il reato di omicidio pluriaggravato e sequestro di persona a scopo di estorsione. È presumibile che l'uomo venga raggiunto da un provvedimento cautelare.
A riconoscere e identificare "Mario" è stata Sabrina Minardi, ex compagna di De Pedis. Minardi è stata ascoltata ieri in Procura a Roma dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pm Simona Maisto. La donna, che nel giugno scorso mise a verbale alcune dichiarazioni indicando anche il presunto luogo dove il cadavere della Orlandi era stato gettato (in una betoniera di un cantiere sul litorale romano), ha riconosciuto «Mario» dal nastro registrato della telefonata giunta a casa Orlandi sei giorni dopo la scomparsa di Emanuela, il 22 giugno 1983.
«Emanuela Orlandi è morta» ha ribadito ieri la Minardi ai pm. Una deposizione più precisa rispetto a quanto affermato davanti agli stessi magistrati in passato. La supertestimone ha ripetuto ai magistrati che la Orlandi fu uccisa qualche mese dopo il sequestro e che il cadavere, messo in un sacco, fu gettato assieme a un altro in una betoniera. La Minardi ha riferito di non aver visto il corpo della cittadina vaticana, ma seppe che si trattava della 15enne da De Pedis. La donna accompagnò l'uomo in un cantiere a Torvajanica. Con De Pedis c'era un altro uomo che sarebbe il telefonista Mario.
Telefonista già segnalato nel 2006. Già il 20 febbraio 2006, in una puntata della trasmissione Chi l'ha visto ?, Antonio Mancini, un pentito della banda della Magliana, disse di aver riconosciuto in uno dei killer di fiducia De Pedis quel «Mario». Mancini fece i nomi di Mario e di un'altra persona a conoscenza della circostanza. Dalle dichiarazioni di Mancini nacque un'inchiesta nel corso della quale una consulenza fonetica escluse che il killer della Banda della Magliana indicato dal pentito Mancini potesse essere stato il «telefonista».
Ci fu un altro un altro bandito legato alla Banda della Magliana, esperto in sequestri di persona, vicino ai Testaccini capeggiati da Enrico De Pedis e a suo dire in rapporti di affari col grande maestro del riciclaggio e dell’usura Enrico Nicoletti, banchiere della banda, che riferì agli inquirenti, già nel 1985, di conoscere molte cose sul sequestro di Emanuela Orlandi. Il malavitoso, diventato pentito, riferì inoltre di rapporti tra Enrico Nicoletti e un monsignore: il pentito disse di aver assistito a più di una riunione tra i due, nelle quali si parlava di un «prestito» fatto a Nicoletti da parte dell’alto prelato, con denaro del Vaticano, per 450 milioni. Il pentito in questione si chiama Massimo Speranza, nato a Cerreto nel 1951, uno che aveva iniziato a delinquere a 17 anni e da adulto si era trasferito a Roma, dove si era comprato una villa a Casal Palocco, sulla via del Mare. Nel 1985, cioè due anni dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi, ecco quel che disse Speranza in un interrogatorio del 1985, giorno 15 luglio, davanti al pm Giovanni Conti: «Se ottenessi la libertà sarei disposto a fornire prove circa il fatto che Emanuela Orlandi è viva. Una delle prove che potrei fornirvi può essere costituita, ad esempio, da una fotografia di Emanuela Orlandi con un giornale di data recente. Oppure potrei fornirvi un nastro con la sua voce incisa. Non intendo rivelare, al momento, come sono a conoscenza di tali fatti», disse il bandito. Una testimonianza vaga, quella di Speranza che però arrivava dopo mesi di interrogatori serrati, in cui il pentito, che si accusò anche di alcuni omicidi, aveva svelato i retroscena di innumerevoli delitti commessi a cavallo tra la fine degli anni 70 e 80 tra Roma e Milano. Speranza era ad esempio pure in rapporti con Ernesto Diotallevi, l’uomo processato e assolto per il delitto Calvi nonché compare di Pippo Calò, boss della Cupola.
A Milano Speranza aveva partecipato al sequestro, avvenuto nel ’78, della figlia del presidente dell’Istituto Geografico De Agostini. Poi, nei primi anni 80, si era messo a lavorare con un grosso malavitoso romano esperto anche lui di sequestri di persona, Tiberio Cason, morto assassinato. E con Cason, secondo quanto disse Speranza in un interrogatorio del 29 aprile, lavorava, come «basista» per i rapimenti, Enrico Nicoletti, l’imprenditore condannato in via definitiva per la sua appartenenza alla banda della Magliana e attualmente in attesa di giudizio per il reato di associazione mafiosa. Ecco quel che disse Speranza a proposito di quegli incontri tra il monsignore, a suo dire tale Ernesto Casini e Nicoletti: «Sia il Nicoletti che il monsignore mi parlarono del rapporto di affari che li legava e relativo al prestito che aveva fatto il Casini a Nicoletti di 450 milioni, denaro appartenente al Vaticano e avuto dallo stesso per contributi dello Stato italiano», disse in un interrogatorio del 20 maggio 1985. Di lì a qualche mese, però, Speranza iniziò a ritrattare ogni sua dichiarazione. Compresi quegli accenni su Emanuela Orlandi: «Preciso – disse il 15 luglio di quell’anno - che quella dichiarazione su Emanuela Orlandi... Rientrava in una specie di gioco... Per ripicca dal momento che non mi facevano vedere i miei familiari». Successivamente il pentito fu riconosciuto pazzo. E le sue dichiarazioni giudicate inattendibili. Gli investigatori dell’epoca smisero di indagare sui rapporti tra la banda e la scomparsa di Emanuela.
ROMA (23 dicembre) - Perché il boss della Magliana Enrico De Pedis, detto Renatino, è sepolto nella basilica di Sant'Apollinare di Roma? Se lo chiede la procura che ha attivato un'indagine nell'ambito dell'inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi.
Interrogatori. Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo sta procedendo ad una serie di interrogatori. A rispondere alle domande di Capaldo sono già stati Carla Di Giovanni, vedova De Pedis, don Pedro Huidobro rettore della basilica e monsignor Pietro Vergari, ex rettore di Sant'Apollinare.
