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Poteri occulti

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SO FREE
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umbertoeco

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italy
MessaggioInviato: Mer Dic 25 2019, 11:40:53    Oggetto:  SO FREE
Descrizione: I Sofri - Commessi del NWO
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SO FREE
I Sofri - Commessi del NWO

I fatti della vita sempre diventano più complessi ed oscuri, più ambigui ed equivoci, cioè quali veramente sono, quando li si scrive – cioè quando da «atti relativi» diventano, per così dire, «atti assoluti» Sciascia


Wikipedia dice che il padre di Adriano Sofri è stato un ammiraglio della Marina Militare, la madre una insegnante, il fratello è storico, professore e consigliere del Museo Ebraico di Bologna. I Sofri hanno la loro influenza sulla 'opinione pubblica' italiana, via stampa e non solo, dagli anni settanta fino ad oggi, prima Adriano e poi Luca. Cominciamo dal padre.

1. Adriano Sofri e Lotta Continua
«ci voleva l'ingenuità d'un generale americano per pensare che un partito che si proclamava comunista volesse il comunismo»
Adriano Sofri

Il sigillo del rivoluzionario, Adriano Sofri ce l’ha dall’episodio memetico di quando, Marzo 1963, in un incontro con gli studenti della Normale di Pisa, mentre Palmiro Togliatti raccontava dello stupore di MacFarlane per la moderatezza dei comunisti italiani, si alzò per intervenire affermando che «ci voleva l'ingenuità d'un generale americano per pensare che un partito che si proclamava comunista volesse il comunismo». Alla replica, a posteriori fassiniana, di Togliatti: «Devi ancora crescere. Provaci tu, a fare la rivoluzione», Sofri chiuse con un programmatico “ci proverò, ci proverò”. In realtà questa stessa frase che Sofri indirizzò a Togliatti riverbera con una eco un po’ beffarda nell’orizzonte degli eventi legati alla vita futura dell’allora giovane rivoluzionario. Si potrebbe infatti parafrasare che “ci voleva l’ingenuità di una generazione totalmente illusa per pensare che un ragazzo che si autoproclamava rivoluzionario volesse davvero la rivoluzione”. Sofri adesso ha 77 anni e oggi si possono mettere in connessione i fatti per tracciare i’eterogenesi delle sue scelte e vedere se chi si proclamava rivoluzionario volesse davvero la rivoluzione o cosa diavolo volesse.
Lotta Continua era un giornale ed un movimento politico. Il giornale stampava in una tipografia, è storia risaputa, di proprietà della CIA, il cui socio di maggioranza era quel Robert Hugh Cunningham junior, che una volta finita l’avventura con la tipografia entrerà nel governo Reagan come responsabile del Partito Repubblicano in Europa, per l'informazione. Il padre di Robert Hugh Cunningham Junior, stesso nome ma Senior, era un collaboratore stretto di Richard Helm quando Richard Helm era capo della CIA.
l’11 aprile ’72 esce il numero uno di Lotta Continua quotidiano (registrazione del Tribunale di Roma 14.442 del 13 marzo ’72). Il logo di Lotta Continua (logo qui, primo a sx:
), molto bello, sembra un po’ la cifra ricorrente di tutti quei gruppi rivoluzionari di matrice CIA che si sono visti poi nelle varie ‘rivoluzioni colorate dei Balcani, nelle primavere arabe, fino ai recenti moti del Venezuela, ma in fondo è un pugno chiuso, simbolo testosteronico di lotta da sempre.
Il giornale, antimperialista per definizione, in un mondo senza internet dove le informazioni di politica internazionale passano solo dai grandi filtri dei quotidiani nazionali, lascia passare, in rosso, dei messaggi che, anche se da un estremo opposto, finiscono per soffiare in modo sospetto nella stessa direzione del grande vento imperialista americano. In Cile, ovviamente, Lotta Continua simpatizza per il Movimiento de Izquierda Revolucionaria, anch’esso pesantemente manovrato, finanziato ed eterodiretto dalla CIA per destabilizzare Allende (su questo ci sono i documenti CIA desecretati via Freedom of information act, si trovano su internet cercando CIA-Movimiento de Izquierda Revolucionaria-FOIA), sul quale Lotta Continua picchia duro una volta su due: ‘Allende spara sui proletari’, ‘Allende, il Socialista con lo yacht’, fino al quel 11 Settembre del ’73 (undici Settembre è una data che piace), quando Pinochet risolverà definitivamente il problema dello yacht di Allende con i carri armati. Qualcuno doveva farlo.
Ma Lotta Continua era anche un movimento politico extraparlamentare nato proprio mentre intorno alle grandi fabbriche italiane si stava a fatica tentando di organizzare un grande partito dei lavoratori. Lotta Continua con un lavoro capillare e strutturato, direttamente nelle fabbriche e a contatto con gli operai, attrae su di se tutte le energie della sinistra lavoratrice e non solo, in un periodo in cui le idee politiche tendevano a radicalizzarsi nella forte polarizzazione rossi-neri, Lotta Continua si prende la scena rossa e diventa ‘la sinistra extraparlamentare’, quella che poi si dovrebbe prendere sulle spalle la responsabilità e le energie del nascente progetto di un grande partito dei lavoratori, progetto che farà abortire definitivamente sacrificando se stessa, a Rimini, il 31 Ottobre del 1976. Dei grandi progetti rivoluzionari, della sinistra extraparlamentare e soprattutto del partito dei lavoratori, resterà niente: un po’ di sigle impronunciabili, i gatti randagi di Prima Linea e tutti quei gatti domestici che diventeranno gatti grassi, qualche anno dopo, sui vari media di massa nazionali e berlusconiani. C’è un morto in tutto questo, sul quale la violenza verbale del foglio di Lotta continua si è abbattuta come tutti sapete, e questo morto, si è saputo dopo, sembrava che con le sue indagini fosse particolarmente fastidioso per chi invece, con il gladio in mano, teneva le fila, riforniva di armi, e sovrintendeva alla strategia della tensione in stile impero, sia a destra che a sinistra. Il morto era Calabresi, che guarda caso, proprio in quei giorni, si stava occupando del traffico d’armi tra la Jugoslavia e l’Italia, le armi venivano scaricate in cittadine del litorale adriatico, tra Rovigo e Ferrara, alle foci del Po. Ancora una volta, per motivi diametralmente opposti, la rabbia di Lotta Continua, lo sdegno di Adriano Sofri, andava nella stessa direzione ed aveva lo stesso bersaglio del ‘sistema’ imperialista, quello più occulto e manovriero. Coincidenze che coincidevano e continueranno a coincidere troppo spesso. Dicevo più di uno, i morti, perché ci metto anche Rostagno tra le vittime di quegli accadimenti, ucciso proprio prima di deporre allo stesso processo Calabresi. In una intervista videoregistrata da Gianni Lo Scalzo, per il mensile Frigidaire, ripresa poi da un TG Rai, ci sono queste parole che Curcio ha pronunciato in lacrime:
‘Mauro lo hanno ucciso perché stava vivendo senza porsi il problema di quanto costa dire ciò che si sa. Perché non si era posto il problema del potere e non se lo voleva porre. Perché sapeva che lo avrebbero ucciso e non ha voluto nascondersi. Ha detto ciò che nessuno vuole dire in questa società. Ha detto, non dicendole, delle verità che squassano gli assetti del potere politico. Perché ha tradito la solidarietà di chi, infine, si è aggregato a gruppi di potere che lui non amava, che lui non poteva accettare e ai quali lui non è mai appartenuto. E l'hanno ammazzato per questo. [...] Perché ci sono tante storie di questo Paese che vengono taciute e non potranno essere chiarite per una sorta di sortilegio: come piazza Fontana, come Calabresi, che sono andate in certi modi e che per ventura della vita nessuno più può dire come sono realmente andate, sorta di complicità tra noi e i poteri, che impediscono ai poteri e a noi di dire che cosa è veramente successo. E allora Mauro resterà un grande enigma, una grande storia irrisolta e tanti cercheranno di dire perché la mafia lo ha ucciso, perché qualche amante deluso lo ha ucciso. Ma niente di tutto ciò ci racconterà la storia di Mauro. Perché Mauro non è morto per nessuna di queste ragioni e la ragione per cui è morto resterà a noi, come a tanti altri, per molto tempo ancora, inconfessabile, impossibile da raccontare. Ma nel nostro cuore noi sapremo perché è morto. Nel nostro cuore gli vorremo bene. E piangeremo. È tutto’
Le parole di Curcio sono pesanti e sembrano accusare di fatto proprio le collusioni di Lotta Continua con ‘i poteri’ e citando proprio il caso Calabresi. In seguito Curcio, in aula processuale (processo Calabresi), smentirà tutto e dirà di essere stato male interpretato ed estrapolato strumentalmente.
Anni dopo, lo stesso Sofri rivelerà che Federico Umberto D’Amato in persona, celeberrimo capo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale - servizi segreti- in un incontro a casa sua (sua di Sofri) gli propose un patto scellerato in base al quale, con la copertura del Ministero dell’Interno e per mano di LC, si sarebbe dovuto procedere addirittura alla eliminazione fisica dei principali componenti dei Nuclei Armati Proletari. Proposta omicida che Sofri afferma di aver decisamente rifiutato, ma della cui esistenza ha taciuto per oltre trent’anni. Come scrive Giacomo Pacini ne ‘Il cuore occulto del potere, storia dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale’: ‘Perché D’Amato, per commissionare l’omicidio dei militanti nappisti, pensò di rivolgersi proprio a LC e perché Sofri, all’epoca, ritenne di non denunciare una simile provocazione, non è dato sapere… …alla luce di queste rivelazioni, inoltre, ben altro connotato assume un’affermazione (all’apparenza inverosimile) presente negli appunti scritti da D’Amato a inizio anni novanta (e dai quali, come detto, aveva intenzione di trarre un libro autobiografico), laddove l’ex capo dell’UAR , dopo aver ricordato che, al fine di raccogliere informazioni, era entrato in contatto con gli ambienti più disparati (dall’estrema destra all’estrema sinistra), sosteneva di aver avuto rapporti amichevoli pure con Sofri, con il quale “ci siamo fatti paurose e notturne bottiglie di cognac”. Poi c’è tutta la faccenda della prigionia di Sofri, che sinceramente non mi interessa.