Le indagini. Tempo fa un uomo telefonò alla trasmissione Chi l'ha visto? invitando ad andare a vedere nella tomba di De Pedis per fare chiarezza sulla sparizione di Emanuela, alludendo che in quella tomba ci fosse proprio il cadavere della ragazza. L'uomo riconosciuto da Sabrina Minardi (ex di De Pedis e supertestimone) fu identificato dalla procura.
La posizione del Vaticano. In passato, alla richiesta di notizie sui motivi della sepoltura di Renatino a Sant'Apollinare, il Vaticano non ha mai risposto agli inquirenti. Nel 2005 inoltre il Vicariato di Roma non autorizzò la riesumazione del cadavere di De Pedis. A parlare del «mistero» della sepoltura fu la stessa Minardi agli inquirenti: secondo la donna, la sepoltura nella basilica scaturì dalle offerte, di svariati miliardi a quanto pare, fatte dalla moglie di De Pedis. La donazione fatta dalla famiglia di Renatino al Rettorato fu di cinquecento milioni delle vecchie lire.
La sepoltura, aveva tuttavia suscitato perplessità in ambienti non solo cattolici, che era stata decisa dal cardinale vicario Ugo Poletti, e sollecitata dall'ex rettore della Basilica Piero Vergari. I dubbi riguardavano proprio il curriculum criminale di Renatino ma, nonostante ciò, a De Pedis fu assicurato l'estremo riposo in un luogo sacro, privilegio riservato in passato alle alte sfere del clero e alle famiglie patrizie romane.
Lo stesso Pietro Vergari ha affermato più volte che di De Pedis non sapeva nulla del suo passato criminale e che aveva più volte fatto donazioni alla Chiesa. «Enrico De Pedis - ha spiegato Vergari in più di una occasione anche sul suo sito - veniva come tutti gli altri, e fuori dal carcere, ci siamo visti più volte: normalmente nella chiesa di cui ero rettore, sapendo i miei orari e altre volte fuori, per caso. Mai ho veduto o saputo nulla dei suoi rapporti con gli altri, tranne la conoscenza dei suoi familiari. Aveva il passaporto per poter andare liberamente all'estero. Mi ha aiutato molto per preparare le mense che organizzavo per i poveri. Quando seppi dalla televisione della sua morte in Via del Pellegrino, ne restai meravigliato e dispiacente».
«Qualche tempo dopo la sua morte - ha spiegato Vergari - i familiari mi chiesero, per ritrovare un pò di serenità, poichè la stampa aveva parlato del caso e da vivo aveva espresso loro il desiderio di essere un giorno sepolto in una delle antiche camere mortuarie, abbandonate da oltre cento anni, nei sotterranei di S. Apollinare, di realizzare questo suo desiderio. Furono chiesti i dovuti permessi religiosi e civili, fu restaurata una delle camere e vi fu deposto. Anche in questa circostanza doveva essere valido come sempre, il solenne principio dei Romani »Parce sepulto«: perdona se c'è da perdonare a chi è morto e sepolto. Restammo d'accordo con i familiari che la visita alla cappella funeraria era riservata ai più stretti congiunti. Questo fu osservato scrupolosamente per tutto il tempo in cui sono rimasto rettore, fino al 1991».
L'inchiesta sulla scomparsa della giovane cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno del 1983 in circostanze ancora misteriose procede dopo le dichiarazioni di Sabrina Minardi, l'ex compagna di De Pedis, secondo la quale la banda della Magliana ha avuto un ruolo determinante nel rapimento. Recentemente sono stati identificati i due "telefonisti", coloro che, poco dopo la scomparsa della ragazza, chiamarono più volte casa Orlandi per dare informazioni. Inoltre, secondo il pentito della banda della Magliana, Antonio Mancino, il rapimento era da ricollegarsi a problemi finanziari tra l'organizzazione criminale romana e il Vaticano. La Minardi ha accusato De Pedis del rapimento e dell'omicidio su ordine del cardinale Paul Marcinkus. _________________ “Finché possiamo dire: Quest’è il peggio, vuol dire che il peggio può ancora venire.”
(William Shakespeare)
Emanuela Orlandi, due nuovi indagati: sequestro a scopo di estorsione La madre: passi in avanti ma perché solo ora?
I legali della famiglia De Pedis: quando indagano la Minardi?
ROMA (11 marzo) - «Un passo importante». Sono le parole della mamma di Emanuela Orlandi dopo che nella giornata di mercoledì è stato indagato Sergio Virtù, 49 anni, l'autista di Renato De Pedis, boss della Banda della Magliana. E oggi arriva la notizia di altri due indagati per sequestro di persona.
Dopo 26 anni dal rapimento la madre di Emanuela non tace il rammarico per gli anni passati senza sapere nulla. «Dopo quasi 27 anni esce questa nuova storia - dichiara - Ma perché non ne hanno parlato prima? Eppure di questa banda della Magliana non si parla solo da oggi. Perché escono allo scoperto solo oggi? Quante cose escono soltanto ora. Ma se veramente questa storia avrà un qualche fondamento, la verità verrà fuori. Tutta la famiglia è forte e compatta, in attesa della verità. Dispiace solo che queste rivelazioni escano a distanza di così tanto tempo».
Sono trascorsi quasi ventisette anni dal rapimento di Emanuela Orlandi avvenuto il 22 giugno del 1983. Ora una prima svolta arriva con l'inchiesta sull'autista del boss della Banda della Magliana, al quale si aggiunge l'incontro avvenuto di recente tra Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, e Alì Agca, l'ex lupo Grigio che si è detto certo che la donna sia viva da qualche parte in Europa. «Già, c'è anche questo altro tassello - dichiara la signora Maria -. E poi la nuova rivelazione. Attendiamo sviluppi da entrambe le vicende. Senza smettere di sperare: siamo forti e la volontà di arrivare in fondo a questa terribile storia c'è. Ma quanto tempo ancora?».
Due nuovi indagati per la scomparsa di Emanuela Orlandi. Si tratta di Angelo Cassani, detto "Ciletto", e Gianfranco Cerboni, noto come "Giggetto". Sono iscritti per sequestro di persona a scopo di estorsione aggravato dalla morte dell'ostaggio e dal fatto che fosse minorenne. I reati sono stati contestati ai due dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal sostituto Simona Maisto.
Angelo Cassani, 49 anni, e Gianfranco Cerboni, 47, avrebbero pedinato Emanuela Orlandi e, probabilmente, eseguito anche il sequestro. I due, attualmente a piede libero e con precedenti penali, interrogati oggi, hanno respinto le accuse. Cerboni ha anche negato di essere soprannominato "Giggetto". I due non facevano parte della Banda della Magliana, ma gravitavano intorno al boss Giorgio Paradisi, morto nel 2006 per tumore, e già braccio operativo di Enrico "Renatino" De Pedis. A loro gli inquirenti sono risaliti tramite le dichiarazioni della supertestimone Sabrina Minardi e di altri collaboratori di giustizia. Cassani e Cerboni, i quali hanno ammesso di aver conosciuto Paradisi negli anni Ottanta, facevano parte, insieme con una terza persona allo stato non identificata, di una sorta di "batteria2 al servizio di Paradisi. Da ieri, invece, Sergio Virtù, 49 anni, indicato da Sabrina Minardi, ex amante del boss della Banda della Magliana, Enrico De Pedis, come l'autista di Renatino, è indagato, nell'ambito della stessa inchiesta, per i reati di omicidio volontario aggravato e sequestro di persona.
Legali De Pedis: quando indagano la Minardi? Se Sabrina Minardi, la supertestimone dell'inchiesta sulla sparizione di Emanuela Orlandi, è «così attendibile come ritiene la Procura di Roma, non è dato di capire perché non sia stata ancora iscritta a registro indagati, avendo la stessa confessato di aver partecipato quantomeno al presunto sequestro». Lo affermano gli avvocati Maurilio Prioreschi e Lorenzo Radogna, legali dei familiari di Enrico De Pedis. I due penalisti parlano dell'«ennesima violazione del segreto investigativo. Non possiamo non rilevare che la notizia della presunta svolta nell'indagine avviene dopo che la famiglia De Pedis ha presentato alla procura di Perugia un dettagliato e documentato esposto sulla vicenda. La ulteriore fuga di notizie rende ancor più attuale e fondato quanto denunciato dai familiari di Enrico De Pedis, i quali, certi della assoluta estraneità del loro congiunto a qualsiasi ipotesi riguardante la vicenda Orlandi, auspicano che l'autorità giudiziaria di Perugia effettui tutti gli accertamenti da essi stessi richiesti».
Fanno eco alla madre di Emanuela, le dichiarazioni del fratello Pietro Orlandi: «È una notizia positiva perché significa che i pm stanno continuando a lavorare con impegno. Dopo 26 anni non è facile. Se Sergio Virtù è davvero implicato potrebbe identificare il sacerdote al quale, secondo il racconto dell'ex amante di De Pedis Sabrina Minardi, Emanuela fu consegnata». Il fratello della giovane, comunque, non nasconde i dubbi relativi alla ricostruzione dei fatti fornita dalla donna ai magistrati della Procura di Roma. «Non capisco i passaggi - dice -. Subito dopo il sequestro Emanuela sarebbe stata vista con Virtù nella zona del laghetto dell'Eur, poi portata a Torvajanica, qualche mese dopo consegnata a un sacerdote dopo essere stata prelevata in un bar nella zona del Gianicolo, e infine gettata in una betoniera. Oggi, poi, ho sentito anche che Emanuela potrebbe essere stata rapita e uccisa dopo qualche ora. Ventisette anni finiti così, in due ore».
Quanto al fatto che gli sviluppi dell'inchiesta seguono un filone completamente diverso da quello indicato da Mehmet Ali Agca, l'attentatore di Giovanni Paolo Secondo, Pietro Orlandi osserva: «Sono mie impressioni, ma le due piste possono essere comunque legate. In questo caso si tratterebbe di manovalanza, alla quale è stato commissionato un lavoro per altri scopi. Bisogna vedere come andranno avanti le indagini. Se le cose fossero andate come dice la Minardi, non avrebbe senso tutto quello che è successo dopo».
Questo avviene meno di 2 mesi dopo le dichiarazioni rilasciate da Ali Agca al momento della scarcerzione, al termine della sua lunga detenzione.
In esse, già riportate nel forum (qui), Agca torna a parlare in pubblico affermando di conoscere la verità sulla torbida vicenda di Emanuela Orlandi.
Mi sembra improbabile che tali affermazioni siano una semplice coincidenza rispetto alle indagini riaperte in questi giorni.
Inoltre il giorno in cui Agca veniva scarcerato, contemporanemanete moriva Francesco Pasanisi, l'ex capo dell'Ispettorato vaticano che il 13 maggio del 1981 abbracciò il papa e fece scudo col suo corpo ad altri possibili spari dell'attentatore Agca.
Tutte queste coincidenze fanno girare la testa... _________________ Dante alla porta di Paolo e Francesca
spia chi fa meglio di lui:
lì dietro si racconta un amore normale
ma lui saprà poi renderlo tanto geniale.
(Fabrizio De André)
Caso Orlandi, si indaga su legame
con la scomparsa di Mirella Gregori
Della ragazza, coetanea di Manuela, non si hanno più notizie dal 7 maggio del1983
Chi ha sequestrato la quindicenne Emanuela Orlandi il 22 giugno del 1983 potrebbe aver contribuito a far sparire prima anche la coetanea Mirella Gregori, di cui non si hanno più notizie dal 7 maggio dello stesso anno. La procura di Roma, che sta da tempo indagando sul rapimento della Orlandi attribuendo il sequestro aggravato dalla morte dell'ostaggio a tre soggetti al servizio del boss Enrico De Pedis (mancherebbe all'appello ancora un quarto individuo), vuole capire se vi sia un nesso tra due le vicende.
I legami non sembrano mancare affatto: c'è, anzitutto, un discorso di vicinanza cronologica: 46 giorni dividono i due episodi criminosi, come se il primo fosse una sorta di 'allenamento' in vista del secondo. E ancora: il rapporto con la Santa Sede. La Orlandi era figlia di un funzionario vaticano, mentre Mirella, stando ai ricordi della madre, aveva un legame affettivo con un uomo che potrebbe aver fatto parte dello staff del servizio di sicurezza del Pontefice. Ci sarebbe poi una forte somiglianza tra la voce del telefonista Mario che chiamò casa Orlandi il 28 giugno del 1983 e quella di un uomo che contattò il bar in via Volturno gestito all'epoca dai genitori di Mirella pochi giorni la scomparsa della ragazza.