2. Adriano Sofri e la Geopolitica
Come dice Wikipedia:’Dagli anni ottanta abbandonata la militanza politica, Adriano Sofri si è dato all'attività di studio e pubblicistica in campo storico-politico con numerosi articoli e saggi’. Articoli, soprattutto, su Repubblica, sul Foglio, e reportage dai teatri di guerra. Da Sarajevo, dalla guerra in Iraq in poi, infatti, Adriano Sofri sarà animato da uno spirito offensivo che sorprende un po’ tutti, diventa una specie di interventista dannunziano, un maresciallo Foch animato da una mistica dell’intervento bellico in difesa delle vittime di tutte quelle atrocità che molto spesso si rileveranno come ‘casus belli’ costruiti ad arte da quei poteri occulti che al tempo avevano già, abbondantemente, ‘messo pancia verso est’. E da Est parte la crociata interventista di Sofri, che cerca in ogni articolo di spiegarci che la guerra è pace: “non chiamatela guerra” (si chiama "azione militare": un igienismo), fino a Srebrenica, dove si doveva trovare il pretesto per lo smembramento dei Balcani e fu trovato, cito Andrea Catone: ’una nuova Auschwitz, un nuovo Genocidio, un nuovo Olocausto nel cuore dell’Europa, alle soglie del XXI secolo. È stata questa la geniale invenzione, il “colpo a poker” di una grande agenzia americana di comunicazioni e public relations ingaggiata nei primi anni ’90 dal leader bosniaco-musulmano Izetbegović, la Ruder&Finn (CIA), il cui direttore, James Harf, in un’intervista concessa al giornalista francese Merlino, dichiarava: “Abbiamo convinto tre grandi organizzazioni ebraiche: B’nai Brith Anti-Difamation League, American Jewish Committee e American Jewish Congress. Abbiamo suggerito loro di pubblicare un trafiletto nel New York Times e di organizzare una manifestazione di protesta davanti alla Nazioni Unite. La cosa è andata in maniera formidabile: l'ingresso in gioco delle organizzazioni ebraiche a fianco dei bosniaci fu uno straordinario colpo a poker. Automaticamente abbiamo potuto far coincidere, nell'opinione pubblica, serbi e nazisti. Il dossier era complesso, nessuno capiva cosa succedeva in Jugoslavia, ma in un colpo solo potevamo presentare una situazione semplice, con buoni e cattivi. Immediatamente ci fu un cambiamento molto netto nel linguaggio della stampa con l'uso di termini ad alto impatto emotivo, come ‘pulizia etnica’, ‘campi di concentramento’, ecc., il tutto evocante la Germania nazista, le camere a gas di Auschwitz. La carica emotiva era così forte che nessuno poteva più andarvi contro, a rischio di venir accusato di revisionismo”.
A partire dal riuscitissimo colpo mediatico della Ruder&Finn le guerre jugoslave, dalla Croazia alla Bosnia al Kosovo, sono state lette secondo lo scenario evocato da Auschwitz, dove ai serbi era stata assegnata la parte degli aguzzini nazisti. È diventata celebre un’immagine – rivelatasi poi frutto di un’abile contraffazione, di un uomo scheletrito dietro un filo spinato, che fu utilizzata nei primi anni ’90 dalla ONG Médecins du Monde e dal suo dirigente Bernard Kouchner (che non a caso si guadagnerà anni più tardi la carica di “governatore” del Kosovo ed è oggi ministro degli esteri nel governo di Sarkozy in Francia -ieri nda-.) per realizzare un manifesto dal titolo “Un campo di prigionia in cui si purificano le etnie, non vi ricorda niente questo?”. E, in pieno bombardamento della NATO, nell’aprile 1999, un settimanale a grande diffusione creava in prima di copertina il capolavoro del montaggio di una mezza faccia del leader serbo Milošević e un’altra mezza di Adolf Hitler: Hitlerosevic. Non si trattava di una particolare e acritica scempiaggine, di una rozza propaganda di guerra: solo attraverso l’identificazione dei serbi coi nazisti, solo con l’evocazione dell’orrore di Auschwitz, che aveva fatto solennemente giurare ai popoli europei dopo la guerra: mai più!, poteva essere tollerata dalle popolazioni europee la violazione del tabù della guerra, con il bombardamento sistematico e continuato di un intero paese riportato indietro di mezzo secolo”. Ma Sofri scrive: ‘Qualcuno di noi ha perso il filo. Forse tutti. Ufficialmente, questa non è una guerra, e non dev'esserlo. I generali la conducono come una guerra. I commentatori, fautori o avversari, la chiamano senz'altro guerra: manuali di polemologia, Clausewitz. Ufficialmente, si chiama "azione militare": un igienismo. Javier Solana la chiama "campagna", poi si distrae un momento e dice: "La nostra guerra". Capisco bene che, arduo com'è fermare la guerra, sia ancora più arduo fermare l'abitudine a chiamarla così. Ma bisogna provare.” Bisogna anche ricordare come, oltre a tutta questa pressione di tipo interventista della propaganda mediatica, i poteri occulti esercitassero anche pressioni di ben altro tipo, come nel caso dell’omicidio D’Antona, proprio tre giorni dopo l’incontro D’Alema-Schroeder a Bari, durante i bombardamenti in Kosovo: un chiarissimo avvertimento ad un desolato Massimo D’Alema in cerca di una tregua impossibile. Da notare che al quattordicesimo anniversario della morte di Massimo D'antona, in una commemorazione con le alte cariche dello stato, il furbino Presidente del Senato Pietro Grasso, ostenterà un clamoroso lapsus, volontario per molti, citando Massimo D'Alema al posto del giurista Massimo D'Antona. Si trova il video su Youtube digitando: Grasso lapsus chiama D' ANTONA D' ALEMA.
Sofri da Srebrenica in poi è l’ingranaggio di questa propaganda cieca che non si chiederà mai il perché degli episodi di orrore che innescheranno altre “non guerre”, e altrettanti interventi di “polizia internazionale”, li prenderà tutti per buoni: in Siria dove scrive con emotività linee di questa caratura: “Avvertite  il nuovo pazzo di Damasco che la sua ora è suonata” o, su pagine più appiccicose, linee come “L’orrore della Siria negli occhi dei bambini”. La prosa giornalistica di Sofri è sempre, come scrive Facci, incurante del lettore, poco chiara, mai giornalistica ma definitivamente emotiva. E’ il suo ruolo: coinvolgere, pungolare le coscienze. Nel 2016 Sofri scrive anche, riferito al supposto attacco di gas nervino del 21 Agosto 2013, attribuito ad Assad: “Tre anni fa Assad violò provocatoriamente la solenne Linea Rossa fissata da un Obama renitente e illuso che non l’avrebbe mai davvero superata. Assad è un criminale all’ingrosso ma non è stupido: aveva capito bene Putin e aveva capito bene Obama. Forse aveva capito bene anche il pacifismo e il Papa...” Ma nel 2016 Sofri, volontariamente o meno, ignora che già due anni prima un documento del Massachusetts Institute of Technology dichiarerà scientificamente errate le valutazioni dell’Intelligence americana che avevano frettolosamente attribuito ad Assad l’improbabile attacco al gas nervino (link qui, se non lo rimuove il forum:
). E che la renitenza di Obama forse non era stata tale e che forse Sofri stesso in quelle righe si dimostra più realista del re. Sofri non dubiterà mai sulla veridicità delle prove che di volta in volta vengono presentate dalle intelligence o dalle agenzie occidentali: Le inesistenti armi chimiche di Saddam in Iraq (chieda pure a Blair), le fosse comuni di Srebrenica (mai trovate), i ripetuti attacchi al gas nervino di Assad (chieda al Dr. Piers Robinson, al Prof. Theodore Postol, pluripremiato Professore di Scienza, Tecnologia e Politica di Sicurezza Nazionale al MIT, oppure direttamente ai whistleblowers di OPCW) e le stragi di Gheddafi. “Non chiamatela guerra” diceva Sofri, ma cos’è oggi il Kosovo? E la Libia? Rileggere tutti gli articoli di Sofri sui conflitti dei Balcani, del Nordafrica e del medio oriente fa rabbrividire, perché quasi tutti gli interventi da lui auspicati sono poi avvenuti davvero (fortunatamente la Siria non è stata ancora spianata del tutto), e non hanno avuto quell’effetto igienico che gli articoli si proponevano come unica ed ultima ratio. Cito ancora Catone: …’La “guerra umanitaria” nella primavera del 1999 sganciò tonnellate di bombe, comprese le cluster-bombs33 vietate dalle convenzioni internazionali e proiettili all’uranio impoverito, che provocano danni irreversibili all’ambiente e alle persone per migliaia di anni. Fu distrutto un paese. Nessun obiettivo civile fu risparmiato: bombardate le fabbriche, come la Zastava che produceva automobili, o il complesso chimico e petrolchimico di Pančevo, da cui si sprigionò una nube tossica che stazionò per un mese sul cielo jugoslavo, inquinando aria, terra, falde acquifere.
Furono colpite tutte le vie di comunicazione, strade, ferrovie, i ponti sul Danubio, le cui macerie bloccarono per mesi e mesi la circolazione sul grande, mitico fiume mitteleuropeo. Non furono risparmiati neppure scuole, asili, ospedali, ospizi per anziani; si volle lasciare un intero paese senza luce, come si vantò di fare il comandante delle operazioni belliche, generale Wesley Clark. Si volle privare la popolazione della capacità di sopravvivenza, distruggendo acquedotti e reti fognarie. Indicate come pericolosi centri per la comunicazione strategica, si colpirono, violando ancora una volta il diritto internazionale, ridotto a un fantasma del passato, anche le reti televisive: 16 persone morirono mentre stavano lavorando alla TV di Belgrado.
Si minacciò di riportare con un’escalation di attacchi la Serbia al Medioevo se non si fosse arresa alla NATO. Ci furono anche – o soprattutto? – i cosiddetti “danni collaterali”, o errori, bersagli colpiti involontariamente (o volontariamente? come fu il caso dell’ambasciata cinese): treni zeppi di passeggeri, convogli di profughi in fuga. Gli aerei della NATO furono in azione quasi ininterrottamente per 78 giorni, furono impegnati in 38.400 voli e sganciarono 23.614 bombe, missili Cruise e razzi.
Fu una guerra condotta esclusivamente dall’alto da aerei irraggiungibili – “aerei invisibili”, “guerra celeste”: la “guerra umanitaria” massacrava gli umani, mieteva vittime tra i civili perché non doveva costare un morto ai celesti aggressori. È stato il primo caso della storia militare in cui una guerra fu vinta soltanto con il bombardamento aereo. Le strutture militari serbe in Kosovo ebbero danni relativamente esigui: si scoprì in seguito che la NATO aveva colpito soltanto 14 carri armati, 18 convogli militari e 20 pezzi d’artiglieria. Fu la popolazione, la sua vita, il suo futuro, il bersaglio della “guerra umanitaria”: distrutti 82 ponti, 422 scuole, 48 edifici della sanità, 74 stazioni televisive o trasmettitori, numerose centrali elettriche, fabbriche e strade, per un danno complessivo di 100 miliardi di dollari statunitensi. Più di 7000 uomini furono feriti, più di 2000 civili morirono.
Il Kosovo viene spartito: gli USA si appropriano di mille acri di terra nella municipalità di Uroševac, nel sud della provincia, e vi installano la più grande base militare in Europa, che tra soldati e personale esterno può ospitare fino a 50.000 persone: 25 chilometri di strade, 300 edifici, 14 chilometri di barriere di cemento e 84 chilometri di filo spinato. Il Kosovo esce poi dal raggio di osservazione dei media, che spengono i riflettori, soprattutto dopo che i segni tangibili del presunto genocidio, le famigerate fosse comuni, non si trovano (come le fantastiche “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein, pretesto per l’invasione anglo- americana dell’Iraq nella primavera 2003).
La calda estate del 1999 in Kosovo è stagione di violenze, omicidi, sgozzamenti, rapimenti sotto lo sguardo distratto e indifferente di 50.000 soldati della NATO. 230.000 persone sono costrette ad abbandonare le loro case e a fuggire verso la Serbia, aggiungendosi alle altre centinaia di migliaia di profughi cacciati dalla Bosnia e dalla Croazia nelle precedenti guerre jugoslave. Insieme con le case dei profughi serbi, vengono saccheggiati, devastati, dati alle fiamme i monumenti più significativi della civiltà serbo-ortodossa – chiese e monasteri medievali di raro valore, patrimonio universale dell’umanità secondo l’UNESCO. Ad opera delle bande dell’UÇK, venute a seguito della NATO e legittimate dal capo dell’amministrazione provvisoria dell’ONU Kouchner, che invece del loro disarmo le fa passare armi e bagagli in un corpo militare speciale, il TMK (che anche nel nome si avvicina all’UÇK), si perpetra l’etnocidio: non si tratta soltanto di “ripulire il territorio” dalla presenza di altre popolazioni che lo abitavano da secoli, ma di cancellare ogni traccia, ogni memoria di una loro presenza passata, si tratta di cancellarli dalla storia’.
E poi la Libia, qui Sofri scrive di volere un intervento di quella che lui chiama la “Polizia del mondo”, e anche qui si alzeranno i caccia, primi fra tutti quelli di Sarkozy. La polizia dovrebbe servire a riportare ordine, e comunque non in territorio altrui, ma la Libia oggi è un cumulo di macerie, terra senza legge, di scorrerie, di bande.
L’intellettuale Sofri sembra quindi un eroe ‘mediocremente fallimentare’, per usare le sue parole: della sua rivoluzione sembrano aver fatto le spese solo i lavoratori, che invece di crearsi un loro movimento furono fatti salire sul carro di Lotta Continua per andare da nessuna parte, a disperdersi poi in mille gruppi; dei suoi reportage interventisti restano solo macerie e nazioni fatte a pezzi. Molti dei casus belli a motivo del suo interventismo si sono rivelati delle palle preconfezionate ad uso di una opinione pubblica ingenua che, apparentemente come Sofri, ha abboccato come un pesce all'amo: come le armi chimiche di Saddam, per fermarsi a quello. E poi non sembra esserci un filo, una causa: prima le istanze rivoluzionarie, poi il socialismo interventista, le ‘guerre umanitarie’; non si capisce bene cosa muove Sofri e verso dove. Si può invece, a rovescio, vedere la sua vita come un successo solo considerando Sofri come un asset al servizio di una ipotetica agenda imperialistica, un ordine mondiale da realizzarsi 'in maschera'; osservata così, da questo punto di vista, la direzione di Sofri diventa immediatamente rettilinea e ficcante, acquista finalmente un senso: con la sua finta rivoluzione ha infatti disintegrato e disinnescato una spinta politica dal basso che avrebbe potuto prendere una forma solida fuori da ogni controllo; ha combattuto e screditato i fastidi che si mettevano in mezzo a questa agenda, di volta in volta: gente come Calabresi, Allende, Gheddafi. Con i suoi reportage, inattaccabili (lui era lì, voi no, voi non potete sapere, non potete capire né controbattere: lui era stato nei luoghi, aveva parlato con le persone) ha contribuito alla politica di penetrazione degli Stati Uniti nei Balcani, alla distruzione della Jugoslavia, all’eliminazione di un problema mica da poco come Gheddafi, che oltretutto si trovava proprio al gate dell’immigrazione africana verso l’Europa. Sofri ha cercato in tutti i modi di appoggiare la distruzione della Siria, che insieme a quella dell’Iran è sempre stata nell’agenda dell’intelligence Statunitense e Israeliana. Insomma se si considera Sofri come un vero e proprio agente a supporto e propaganda di un ipotetico ordine mondiale imperialista e orwelliano, la carriera di Adriano Sofri diventa improvvisamente consistente e assume una forma riconoscibile: ogni sforzo è stato compiuto nella stessa direzione, in un percorso, questa volta, lineare e logico: il percorso di qualcuno che ha lavorato duro e che non ha mai tradito la causa. Quale causa?

Nota poscritta - Come è noto i dissidenti antisovietici di Solidarnosc ricevettero finanziamenti sia dalla banca vaticana, lo IOR diretto da monsignor Marcinkus, presunto piduista, che dalla banca della P2, il Banco Ambrosiano diretto dal piduista Calvi, che forse verrà assassinato proprio perché in procinto di rivelare i maneggi di monsignor Marcinkus (Calvi fu impiccato al ponte dei ‘frati neri’). Certo gli americani non erano affatto dispiaciuti (eufemismo) di queste operazioni che sicuramente incoraggiavano (eufemismo, ancora), e i risultati si vedono ancor oggi, infatti, in Europa, i paesi dell’est sono sicuramente i più filo-americani tra tutti. Una volta occidentalizzati i Balcani, il Regno Unito ha vivacchiato nella Comunità Europea giusto il tempo necessario a forzare l’ingresso dei paesi balcanici dentro questa, salvo poi togliere la Regina dal merdaio delle regole comunitarie alla prima occasione con Brexit. Adesso l’Europa Unita può iniziare davvero, bellamente, per gli altri. E’ la Brexit, o meglio: bereshit (parashah), la genesi, l’inizio dell’unione degli stati.
Non è quindi un caso che 'la nuova era', che nasce con la pandemia Covid(דיבוק) e tutto il suo portato di nuova normalità, parta esattamente subito dopo l'uscita ufficiale del Regno Unito dall'Unione Europea del il 31/1/2020, come se Brexit, Bereshit (בְּרֵאשִׁית), fosse davvero il segnale della genesi di un nuovo ordine.