Inveitabilmente gli accertamenti che il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Simona Maisto stanno conducendo su Sergio Virtù, Angelo Cassani e Gianfranco Cerboni, indagati in questi ultimi giorni per la vicenda Orlandi, saranno estesi anche al caso Gregori.
intervista alla madre di Emanuela Orlandi http://roma.repubblica.it/multimedia/home/2434147 _________________ “Finché possiamo dire: Quest’è il peggio, vuol dire che il peggio può ancora venire.”
(William Shakespeare)
Caso Orlandi, nullaosta del Vicariato
alla traslazione della salma di De Pedis
Il boss della banda della Magliana sepolto a Sant'Apollinare
ROMA (4 luglio) - Nulla da osservare da parte del Vicariato di Roma se l'autorità giudiziaria italiana vorrà ispezionare nella chiesa romana di Sant'Apollinare la tomba di Enrico De Pedis, detto Renatino, boss della banda della Magliana ritenuto coinvolto nel sequestro, avvenuto nel 1983, di Emanuela Orlandi. E nulla da eccepire se l'autorità giudiziaria o la famiglia di De Pedis vorranno traslare altrove la salma di Renatino.
È contenuta in una nota di poche righe - trasmessa alla trasmissione di Raitre Chi l'la visto?, che l'ha diffusa - la posizione del Vicariato della Capitale su un'eventuale ispezione da parte dei magistrati italiani alla tomba di De Pedis, ucciso nel 1990 in un regolamento di conti a Roma e sepolto misteriosamente nella chiesa di Sant'Apollinare, vicino a piazza Navona.
«In relazione alla vicenda riguardante la tumulazione del Signor Enrico De Pedis nelle camere mortuarie della Chiesa di Sant'Apollinare, avvenuta nel 1990 - dice la nota, che ha la data del 2 luglio scorso - il Vicariato di Roma comunica: Nulla osta da parte dell'Autorità ecclesiastica che, su richiesta dell'Autorità giudiziaria italiana competente, la tomba del Signor De Pedis possa essere ispezionata. Nulla osta a che, su richiesta dell'Autorità giudiziaria italiana competente o della famiglia del signor De Pedis, la salma possa essere traslata altrove».
Sulla scomparsa di Emanuela Orlandi sta indagando da tempo la Procura di Roma, che di recente ha anche ascoltato un uomo, indicato come «Mario», ritenuto il telefonista del sequestro Orlandi. Nel corso della deposizione, «il telefonista» - che non avrebbe avuto un ruolo attivo nel sequestro ma sarebbe a conoscenza dell'intera vicenda - avrebbe anche fornito agli inquirenti notizie sui motivi della sepoltura di Enrico De Pedis, nella chiesa di Sant'Apollinare, a due passi da piazza Navona.
Renatino fu ucciso in un regolamento di conti il 2 febbraio del 1990 in via del Pellegrino, nei pressi di Campo de' Fiori. Secondo gli inquirenti romani, il sequestro di Emanuela Orlandi sarebbe stato organizzato e gestito da De Pedis con suoi uomini di fiducia non appartenenti alla banda che insanguinò Roma tra gli anni settanta o ottanta. Nel registro degli indagati, al momento, sono tre le persone iscritte (ma gli inquirenti ipotizzano che siano almeno cinque quelle coinvolte). Si tratta di Sergio Virtù (49 anni, autista di fiducia di De Pedis), Angelo Cassani (49, detto Ciletto) e Gianfranco Cerboni (47, detto Gigetto). Ai tre gli inquirenti sono arrivati grazie alla testimonianza di una donna, Sabrina Minardi, che per un periodo fu legata sentimentalmente a «Renatino». _________________ “Finché possiamo dire: Quest’è il peggio, vuol dire che il peggio può ancora venire.”
(William Shakespeare)
La notizia che il Vicariato di Roma ha permesso l’apertura della tomba di Enrico De Pedis, detto Renatino, boss della banda della Magliana, sepolto nella chiesa di Sant’Apollinare nel pieno centro di Roma ha riportato l’attenzione sulla misteriosa vicenda, in cui De Pedis è ritenuto coinvolto, del sequestro e dell’omicidio, nel 1983, di Emanuela Orlandi, il cui cadavere non è mai stato ritrovato.
La storia della Orlandi era già stata posta, alcuni mesi fa, in parallelo con quella vicenda di Elisa Claps, scomparsa nel 1993, dieci anni dopo di lei, il cui cadavere è stato ritrovato nel duomo di Potenza, in una soffitta alla quale si può accedere solo dagli appartamenti del parroco, e della cui uccisione è stato ora accusato un giovane di Potenza.
Il caso Orlandi appare però molto più complesso, torbido e intricato, se non altro perché su di esso non si proietta l’ombra di una cattedrale del sud Italia, ma proprio quella del cupolone di San Pietro e dei palazzi del Vaticano.
Le acque del caso Orlandi, sporche e torbide fin dalle prime ore, lo sono diventate sempre di più negli anni, anche proprio per il recente coinvolgimento della famigerata banda della Magliana, portata da pochi anni alla gloria del cinema internazionale da un libro e da un film di successo.
La notizia del Vicariato è un altro piccolo colpo di teatro in una vicenda triste e dolorosa, perché riguarda la morte di una ragazzina minorenne, che si aggiunge ad altri colpi di teatro che poi tali sono sempre rimasti, senza mai gettare un benché minimo spiraglio di luce sulla storia.
Ancora ci si domanda che fine abbiano fatto le “rivelazioni” della “supertestimone” Sabrina Minardi del giugno 2008 e poi quelle del novembre dell’anno scorso; che fine abbiano fatto le novità sbandierate nella primavera di quest’anno riguardo la soluzione del mistero della scomparsa di Emanuela; che fine abbiano fatto le accuse ai vari “Ruffetto”, Gigetto”, “Cilletto” e Sergio Virtù, preteso autista dell’Enrico De Pedis della banda della Magliana.
Emanuela, figlia di un impiegato del Vaticano e cittadina vaticana, quando è scomparsa aveva quasi 16 anni ed era bella, vivace e curiosa, come è naturale alla sua età. I magistrati che si sono già occupati del caso, Adele Rando e Giovanni Malerba, nel 1993 nello sentenza istruttoria hanno concluso che la ragazza NON è stata rapita e che il “rapimento” è una messinscena per coprire qualcosa e qualcuno.
Sul caso Orlandi ho scritto un libro: “Emanuela Orlandi, la verità. Dai Lupi Grigi alla banda della Magliana” e nel libro ho riportato anche quanto mi ha detto lo stesso avvocato degli Orlandi che si è occupato dell’inchiesta giudiziaria, lo scomparso Gennaro Egidio: “Ma no, NON è stato un rapimento. La verità è molto più semplice e banale. Quando la si saprà, si vedrà che la fine di Emanuela è più banale… La ragazza godeva di molta più libertà di quanto è stato fatto credere”.
Tutto ciò conferma che la soluzione del caso è in Vaticano. E gli atti dell’inchiesta hanno dimostrato abbondantemente che il Vaticano sa, ma mente, tace e depista.
Partiamo dai fatti più recenti. Con l’arrivo delle ultime new entries Sergio Virtù, Angelo Cassani detto «Ciletto», Libero Angelico detto «Ruffetto» e Gianfranco Cerboni detto «Giggetto», che hanno preso il posto degli “imputati” precedenti, è più o meno la centesima volta che squillano le trombe per annunciare trionfalmente che il caso Orlandi è risolto. Trionfalismi fuori luogo. Voler per forza insistere a sostenere che Emanuela è stata “rapita” è facile quando le accuse sono a carico di chi non può difendersi perché passato da tempo a miglior vita, come Enrico “Renatino” De Pedis. Non è mai esistito un sequestro di persona i cui autori non siano mai stati in grado di fornire neppure uno straccio di prova di avere nelle loro mani la persona sequestrata. E sì che proprio a Roma Laudavino De Sanctis, detto Lallo Lo Zoppo, prima dell’83 aveva rapito a scopo di estorsione il re del caffè Giovanni Palombini, ucciso subito, e ne teneva in freezer il cadavere per fotografarlo con un quotidiano recente e fingere così con i suoi che fosse ancora vivo per convincerli a pagare il riscatto. Nel caso di Emanuela, neppure l’ombra di una foto, solo ed esclusivamente la fotocopia – non l’originale, si noti bene, ma solo la fotocopia – dela sua tessera di iscrizione al conservatorio musicale Ludovico da Victoria, proprietà del Vaticano, fotocopia che era facile da procurare per chi aveva accesso alla segreteria della scuola di musica: qualunque ufficio rilasci un documento di identità o di riconoscimento, dal passaporto al libretto di iscrizione all’Università, conserva infatti almeno una fotocopia dell’originale. Ecco perché affermo senza tema di smentita che la scomparsa della giovanissima Orlandi non può essere catalogata tra i sequestri, tanto meno a scopo di estorsione. Ma i motivi che mi spingono a fare questa affermazione sono anche altri. Molti altri.
L’unica cosa certa dopo oltre un quarto di secolo di ipotesi più o meno azzardate e campate in aria è che il Vaticano resta al centro della scena e dei sospetti, che aumentano anche alla luce proprio delle recenti strane “testimonianze” e trovano piena conferma l’impianto e le affermazioni del mio libro “Emanuela Orlandi – La Verità. Dai Lupi Grigi alla banda della Magliana”, dove a pagina 182 elenco appunto tutte le prove e gli indizi, in totale ben 17, che non si è trattato di una rapimento e che il Vaticano sa, ma nasconde e mente. L’elenco dei depistaggi e delle bugie d’Oltretevere è impressionante. Tanto impressionante che non può che costituire un fuoco di sbarramento per proteggere qualche pezzo grosso d’Oltre Tevere.
Dopo la “supertestimone” Sabrina Minardi, ecco che il 2010 viene inaugurato con un altro colpo ad effetto. In Turchia esce dal carcere per fine pena Alì Mehmet Agca, il terrorista dei Lupi Grigi che nel 1981 sparò a papa Wojtyla e venne per questo condannato all’ergastolo. La prima cosa che Agca libero dichiara ai giornalisti è che lui è “Gesu Cristo eterno” e che riporterà “Emanuela Orlandi viva in Vaticano”. Incredibile ma vero, Pietro Orlandi, fratello della povera Emanuela, ci tiene a dichiarare che a lui Agca è parso sincero e quindi credibile nonostante racconti l’esatto contrario di ciò che riferisce la Minardi. Nella famiglia Orlandi abbiamo un fratello di Emanuela che crede ad Agca e almeno una sorella della stessa Emanuela, Natalina, che crede invece sia sincera e credibile la Minardi. Ovvero: uno crede una cosa e l’altra crede l’esatto contrario. Credono? No comment. Mi limito a ricordare che, se non sbaglio, a “Chi l’ha visto?”, il programma di Raitre condotto da Federica Sciarelli, Pietro Orlandi a fine maggio ha dichiarato che la sorella sarebbe tornata a casa a giugno. Bene. Anzi, male: giugno infatti è passato, ma di Emanuela neppure l’ombra. As usual.
Occuparsi di Agca non è da persone serie, diamo invece un’occhiata più da vicino alla Minardi. Per dirla con don Abbondio: chi era costei?
Improvvisamente emersa da un tumultuoso passato remoto fatto di soldi facili, matrimonio di prestigio, marito calciatore ricco e osannato, prostituzione d’alto bordo e asseriti amanti presunti pezzi grossi della mala come Enrico “Renatino” De Pedis, Sabrina Minardi butta fuori scena i Lupi Grigi turchi per sostituirli con una pista decisamente più casereccia. Li sostituisce cioè con la Banda della Magliana e in particolare con un suo socio: De Pedis. Cambia radicalmente anche la sceneggiatura del film: Emanuela non è stata rapita come moneta di scambio con Agca, è stata invece rapita e infine uccisa su ordine di monsignor Marcinkus da “Renatino”, del quale la Minardi dice di essere stata l’amante per dieci anni di fila. Pezzo grosso d’Oltre Tevere, Marcinkus è stato per lungo tempo al timone della chiacchieratissima banca vaticana chiamata Istituto delle Opere di Religione, ma più nota come IOR. Ha inoltre ricoperto nello stesso tempo l’incarico di responsabile della sicurezza personale di Wojtyla ed è stato da questi nominato anche governatore del Vaticano nonostante un mandato di cattura italiano, rimasto lettera morta, per il crack del Banco Ambrosiano.