3- Luca Sofri
Prima aveva solo un blog, Wittgenstein, che c’è ancora, e qualcosa alla radio (Condor: curiosamente il nome in codice di un agente CIA nel bel film di Pollack), poi sono stati celebri i vestitini che Ferrara (simpaticamente informatore CIA, amico di famiglia) gli confezionava a Otto e Mezzo, quando co-presentavano il programma, ma diciamo che Sofri Luca entra definitivamente nel mondo dell’informazione, insieme ad altri più o meno quarantenni, nel 2010, quando si verifica quella specie di ricambio generazionale del giornalismo italiano che vede nascere quasi contemporaneamente IlPost e la versione web del Fatto Quotidiano: il rosso e il blu. Il Post nasce infatti il 19 Aprile e la versione web de Il Fatto nasce il 22 Giugno dello stesso anno. Il rosso e il blu sono gli opposti in massoneria (pillola rossa o pillola blu?), e ai poteri occulti piace mettere in campo e gestire gli opposti come nel teatro dei pupi, dove il burattinaio muove contemporaneamente il buono e il cattivo.
Se lasciamo fuori i dinosauri del giornalismo italiano come ‘la Repubblica’, 'il Corriere’, ’la Stampa’ e tutti gli altri che non sono ancora, e forse non lo saranno mai, preparati alla comunicazione in rete, Il Fatto e il Post si prendono tutta la scena ancora abbondantemente libera del web a scansione quotidiana, prendendosi tutta quella fetta di quaranta/cinquantenni che smanettano su internet in cerca di informazioni con un tono e una scrittura meno ingessata e ‘più web’. Il rosso si prende tutta quella fetta di indignati che una volta era la sinistra estrema, e oggi che le coordinate dei meridiani si sono un po’ disciolte è tutto ciò che è a sinistra di Renzi o oltre Renzi (Grillo), e il blu si prende il centro sinistra Renziano e tutta la politica in ‘camicia bianca’ (Renzi, Obama, anche, rido, Guaidò). La destra-destra interessa meno, è meno tecnologica, piuttosto a lato di questa scena.
Luca Sofri segue le orme del padre e facendo finta di tutto lavora sempre per il verso del pelo, se consideriamo la pelliccia tutto quel franchising giornalistico che viene identificato come ‘giornalismo libero e indipendente’ solo nei film di Hollywood tipo Bourne Ultimatum: Guardian, BBC, Washington Post, e NYTimes (quello della campagna TRUTH alla fashion week di New York, per intenderci), e che nella vita reale si identifica meglio con la sigla MSM, che sta per MainStreamMedia. Di fatto ilPost è una specie di corriere dei ragazzi per boomers (ovviamente, Star Wars a manetta: la bibbia a fumetti), che con un giornalismo semplicistico e dal tono vagamente divulgativo, ma affettatamente ‘sui fatti’, offre una visione delle cose preconfezionata e sigillata con un buon packaging (Spiegatabene®), sempre perfettamente in linea con quel franchising di cui sopra.

4- Luca Sofri, le FakeNews®, il giornalismo magico, la causalità geneticamente modificata e gli argomenti ‘vinti’
Bisogna dare atto a Sofri che IlPost, almeno per quanto riguarda il nostro paese, detiene i diritti d’autore del termine FakeNews®, per averne introdotto il concetto nel desolato orizzonte giornalistico italiano per primo e da subito; dal 2010. Le FakeNews® sono, d’altra parte, uno strumento indispensabile ai poteri che si fondano sulla menzogna sistematica, almeno da quando internet ha dato una voce a tutti ed almeno fino a quando (c’è ormai poco) le maglie censorie di google e dei social non si saranno strette a modo. Il controllo dell’informazione prima di internet è stato un lavoro duro ma fattibile, in fondo ogni giornale, ogni network televisivo, ogni casa editrice non è che una piramide della quale basta controllare il vertice, che a cascata farà rispettare le regole tramite la corruzione del denaro e il gioco pavloviano delle gratificazioni e delle frustrazioni. Con internet, almeno all’inizio, non c’era modo di controllare una opinione che arrivava per la prima volta non solo dal basso ma da tutte le direzioni possibili, e c’era una sola via per ristabilire le gerarchie informative ed avere un minimo di controllo su un flusso ingestibile di informazioni non filtrate: trasformare internet in una fogna maleodorante. Inquinare quell’acqua, letteralmente, buttandoci dentro palate di merda. E così è stato fatto. Tutte le cretinate dei terrapiattisti e la stragrande parte dei siti complottisti sono sotto il controllo e l’azione di troll prezzolati che sparano disinformazione a raffica radiale per inquinare internet e trasformare tutto questo in un liquame dal quale è impossibile distinguere informazioni sensate da quelle parzialmente modificate a quelle totalmente false. E questo, oltre a screditare l’informazione indipendente rende automaticamente autorevoli le voci ufficiali, che hanno solo da puntare il dito sulle infinite scemenze della rete per guadagnare crediti di credibilità, anche se poi proprio redazioni come il Post sono la prima manifattura di fabbricazioni giornalistiche tanto imbarazzanti quanto palesemente accrocchiate per la generazione di meme progressisti: la ridicola intervista al black block ‘Sangermano’ (il Conte di Saint Germain non poteva di certo mancare) e le foto dei finti selfie delle turiste asiatiche davanti alle auto bruciate nella settimana delle proteste No Expo (la celeberrima Sfashion week), sono già di per sé il festival del fake e del posticcio da quattro soldi.
La generazione di meme, anche quella apparentemente accidentale, fa parte di tutto quel lavoro subliminale che potremmo chiamare ‘giornalismo magico’, in cui dei contenuti apparentemente neutri si pubblicano perché si possano installare nel cervello dei lettori come concetti in forma larvale, per poi crescere autonomamente e svilupparsi dal di dentro in una forma virale che farà poi strada alle opinioni più articolate che si vogliono far passare per buone. Questa magia simpatica è una pratica di cui si fa abbondantemente uso sul Post del Peraltro (è così che lo chiamano). Il ‘giornalismo magico’ del Post fa spesso uso di notizie scientifiche di tipo genericamente divulgativo che oltre a sembrare semplicemente quello che sono e dare al giornale quell’inconfondibile tono geek, servono come sostegno memetico e mimetico alle tesi che la redazione vuole far passare in sottotraccia. Se, ad esempio, in piena fase #Metoo un paio di articoli della Siviero in fascia scarlatta non si rivelassero abbastanza efficaci alla messa al bando del testosterone (il testosterone è così ribelle e distruttivo), IlPost pubblicherà un innocente articolo naturalistico-divulgativo dal titolo: ‘C’è una specie di pesci che non ha (quasi) bisogno dei maschi’ (
) dove si disquisisce della Poecilia Formosa, una specie di pesce che ha solo esemplari femmina che si riproducono in autonomia, di cui una recente ricerca scientifica illustra i vantaggi evolutivi (RecenteRicercaScientifica®, RecentiStudi® e DiversiStudi® sono marchi depositati).
E’ il ‘giornalismo magico’ (baby) ed è giornalismo magico anche l’articolo sulle pecore dal titolo: ‘Pecorone a chi?’ (
), dove si fa una ode sublime della società del futuro, Testosterone free, facendo finta di parlare di pecore, l’animale simbolo dell’ubbidienza e dell’incapacità di ribellione, rivalutandolo e descrivendolo infatti come l’uomo auspicato di un futuro non molto lontano; quell’uomo, cioè, ‘intelligente, capace di complesse interazioni sociali, di una vasta gamma di sentimenti e di emozioni articolate, omosessuale o asessuale, che vive in una comunità disciplinata, incapace di fuga e ribellione’. La pecora è ‘una figata’, peccato che sembriamo proprio noi. Questi articoli ovviamente provengono tutti dal Guardian, dalla BBC, o dal NYTimes.
Adesso la realtà dei fatti non è stata solo tolta da internet, il media potenzialmente in grado di far venire a galla le verità che si devono tacere, o anche dalla informazione cosiddetta ufficiale, dove la realtà non si nemmeno mai vista, salvo pochi attimi di luce involontaria; ma secondo un piano ben preciso la realtà è stata tolta definitivamente dalla vita stessa, ed i concetti di vero e falso sono stati volontariamente fottuti, via deep fakes, fake news, meme e altre forme di ingegneria per la rimozione e l’inquinamento del vero, diventando sostantivi senza più alcun senso, sostituiti da una narrazione giornalistica, la stessa che scorre come un solo fiume tra le varie testate autorizzate, appunto, mainstream, alla quale viene applicata, da chi la redige, orwellianamente, la targhetta Truth®. E’ narrazione la manifattura di GretaThunberg®, è narrazione la manifattura di Metoo®, è pura narrazione la manifattura dei ribelli moderati, dei Caschi Bianchi, degli osservatori indipendenti come Bellingcat o l’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani; sono pura narrazione i ridicoli trafiletti a fine articolo, che compaiono in tutti i giornali più o meno compromessi con il potere, che dicono cose tipo: ‘…We need your support to keep delivering quality journalism, to maintain our openness and to protect our precious independence…’ Guardian; ‘"La Repubblica si batterà sempre in difesa della libertà di informazione, per i suoi lettori e per tutti coloro che hanno a cuore i principi della democrazia e della convivenza civile” La Repubblica. La stessa Repubblica che si sbarazza poi volentieri di una giornalista vera e fastidiosa come Stefania Maurizi, che ha il torto di voler scrivere di Assange, che ormai è diventato un tabù giornalistico.
Fottere il concetto di verità e disintegrarne il senso, è il lavoro che è stato necessario fare in quel breve momento in cui le informazioni hanno potuto circolare finalmente libere da linee editoriali, caporedattori e direttori appartenenti alle varie iniziazioni. Fake News® è il nome della grande campagna necessaria a sventare il pericolo della verità senza filtri e omissioni, e Luca Sofri si meriterebbe una medaglia al valore per il lavoro svolto sul campo come paladino di questa campagna in Italia. In seguito a questa campagna di delegittimazione di tutte le voci, FakeNews® è diventato il nostro orizzonte degli eventi, una terra desolata dove le uniche voci ritenute credibili sono quelle della filiera Truth®: NYTimes, Guardian, BBC, e le filiali di provincia come IlPost, creando di fatto un circolo di auto-legittimazione che fa sempre riferimento a se stesso, linka se stesso, cita se stesso. Per stare in linea, infatti, in questi anni il Post farà sempre riferimento acritico a fantomatici e ‘indipendenti’ fact checkers da libro dei sogni come il già citato Osservatorio siriano per i diritti umani (Syrian Observatory for Human Rights, in sigla SOHR): nient’altro che il bombastico nome d’arte del signor Rami Abdulrahman, a sua volta nome d’arte di secondo livello del signor Osama Suleiman, ex venditore di mutande, che dalla sua abitazione a Coventry, in Inghilterra, non proprio a due passi da Damasco, documenta i presunti episodi della guerra civile siriana in chiave ribelle e moderata; oppure Bellingcat: un ragazzone dal tweet cazzuto che indaga sui fatti di geopolitica dal divano di casa sua, finanziato dal NED (National Endowment for Democracy, leggasi ‘regime change outlet’), scoprendo di faccende oscure costantemente alla salute dell’impero americano e al detrimento, in genere, di russi, Iran, Assad e via così. Ovviamente c’è un film celebrativo su Bellingcat (non poteva non chiamarsi: ‘Bellingcat: Truth in a Post-Truth World’), pluripremiato, così come c’è un film celebrativo sui Caschi Bianchi, pluripremiato anch’esso (poi qualcuno ha ‘suicidato’ giù da una terrazza il fondatore dei Caschi Bianchi -bianco=buono-, il signor James Le Measurier: agente del MI6, già attivo nei Balcani, con UCK). Con fonti informative come queste, la narrativa Truth® -sempre quella del NYTimes alle sfilate della settimana della moda di New York- è al sicuro. Queste fonti vengono via via legittimate una volta dal NYTimes e l’altra dal Guardian e non vengono più messe in discussione né tantomeno indagate, in quanto certificate Truth®, basta scrivere ‘fonte attendibile’ in un link azzurro che rimanda all’articolo del NYTimes che legittima Bellingcat ed è già Truth®. Ma il vizioso circolo di legittimazione funziona altrettanto bene in delegittimazione o in esclusione, esercitando uno spin passivo che crea volontariamente dei vuoti di informazione. Come scrive Martha Gill sul Guardian 23/6/19 in un articolo dal titolo: -Free speech isn’t under threat. It just suits bigots and boors to suggest so- scrive: ‘Free speech advocates also misunderstand the motivation of those who might want to shut down a debate: they see this as a surefire mark of intolerance. But some debates should be shut down. For public dialogue to make any progress, it is important to recognise when a particular debate has been won and leave it there.’ È fondamentale questa cosa degli argomenti di dibattito ‘vinti’, come scrive la Gill, argomenti, quindi, che bisogna lasciarsi alle spalle perché il dialogo pubblico possa progredire. Sembra una cosa sensata, salvo il fatto che è un circuito chiuso a decidere quali argomenti sono ‘vinti’, quindi battuti, abbattuti e morti e quali sono vincenti e vivi, quindi ancora parte di quel dialogo pubblico che deve ‘andare avanti’. E giornali come il Post, anche per questa pratica di ‘leave it there’ faranno sempre riferimento alle testate della filiera Truth®, dove argomenti fastidiosi o che non devono entrare nella narrazione Truth® vengono liquidati con un link azzurrino ad un articolo all’interno del circuito di legittimazione che li ha precedentemente ‘vinti’. Questo giornalismo insanguato e circolare crea il proprio ambiente Truth® facendo riferimento esclusivamente a se stesso, creando di fatto una verità autocertificata e posticcia che si pone al di fuori dell’orizzonte FakeNews®, ma che di fatto produce FakeNews® per omissione: Assange?, rimosso. Lo scandalo dei rapporti OPCW su Douma?, rimosso. Le reti di controllo cittadino-a-cittadino?: il silenzio è d’oro.
Ci sono poi regole e formule al ‘Post’, che vengono rispettate sempre:
- Quando si scrive di bombardamenti o attacchi Israeliani sulla striscia di Gaza, la formula da usare è sempre ‘in risposta a xxxxx , l’esercito Israeliano ha xxxxx’. Quasi sempre quello che fa Israele è InRisposta® a qualcosa che è stato fatto Da Hamas, che il post definisce obbligatoriamente e sistematicamente per esteso: IlGruppoTerroristicoCheControllaLaStrisciaDiGaza®. Poco importa se Hamas è una creatura di Israele, fondato e ingrassato con i soldi di Israele -cerca ‘BLOWBACK: HOW ISRAEL WENT FROM HELPING CREATE HAMAS TO BOMBING IT’ su The intercept ( link:
), il magazine informativo di Greenwald (Pulitzer): theintercept.com -
E poco importa se poi, nei fatti, IlGruppoTerroristicoCheControllaLaStrisciaDiGaza® in realtà è proprio Israele.
- Al presidente Siriano Assad ci si riferisce sempre come a IlDittatoreBasharAlAssad®, e alla Siria come al RegimeSirianoDiAssad®.
- La teoria della cospirazione che vuole l'elezione di Trump eterodiretta dalla Russia al prezzo di un'auto di lusso, che di fatto deresponsabilizza e autorizza gli Stati Uniti a fare qualsiasi azione illegale, come spostare l'ambasciata a Gerusalemme o applicare sanzioni alla cazzo, tanto è stato Trump, il non-presidente eletto dai russi, non è mai in discussione sul Post, perché il Russiagate è Truth® (notevole che il rapporto finale della commissione del Senato statunitense sul Russiagate sia di 966 pagine -666 sarebbe stato davvero troppo ovvio-) , ma dell'influenza di Israele sulle elezioni americane ed inglesi non si parla. Tantomeno si possono citare i documentari 'The Lobby', 1 e 2, che ne portano la testimonianza (
).