Cosa ci volesse fare Marcinkus con quel giovanissimo ostaggio non è affatto chiaro, a parte i sospetti di abusi sessuali riferiti dalla presunta ex amante di De Pedis. Minardi riduce infatti l’asserito rapimento di Emanuela a semplice “messaggio” verso lo IOR, cosa un po’ difficile da digerire perché lo IOR era nella mani proprio di Marcinkus. A meno che non si voglia sostenere che Marcinkus voleva mandare messaggi a se stesso. I magistrati preposti all’inchiesta hanno dichiarato di dare sufficiente credito ai racconti di Sabrina Minardi, ma le cose che non quadrano continuano a essere molte. Anzi, troppe. Proviamo a farne un elenco.
Appare impossibile che Minardi e De Pedis siano stati amanti, e per dieci anni. Dal 26 novembre 1984 al 21 gennaio 1988 “Renatino” era in carcere, a Regina Coeli, e ai colloqui con lui non ci andava l’asserita amante, bensì la futura consorte. Che non è Sabrina Minardi.
E’ stata invece proprio Minardi a rivelare che quando venne a sapere da una terza persona delle imminenti nozze di De Pedis decise di emigrare in Brasile, che ci restò per quasi due anni e che anche quando tornò in Italia non vide più De Pedis almeno fino al giorno prima della sua morte. Il conto dei “dieci anni” quindi non torna.
Se la Minardi e De Pedis fossero stati davvero amanti, e ancor più se fossero stati conviventi, la polizia per trovare De Pedis non avrebbe avuto nessun bisogno di pedinare la donna “per mesi”, come hanno dichiarato gli inquirenti, sarebbero bastati tuttalpiù un paio di giorni. Oltretutto a quell’epoca la donna annoverava tra i suoi clienti anche dirigenti di polizia. Tant’è che De Pedis, che della Minardi può essere stato tuttalpiù uno dei clienti o un’avventura, ne aveva imbottito la camera da letto di telecamere nascoste perché puntava a poter ricattare per l’appunto i poliziotti d’alto bordo e i politici che la frequentavano. Tra ques’ultimi, una volta è stato atteso, invano, l’ex segretario della Democrazia Cristiana Mino Martinazzoli. Quando la polizia arrestò De Pedis nella casa della Minardi in via Vittorini all’Eur non si accorse delle telecamere. Che furono portate via da una persona di fiducia di De Pedis.
Ufficialmente è stato solo il 18 novembre 2009 che Sabrina Minardi ha ascoltato per la prima volta, in tribunale, la famosa telefonata di “Mario”, il tizio che pochi giorni dopo la scomparsa ha telefonata a casa degli Orlandi per tranquillizzarli, di fatto cioè per ritardare e depistare le indagini. Ma è difficile credere non l’abbia mai ascoltata prima, per il semplice motivo che quella telefonata era già stata diffusa nel settembre 2005 dal programma di Raitre “Chi l’ha visto?” e ripetuta nel 2008 in una puntata dedicata proprio all’improvvisa comparsa della Minardi e alle sue clamorose “rivelazioni”. Dal 2005 la telefonata è inoltre ascoltabile sia nel sito di “Chi l’ha visto?” che nei video di Youtube.
Il “riconoscimento” della voce è avvenuto solo mercoledì 18 novembre 2009, eppure nel giro di poche ore dello stesso giorno, e quindi senza il tempo della benché minima verifica, la notizia ha invaso le redazioni al punto che il mattino successivo, giovedì 19, i quotidiani dedicavano alla nuova “svolta risolutiva” intere pagine. E’ evidente che qualcuno ha imbeccato le agenzie di stampa e le redazioni dei giornali, cosa che però non può avere fatto solo una persona, come per esempio un magistrato o un avvocato o un poliziotto: per convincere in così poco tempo così tante redazioni deve essersi mosso un intero ufficio. Quale? Viene in mente un altro episodio simile. Il Sisde, come si chiamavano allora i servizi segreti civili, pochi giorni dopo la scomparsa della povera Emanuela fa trovare sulla scrivania del giudice istruttore Margherita Gerunda una informativa nella quale, senza nessuna base, afferma che “probabilmente Emanuela Orlandi è stata rapita per essere scambiata con Alì Agca”. Gerunda convoca Agca per interrogarlo, e per evitare che i giornalisti se ne accorgano ordina che sia portato non a palazzo di giustizia, ma in questura. Guarda caso, quando il turco esce dall’interrogatorio e passa dal cortile della questura per essere riportato in carcere con il cellulare trova decine di giornalisti di testate italiane e di corrispondenti di giornali e televisioni di tutto il mondo.
Come che sia, quando si parla di riconoscimento della voce di una telefonata bisogna andarci cauti. Il telefono infatti, specie negli anni ‘80, “taglia” le frequenze più alte e quelle più basse della voce, perciò il campione rappresentato dalle registrazioni è già almeno in parte monco. Inoltre dopo più di 26 anni la voce di chicchessia, anche dell’autore di una telefonata a casa Orlandi, è certo almeno in parte cambiata, se non altro per motivi ormonali, ai quali si possono aggiungere eventuali malattie, l’eventuale fumo e consumo di alcol, ecc. Già un paio di anni fa un pentito del banda della Magliana, Antonio Mancini, ha raccontato in una puntata del programma televisivo “Chi l’ha visto?” che la voce di “Mario” era quella di un certo “Ruffetto”, ritenuto “il killer preferito” da De Pedis. E’ stato appurato che Mancini si è sbagliato. Può succedere. Ma la logica dice che se si è sbagliato Mancini, che in quanto membro di un certo peso della banda della Magliana doveva conoscere “Ruffetto” piuttosto bene ed è quindi strano ne abbia confuso la voce, a maggior motivo è possibile che si sbagli anche la Minardi. O no?