Fine prima parte - Continua


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Avevo uno schema già pronto per la seconda parte di questo thread sui Sofri, cose con le quali avrei voluto spiegare come e perché IlPost è un foglio disinformativo con il quale Luca Sofri cerca di prendervi dialetticamente da dietro mentre vi fa ascoltare ’le canzoni’. Volevo scrivere di cose anche parecchio infami, tipo quando IlPost, che non si occupa quasi mai (mai) di Palestina, pubblicò -8/5/17- l’articolo: ‘Il video di un leader palestinese in sciopero della fame che mangia nella sua cella’, una perla del giornalismo d’indagine del Post; o di quando, non riesco a ricordare il titolo ma lo troverò, scrissero di come Mahmoud Ahmadinejad avesse una pessima igiene personale e addirittura portasse con sé un pessimo odore vagamente caprino (cosa peraltro non facile da smentire per un lettore che non frequenta gli incontri al vertice); o degli articoli sulla morte di Osama Bin Laden dove si raccontava della collezione di video porno che erano stati trovati nel compound del leader di Al Qaeda dai commando americani (anche questa una perla inutile, solo infamante, da prendersi così, come arriva, inverificabile); o degli articoli, oltretutto gli unici sull’affaire Assange, altrettanto eleganti e fondamentali: come quelli sulla lettiera del gatto di Julian e delle presunte macchie di feci sul muro dell’ambasciata equadoriana, sempre per la serie: ‘le grandi inchieste del Post’. Di questo e molto altro avrei voluto parlare. Poi è partito l’Evento: Il CoronaVirus, e adesso c’è del materiale nuovo e altre cose da dire, anche se proprio adesso, più che mai, mi sento sopraffatto da una nausea infinita per tutto ciò che riguarda il virus, i Sofri, il Post, le mascherine, la distanza sociale, i tamponi, Burioni e tutta questa merda.

L’evento Covid19 ha un nome, una roadmap e delle date significative nelle quali può essere identificato e calendarizzato in un codice inconfondibile. Intanto il nome: דיבוק (Qof Beth Daleth, Beth così accentato suona come una V), nel nostro alfabeto suona esattamente 'covid' e si può trascrivere Kubbyd, che in yiddish (si scrive da destra a sinistra) dà Dybbuk = posseduto. Un Dybbuk, nella tradizione ebraica, è uno spirito maligno in grado di possedere gli esseri viventi. Per capire cos'è un Dybbuk potete vedere il prologo al bellissimo film dei Cohen 'A serious man' ( su YouTube: A Serious Man Yiddish dybbuk opening scene). La data simbolica che doveva essere sfruttata e legata all’evento per il suo valore magico e numerologico, come cripto-annunciato dalla copertina di ‘The year in 2020’ dell’Economist, era quella del 02/02/2020: Cit. ’la data più simmetrica mai realizzata. Non è infatti solo simmetrica, ma lo è in entrambe i tipi di numerazione: quelli che premettono il mese e quelli che premettono il giorno.’ ‘l'ultimo precedente anno palindromo ‘universale’ era stato l'11.11.1111, nell'anno che, secondo molti, segna la fondazione dell'ordine templare (attestato dal 1118, ma con data di nascita incerta, e comunque dopo il 1099, presa di Gerusalemme). Il 02/02/2020 ’è il 33° giorno, che divide l'anno in due parti: 33 giorni da un lato, 333 giorni dall’altro’. Una data da sfruttare. Ed è stata sfruttata come ideale starter dell’evento Covid19 nel mondo occidentale, con il goffo annuncio all’amatriciana, in diretta TV dall’Ospedale Spallanzani di Roma, dell’isolamento del Virus ad opera della ricercatrice Francesca Colavita. Titoloni dei giornali: Repubblica: ‘Coronavirus isolato in Italia. "Cure più vicine”, LaStampa: Una speranza dall’Istituto Spallanzani di Roma: “Abbiamo isolato il Coronavirus”, ‘Coronavirus isolato allo Spallanzani: «Cure e vaccino più vicini». Conte: «Sanità italiana tra le migliori» e via così. Molto rumore per nulla, il virus era già stato isolato in Cina e in Australia, già da prima, ed i risultati dello Spallanzani pare che siano rimasti molto interni allo Spallanzani, senza circolare abbastanza nella comunità scientifica. Una data, comunque, da inglobare nell’evento, sicuramente significativa, dove ‘qualcosa’ doveva per forza succedere. Il battesimo del WHO, World Health Organization, all’Evento, la data, cioè, in cui il WHO ha dichiarato ‘Pandemia’ l’evento C19 cade, invece, l’undici Marzo 2020 : l’11/3, data ultra-massonica che in gematria produce un bel 33: il sigillo della massoneria. ‘Cosa nostra’. Qualcuno di ‘loro’ l’ha presa anche un po’ male, Dylan, il Nobel prize, in piena pandemia ha fatto uscire un pezzo dal titolo shakespeariano ‘The Murder most foul’ (l’omicidio più efferato) dove, oltre ai riferimenti all’omicidio Kennedy, fa una lista lunghissima di musicisti per poi dire ‘ if you want to remember you better write down the names’ chiedendo quindi di focalizzare su quella lista per capire il significato della canzone: nella lista ci sono solo artisti americani tranne gli WHO ed i QUEEN, ambedue i gruppi inglesi completamente fuori da ogni contesto. Sembrano proprio far riferimento rispettivamente al World Health Organization (WHO) ed al Corona virus (Queen-Crown-Corona), come a voler dire che se l’omicidio Kennedy è stato un ‘Murder most foul’ cospirativo (‘Zapruder's film I've seen that before / Seen it 33 times, maybe more) quello della pandemia ne è un’altro, ancora più ‘foul’. Ma la fantascientifica nuova era, foriera di Droni polizieschi, DistanzaSociale, NewNormal, Assistenti Civici, controllo Cittadino-a-cittadino, e l’intero corredo distopico orwelliano, non poteva che prendere il via in una data più magica del 02/02/2020, e per di più in Italia (la Cina non è che un prologo ‘dell’altro mondo’): il paese delle strette di mano, degli abbracci, dei baci e del grande romanzo della peste. La nuova era nasce, quindi, annunciata dalla grandissima festa colorata del JehovaBeachParty, con ‘il Jehova nazionale’, l'aedo del quarto reich, a gridare a squarciagola che questo, signore e signori, è: ‘l’inizio di una nuovaa eraaaaaa’. Sembra tutto organizzato, perfino il nostro Ministro della Sanità, investito della carica giusto un paio di mesi prima dell’evento, sembra beffardamente messo lì solo in virtù di un cognome che sarebbe stato come la ciliegina sulla torta: Speranza. C'è anche il premier Conte (Dracula), col ciuffo corvino alla Christopher Lee, visto che il virus è stato indicato provenire da un pipistrello, per dare un taglio dark alla cosa. Per massimizzare la sincronicità, l'8 Marzo (in data 11) muore Max Von Sydow, il cavaliere che nel Settimo Sigillo gioca a scacchi con la morte e partecipa alla danza macabra dei protagonisti, sullo sfondo di un nord Europa devastato dalla peste. Il Grande Evento è partito così, con questa direzione artistica. Del resto Orwell stesso ci aveva dato la chiave per capire la che la data d'inizio della sua distopia sarebbe stata quella del 2020: scrivendo nel 1948 un romanzo che si intitola 1984 ci consegna di fatto la chiave temporale di 36 anni che noi stessi possiamo applicare al titolo della sua fiction per ottenere la data di realizzazione della distopia descritta: l'anno 2020. Curiosamente la chiave per decifrare la vera data è letteralmente un 666 (36 - tre sei). Il giorno e il mese sono contenuti nel valore interno del titolo: 1984, 1+9+8+4=22, 2/2.
Sofri/ilPost, da parte loro, hanno raccontato la pandemia come se avessero dovuto venderne gli effetti al dettaglio, difendendo con il coltello tra i denti il lockdown e tutte le misure più restrittive di questa isteria totalitaria, e adesso stanno raccontando il vaccino che sarà, con un linguaggio di marketing paragonabile solo a quello della Ferrero per i Nutella Biscuits: è buono, sarà difficile da trovare, non sapremo se riusciranno a produrne abbastanza, non ce ne sarà abbastanza per tutti. Sofri e il suo giornale, hanno esaltato la disumanizzazione delle misure profilattiche cercando di normalizzarle come ‘l’ultima figata’; hanno da subito, con una prontezza da far sospettare fossero realmente ‘già pronti’, liquidato le pratiche umane pre-virus come oramai estinte, mettendole frettolosamente sotto una luce che le imbruttisce e mettendo mano direttamente al codice genetico dei gesti più umani e dignitosi: il 22 Marzo il Post se ne esce con un articolo che sembra un requiem: ‘La storia della stretta di mano’ dove ci si inventa una genesi sinistra del gesto di pace più bello e umano indicando che potrebbe essere nato per diffidenza. Ora, si possono girare le cose come si vuole, ma vedere diffidenza nel gesto di offrire la propria mano destra disarmata è un esercizio di stretching del tutto innaturale e inorganico. Il 7 Marzo, già prima del lockdown, sul proprio account, Sofri twitta una foto presa da lui, dove si vedono i milanesi che proverbialmente fanno i milanesi prendendo l’aperitivo sui navigli. Decisamente troppo umano. Il tweet è morbido (mica è fesso Sofri), dice, tipo: ‘navigli al 50%, ma questa e la sponda al sole’; ma le reazioni alla foto ci sono, sono tante e hanno dei toni minacciosi: ‘ci vogliono misure drastiche’, ‘ menefreghisti’, ‘spero che chiunque ci sia in questa foto si sia preso il virus’, ‘ci vogliono gli idranti’ e altre cose così. Poi, in seguito, Luca Sofri scriverà post molto (molto) sdrucciolevoli dove si condanna il fascismo di ritorno di chi addita il comportamento altrui e condannerà altre foto che avranno gli stessi esatti effetti della sua del 7 Marzo. Ma ciò non toglie che la sua foto resterà la prima, proverbiale forma di segnalazione elettronica degli spritz-untori, e lancerà un trend inquietante.
Sofri continuerà poi a fare il cane da guardia del Covid19 facendo uso del solito arsenale logico che ilPost condivide con tutte le altre testate MSM sparse nel globo: logica circolare, character assassination, argomenti fantoccio e tutto il resto: quando, ad esempio, la Dottoressa Judy Mikovits accusa la comunità scientifica di essere corrotta e manipolata, il Post pubblicherà un articolo dove in sostanza si scrive che la Dottoressa Judy Mikovitz non gode di nessuna credibilità all’interno della comunità scientifica (e la logica fa un giro); quando il premio Nobel Luc Montagnier dichiara che il virus è il frutto di una manipolazione in laboratorio, il Post in un articolo dal titolo ‘Le teorie infondate di Luc Montagnier sul Coronavirus’, titolo che in effetti sembra più una chiusa che un titolo, fa notare elegantemente che lo scienziato ha 87 anni. Il 24/3/2020 esce un articolo dal titolo Si muore “con” o “per” il coronavirus? Un articolo del Post dove è molto chiaro l’uso di forzature logiche per far digerire ai lettori un concetto che è un assoluto nonsense. Un pezzo come questo lo si può definire tranquillamente una ’supercazzola’ e viene generalmente pubblicato senza firma. Serve, quando riesce a passare, anche a creare un precedente su cui appoggiarsi in eventuali future dispute sui numeri della pandemia, da utilizzare come link azzurro che nessuno andrà mai a verificare ma che permetterà di rafforzare il concetto con un: ‘di questo abbiamo già parlato’ vedi link. Come ho detto l’articolo è del 24/3/2020 e si intitola: Si muore “con” o “per” il coronavirus? Sottotitolo: È una distinzione che fa spesso il capo della Protezione Civile, ma è probabilmente una cautela comunicativa inutile. Come succede spesso al Post, che è molto assertivo, il titolo è più che esplicito e contiene già in sé la risposta o esprime in toto il concetto di un articolo che in fondo è trascurabile quanto acrobatico. Il concetto è molto semplice: una distinzione che è alla base della statistica medica adesso diventa una ‘cautela comunicativa inutile’. L’articolo dovrebbe quindi spiegare: 1) Perché le basi della statistica sono adesso una ‘cautela comunicativa inutile’, e 2) dovrebbe rispondere all’interrogativo, ovvio, che si genera dall’aver vanificato una prassi statistica a favore di una approssimazione per eccesso che rischia di includere tra i morti di Coronavirus anche chi è stato gettato da una finestra dal quarto piano, se positivo al tampone: c’è il rischio di una sopravvalutazione del numero dei morti per Coronavirus? La risposta dell’articolo sarà: ‘no, Il numero dei morti non viene nascosto, anche se sulla base di diverse segnalazioni (DiverseSegnalazioni®) possiamo dire con certezza che è ampiamente sottostimato’. Come si vede, l’articolo sostituisce il vero argomento: non classificare (classificare significa dividere) può creare una sovrastima? Con l’argomento fantoccio: Ci nascondono i numeri?
Sofri abbaia e morde a difesa del suo lockdown, mentre il padre, sul Foglio di Cerasa, accusa la Svezia di uccidere volontariamente gli anziani (ciò che è stato fatto sistematicamente in questi mesi in tutte le case di cura del mondo. Cerca: ‘Were conditions for high death rates at Care Homes created on purpose?’ Di Rosemary Frei) e si batte per la dignità della mascherina e della distanza con una piccola posta dal titolo: ‘No, la vita con la mascherina non è una sopravvivenza senza dignità’. Sempre a ribadire il concetto dell’inevitabilità del NewNormal®, però con la promessa, dichiarata un po’ da tutti, che ci sarà un NuovoRinascimento®, magari green e sostenibile, e che tutto ciò che era umano, forse lo era anche un po’ troppo: cito Luca Sofri ‘E noialtri racconteremo le cose che facevamo prima a ragazzi giovani increduli o annoiati, o schifati (“vi pigiavate sudati negli stadi ai concerti? Che orrore!”)’.
Il 25 Maggio viene annunciata l’ennesima trovata distopica del governo Conte: gli Assistenti Civici. Ho già scritto un thread su questa cosa anni fa, dal titolo ‘I buoni, I cattivi e il controllo’, sempre su questa sezione del forum, e considero questa faccenda di primaria importanza. Ho seguito con interesse il frettoloso debunking degli esperimenti di Stanford e Milgram che è stato fatto negli ultimi anni, con la consapevolezza che gli esperimenti di Stanford e Milgram venivano, a distanza di molti anni, invalidati e debunkati proprio per preparare il terreno a questa cosa del controllo cittadino-a-cittadino: gli ‘Assistenti Civici’. Un articolo del Post del 16 Giugno 2018 dal titolo ‘Non si può credere all’esperimento della prigione di Stanford’, ha messo gli studi sulle dinamiche della divisione di un gruppo di volontari tra carcerati e secondini, tra gli argomenti ‘vinti’, morti, definendolo «una bugia». Altri si erano già occupati di far fare la stessa sorte al famoso esperimento di Stanley Milgram. Tutti e due gli esperimenti che avevano analizzato le dinamiche fegatose della divisione in ruoli tra buoni e cattivi, controllori e controllati, carcerieri e prigionieri, fatti fuori da Recentistudi®, ridotti ad un link azzurro che dice: debunkati, inservibili. E tutto questo giusto in tempo per poter tirare fuori la ‘nuova normalità’ degli assistenti civici: cittadini (buoni) che controllano altri cittadini (meno buoni). Ma il bello è che il 25 Maggio 2020, quando, come dicevo, viene presentata questa ennesima trovata distopica del governo Conte, esce un articolo del Post dal titolo ‘Chi sono gli Assistenti Civici’ che esordisce così: ‘Si tratta di uno dei primi progetti concreti del governo per gestire la “Fase 2”'. Uno-dei-primi-progetti-concreti. Nessuna analisi sociologica, filosofica, antropologica, non si scomoda Foucault questa volta, niente.
Luca Sofri è il figlio di un ‘rivoluzionario’ che beveva il Cognac con il capo dell’Ufficio Affari Riservati (colui che, probabilmente, stava dietro le quinte nella strage di Piazza Fontana), amico di Giuliano Ferrara, sodale e consigliere di Claudio Martellii (fonte ‘Urano’ del SID), tutte personalità in odore di Servizi Segreti; un ‘rivoluzionario’ che scriveva in un giornale, Lotta Continua, che stampava in Via Dandolo 8, in ‘quella’ tipografia passata poi anche tra le mani di Sindona; un ‘rivoluzionario’ che riceveva finanziamenti che il leader “autonomista” del PSI, Giacomo Mancini, faceva pervenire tramite il petroliere Nino Rovelli. Luca Sofri, adesso è il suo turno, scrive in un giornale che chiede a gran voce il tracciamento elettronico dei cittadini (le tre T), un controllo capillare della società tramite gli ‘Assistenti Civici’ (uno dei ‘primi progetti concreti’), vaccini RNA a tappeto, mascherine in faccia e distanziamento sociale. Il padre e il figlio, da generazioni dalla parte dei buoni, cercano il bene di tutti noi.