L’attendibilità di Mancini è del resto già da molti anni piuttosto scarsa. Fa parte di quei pentiti che al processo per l’uccisione del giornalista Mino Pecorelli, ucciso nel marzo 1978, hanno “rivelato” ai magistrati versioni fantasiose sulla destinazione dell’arma del delitto subito dopo l’omicidio, arrivando a sostenere che era stata a De Pedis, affermazione smentita dal fatto che nel 1978 e fino a tutto il ‘79 “Renatino” era chiuso a chiave in carcere, a Rebibbia. Da allora Mancini e altri pentiti altrettanto fantasiosi non sono più stati ritenuti attendibili, almeno in sede giudiziaria, tant’è che la Corte di Cassazione a sezioni unite ne bolla non pochi in modo decisamente duro. Perché alla Rai invece gli danno retta?
Ma Il nome di Sabrina Minardi come salta fuori? S’è fatta viva lei spontaneamente? Può parere strano, ma della Minardi si comincia a parlare già nel 1998, vale a dire con 7 anni di anticipo sulla circolazione del suo nome nella redazione di “Chi l’ha visto?”. A citarla per primo è il giornalista Max Parisi, con un articolo del 26 giugno 1998 sul giornale La Padania intitolato “I turpi traffici della Banda della Magliana”. Dopo la pubblicazione nel giugno 2002 del mio primo libro sul caso Orlandi, nel quale rivelo che si era interessato alle indagini fin dalle prime ore un agente del Sisde, Giulio Gangi, amico di una cugina di Emanuela, Parisi lo contatta e si convince, a torto e ignorando le perplessità dello stesso Gangi, che sia Sabrina Minardi la misteriosa donna che nel 1983 l’agente del Sisde sospettò di avere a che fare con il “rapimento”.
Il 30 giugno 2005 nella trasmissione televisiva “Punto e a capo” va in onda un dibattito con il criminologo Francesco Bruno, il magistrato Otello Lupacchini e il regista Daniele Costantini, fresco autore del film “Fatti della banda della Magliana” girato nel 2004. Fa da corredo al dibattito una intervista a Max Parisi, che si vanta di aver scoperto la tomba in S. Apollinare nel 1998. Nessuno fa cenno al fatto che sulla questione della tomba ci sono stati già nel ‘95 una inchiesta giudiziaria e articoli del quotidiano Il Messaggero e che è finito tutto in una bolla di sapone.
In compenso, un mesetto dopo quel “Punto e a capo”, alla redazione di “Chi l’ha visto?” arriva la famosa telefonata anonima con la quale si “rivela” che De Pedis è sepolto in S. Apollinare e che quella sepoltura è la chiave per scoprire la verità sul caso Orlandi. L’autore storico di “Chi l’ha visto?”, Pier Giuseppe Murgia, chiede a una giornalista della sua redazione, Raffaella Notariale, di approfondire la possibilità che la banda della Magliana abbia partecipato al sequestro di Emanuela Orlandi. In televisione però il nome della Minardi viene fatto per la prima volta nel 2006 da un altro giornalista in un servizio per Raitre e l’ex “amante di De Pedis” telefona per protestare che non vuole assolutamente essere nominata. Rintracciata dalla Notariale, prima di autorizzarla a portarsi appresso un cameraman Sabrina Minardi lascia passare una ventina di incontri. E’ ovvio che nel corso di questi numerosi colloqui l’ex “amante di De Pedis” si sia fatta un’idea di cosa ci si aspettasse che lei dicesse: gli incontri infatti erano ovviamente tutti centrati su De Pedis, la banda della Magliana e il “rapimento” della Orlandi. L’intervista finalmente concessa a Notariale è andata in onda, purgata in alcuni punti come per esempio la cena e i miliardi a casa di Giulio Andreotti, dopo oltre un anno di contatti: per l’esattezza, nella puntata di “Chi l’ha visto?” del 27 novembre 2006.
Alla domanda secca “Lei c’entra con il rapimento di Emanuela Orlandi?” la signora Minardi risponde risentita “Ma lei sta scherzando?”. Non è invece uno scherzo la ricerca da parte di “Chi l’ha visto?” del sensazionalismo. Ma a senso unico. Per esempio, Federica Sciarelli si è sempre rifiutata di mandare in onda l’intervista che lei stessa mi fece fare nel 2003, dopo la pubblicazione del mio primo libro sul caso Orlandi, spedendo a Milano il collega Fiore Di Rienzo e un cameraman attrezzato di tutto punto. E dire che nell’intervista faccio il nome della via, Salita Monte del Gallo, nella quale, come mi è stato detto dall’interno del Vaticano, Emanuela sarebbe morta la sera stessa della scomparsa e rivelo altri particolari che evidentemente non si vuole trapelino, quali per esempio:
1) la strana vicenda delle richieste della magistratura di interrogare alcuni prelati inviate dall’Ufficio legale del parlamento italiano dallo stesso funzionario, Gianluigi Marrone, che poi dal Vaticano, in qualità di suo Giudice unico, se le respingeva;
2) il fatto che la segretaria di Marrone era Natalina Orlandi, sorella di Emanuela;
3) l’elenco delle molte e comprovate menzogne e omertà del Vaticano.
La tomba in S. Apollinare può apparire inopportuna, ma è un fatto che De Pedis è morto incensurato. Dall’accusa di appartenenza alla banda della Magliana è uscito assolto il 21 gennaio 1988. Non miracolato dalla scadenza termini, come è avvenuto per altri, bensì assolto. Può essere una notizia sgradita, può suscitare meraviglia e sconcerto, ma è così: è stato assolto. E comunque la storia di quella sepoltura è molto semplice e lineare, è già stata chiarita una dozzina d’anni fa dal magistrato romano Andrea De Gasperis. Mi limito ad aggiungere che non è affatto vero che nella basilica di S. Apollinare sono sepolti papi e principi della Chiesa. Anzi, fino agli anni Cinquanta del 1900 ci veniva sepolta anche gente del quartiere.