Continua, sicuro


Ultima modifica di umbertoeco il Sab Gen 09 2021, 08:18:47, modificato 25 volte in totale
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MessaggioInviato: Gio Mag 28 2020, 17:47:06    Oggetto:  
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Visto che abbiamo parlato anche di Coronavirus e di buoni che vogliono il bene, ne approfitto per aggiungere questa breve nota di Giorgio Agamben, un autore che proprio per quello che ha scritto in questi mesi sulle misure anticontagio, ha dovuto subire il linciaggio verbale da parte dei campioni della pubblicistica italiana:


Vorrei condividere con chi ne ha voglia una domanda su cui ormai da più di un mese non cesso di riflettere. Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia? Le parole che ho usato per formulare questa domanda sono state una per una attentamente valutate. La misura dell’abdicazione ai propri principi etici e politici è, infatti, molto semplice: si tratta di chiedersi qual è il limite oltre il quale non si è disposti a rinunciarvi. Credo che il lettore che si darà la pena di considerare i punti che seguono non potrà non convenire che – senza accorgersene o fingendo di non accorgersene – la soglia che separa l’umanità dalla barbarie è stata oltrepassata.
1) Il primo punto, forse il più grave, concerne i corpi delle persone morte. Come abbiamo potuto accettare, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, che le persone che ci sono care e degli esseri umani in generale non soltanto morissero da soli, ma che – cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi – che i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale?
2) Abbiamo poi accettato senza farci troppi problemi, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di limitare in misura che non era mai avvenuta prima nella storia del paese, nemmeno durante le due guerre mondiali (il coprifuoco durante la guerra era limitato a certe ore) la nostra libertà di movimento. Abbiamo conseguentemente accettato, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di sospendere di fatto i nostri rapporti di amicizia e di amore, perché il nostro prossimo era diventato una possibile fonte di contagio.
3) Questo è potuto avvenire – e qui si tocca la radice del fenomeno – perché abbiamo scisso l’unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita affettiva e culturale dall’altra. Ivan Illich ha mostrato, e David Cayley l’ha qui ricordato di recente, le responsabilità della medicina moderna in questa scissione, che viene data per scontata e che è invece la più grande delle astrazioni. So bene che questa astrazione è stata realizzata dalla scienza moderna attraverso i dispositivi di rianimazione, che possono mantenere un corpo in uno stato di pura vita vegetativa.
Ma se questa condizione si estende al di là dei confini spaziali e temporali che le sono propri, come si sta cercando oggi di fare, e diventa una sorta di principio di comportamento sociale, si cade in contraddizioni da cui non vi è via di uscita.
So che qualcuno si affretterà a rispondere che si tratta di una condizione limitata del tempo, passata la quale tutto ritornerà come prima. È davvero singolare che lo si possa ripetere se non in mala fede, dal momento che le stesse autorità che hanno proclamato l’emergenza non cessano di ricordarci che quando l’emergenza sarà superata, si dovrà continuare a osservare le stesse direttive e che il “distanziamento sociale”, come lo si è chiamato con un significativo eufemismo, sarà il nuovo principio di organizzazione della società. E, in ogni caso, ciò che, in buona o mala fede, si è accettato di subire non potrà essere cancellato.
Non posso, a questo punto, poiché ho accusato le responsabilità di ciascuno di noi, non menzionare le ancora più gravi responsabilità di coloro che avrebbero avuto il compito di vegliare sulla dignità dell’uomo. Innanzitutto la Chiesa, che, facendosi ancella della scienza, che è ormai diventata la vera religione del nostro tempo, ha radicalmente rinnegato i suoi principi più essenziali. La Chiesa, sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati. Ha dimenticato che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede. Un’altra categoria che è venuta meno ai propri compiti è quella dei giuristi. Siamo da tempo abituati all’uso sconsiderato dei decreti di urgenza attraverso i quali di fatto il potere esecutivo si sostituisce a quello legislativo, abolendo quel principio della separazione dei poteri che definisce la democrazia. Ma in questo caso ogni limite è stato superato, e si ha l’impressione che le parole del primo ministro e del capo della protezione civile abbiano, come si diceva per quelle del Führer, immediatamente valore di legge. E non si vede come, esaurito il limite di validità temporale dei decreti di urgenza, le limitazioni della libertà potranno essere, come si annuncia, mantenute. Con quali dispositivi giuridici? Con uno stato di eccezione permanente? È compito dei giuristi verificare che le regole della costituzione siano rispettate, ma i giuristi tacciono. Quare silete iuristae in munere vestro?
So che ci sarà immancabilmente qualcuno che risponderà che il pur grave sacrificio è stato fatto in nome di principi morali. A costoro vorrei ricordare che Eichmann, apparentemente in buon fede, non si stancava di ripetere che aveva fatto quello che aveva fatto secondo coscienza, per obbedire a quelli che riteneva essere i precetti della morale kantiana. Una norma, che affermi che si deve rinunciare al bene per salvare il bene, è altrettanto falsa e contraddittoria di quella che, per proteggere la libertà, impone di rinunciare alla libertà.


13 aprile 2020
Giorgio Agamben
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