La banda della Magliana è stata fatta diventare la classica notte nera in cui tutti i gatti sono neri, un contenitore buono per qualunque mistero, vero o presunto, e De Pedis è stato dotato del potere di ubiquità. Il carattere “epico”, pervasivo e perfino romantico che ancora oggi si accredita alla banda nasce solo con il libro “Romanzo criminale”, scritto dal magistrato Giancarlo De Cataldo ed edito nel 2002, per poi affermarsi definitivamente nell’immaginario collettivo con il film omonimo realizzato daMichele Placido nel 2005 e rafforzarsi con la successiva serie televisiva varata nell’ottobre 2008, forse la più bella serie tv prodotta in Italia. Ma un conto sono i romanzi, i film e le serie televisive, per quanto si basino su fatti realmente accaduti, un altro conto è la realtà.
La trasmissione “Chi l’ha visto?” e la partecipazione ad essa degli Orlandi suscitano più di una perplessità. Per esempio, le Orlandi presenti in studio e la stessa conduttrice Federica Sciarelli non fanno una piega quando ascoltano la telefonata dello sconosciuto “biondino” che nel luglio del 2008 si dice amico di De Pedis e però ne sbaglia clamorosamente il cognome chiamandolo “De Preti”. Altro esempio: Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, non smentisce la Sciarelli quando la conduttrice nella puntata dell’8 settembre 2008 afferma, sbagliando, che Emanuela il giorno della scomparsa anziché avere con sé la custodia con il flauto, strumento che imparava a suonare al conservatorio, aveva “la borsa con dentro il violino”, strumento con il quale la ragazza non ha mai avuto invece assolutamente nulla a che fare.
Fermo restando il fatto che, come ho dimostrato ampiamente nel libro sulla Orlandi, la ragazza che il poliziotto Bruno Bosco sostiene di avere visto parlare a fianco di una Bmw con uno sconosciuto – fatto diventare due anni fa De Pedis e pochi mesi fa Virtù – vicino al conservatorio e di fronte a palazzo Madama, sede del senato italiano, NON poteva essere Emanuela. Il poliziotto infatti dice che la ragazza da lui vista “aveva uno zainetto a spalla”, mentre invece nei giorni immediatamente successivi la famiglia Orlandi ha fatto pubblicare sui giornali un avviso ed affiggere in tutta Roma manifesti nei quali chiarisce che Emanuela “è uscita di casa con una borsa di cuoio”. Oltre che “con un flauto in una custodia rettangolare nera”, che Bruno Bosco NON ha mai menzionato. Del resto, ripeto, gli stessi magistrati che si sono già occupati del caso e lo stesso legale degli Orlandi hanno chiarito, i primi in una sentenza istruttoria e il secondo in una conversazione da me resa pubblica, che Emanuela NON è stata rapita. E che la faccenda dello scambio con Agca “è una messinscena per coprire qualcos’altro”.
Per coprire cosa e chi? Dicevo che non si depista per 27 anni di fila per coprire un barista o un impiegato del Vaticano. Ma neppure una guardia svizzera o un prete. Come che sia, perché continuare ad avvalorare versioni che non stanno in piedi e già affossate dalla magistratura? _________________ “Finché possiamo dire: Quest’è il peggio, vuol dire che il peggio può ancora venire.”
(William Shakespeare)
ROMA - «È strano che De Pedis sia sepolto qui a Sant’Apollinare? Certo, ma in Italia tante cose mi sembrano strane, come il caso di quell’aereo, quello caduto a Ustica». Don Pedro Huidobro è un sacerdote spagnolo dall’aspetto tranquillo. Sorride, è gentile, ma non si lascia cogliere in contropiede. Rettore della basilica dal 2004, assicura di non sapere che, in cambio della tumulazione di «Renatino», qualcuno nel ’90 avrebbe versato tra i 500 e i 600 milioni di lire. Un «dettaglio» che invece don Pedro avrebbe confermato al procuratore aggiunto che indaga sul sequestro di Emanuela Orlandi, Giancarlo Capaldo.
Enrico De Pedis, detto Renatino, boss della banda della Magliana (ansa)Il rettore, seduto nel confessionale in attesa di fedeli pentiti, non si discosta di un millimetro dalla versione ufficiale del Vicariato: «Enrico De Pedis è sepolto qui perché è stato un grande benefattore della basilica, come è scritto nel sito di monsignor Pietro Vergari», sostiene. La bara non si troverebbe in una cappella costruita apposta nella cripta, ma «in una specie di sgabuzzino sotto la chiesa». Di una visita, per carità, neanche a parlarne: «È inaccessibile per volontà dei familiari», spiega don Pedro. I quali, peraltro, avrebbero visitato la tomba l’ultima volta due anni fa. Che la procura sia scettica sulla storia dell’elemosina (secondo chi indaga, chi ha versato il mezzo miliardo di lire e più non lo ha fatto per carità cristiana) è una questione che non scuote per nulla Huidobro. «I magistrati non ci credono? Che vengano ad aprire la tomba, finora non l’hanno mai fatto. Il Vicariato è sempre stato disponibile, con la nota dell’altro giorno ha solo ufficializzato la sua posizione». In realtà il precedente comunicato, del 3 ottobre 2005, non suonava come un’apertura: «Non si ritiene di dover procedere all’estumulazione». E ancora: «Appare infondato qualsiasi collegamento tra la scomparsa di Emanuela Orlandi e la sepoltura di Enrico De Pedis in Sant’Apollinare». Una convinzione che nella nota del 2 luglio il Vicariato non ha ribadito.
Gli inquirenti ritengono che nella tomba potrebbe esserci un indizio che dimostrerebbe, una volta per tutte, che fu proprio il boss della banda della Magliana a gestire il sequestro della Orlandi, rapita il 22 giugno ’83. L’ispezione però ci sarà solo se le indagini confermeranno che è necessaria. L’aggiunto Capaldo attende l’esito di cinque interrogatori che ha in programma a luglio: se non emergeranno elementi utili a ricomporre il puzzle del sequestro, la cappella non verrà toccata. I congiunti di «Renatino», di fronte a tanta incertezza, danno qualche segno di nervosismo: «La famiglia De Pedis - osservano gli avvocati Maurilio Prioreschi e Lorenzo Radogna - ha da tempo dato la sua disponibilità a compiere esami sulla salma. Se deve essere compiuto un accertamento si proceda, ma finisca questa speculazione continua».
Lavinia di Gianvito
06 luglio 2010 _________________ “Finché possiamo dire: Quest’è il peggio, vuol dire che il peggio può ancora venire.”
(William Shakespeare)
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