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Alfredino Rampi
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italy
MessaggioInviato: Ven Dic 20 2013, 16:27:44    Oggetto:  Alfredino Rampi
Descrizione: Alfredino, non cadde, fu caduto. Forse servì da distrazione mediatica in copertura alla P2
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ALFREDINO FU GETTATO IN QUEL POZZO - La stampa

ROMA La fine di Alfredino Rampi a Vermicino non é dovuta a una disgrazia, ma al disegno di un criminale che ha imbracato il bambino alla vita, lo ha calato nel pozzo con una corda a doppino e lo ha lasciato cadere. La sconvolgente ipotesi non ha ancora il crisma della certezza ma le prove documentali e testimoniali, riscontrate durante il processo contro il titolare che ha costruito il pozzo lasciano poco spazio a possibili errori. La ricostruzione, valida fino ad oggi, secondo la quale Alfredino é scivolato per caso nello stretto cunicolo, si regge su una testimonianza, confusa e contraddittoria: quella di Angelo Licheri, il coraggioso tipografo che si fece calare nel pozzo nel tentativo di salvare il bambino. Ma mercoledì prossimo il pm Giancarlo Armati chiederà la restituzione degli atti processuali. Le sue nuove indagini saranno indirizzate su una nuova ipotesi di reato: l' omicidio premeditato. Come in un giallo imperniato sul delitto perfetto ricapitoliamo, seguendo gli atti processuali, gli episodi così come sono accaduti dopo la morte di Alfredino, rimasto incastrato nello stretto cunicolo a 60 metri di profondità. E' la notte del 13 giugno ' 81, milioni di telespettatori spengono il video alle prime ore del mattino, profondamente amareggiati e delusi. Addolorato é anche il presidente della Repubblica, Pertini, che era corso sul posto nel pomeriggio quando si credeva che il bambino di sei anni potesse essere salvato. Il difficile recupero Il pm Giancarlo Armati, dopo la dichiarazione di morte presunta, ordina che siano immessi nel cunicolo, gas refrigeranti. Il magistrato dovrà, poi, passare l' inchiesta al giudice istruttore. Si scava per alcuni giorni poi viene prelevata una grossa sfera di terreno congelato con all' interno il corpo di Alfredino. La palla di terra e ghiaccio é trasportata all' Istituto di medicina legale dell' Università. Il corpo, pur rimanendo congelato, viene isolato dalla terra, si fotografano le varie fasi e alcuni fotogrammi testimoniano l' esatta posizione di Alfredino dentro il pozzo. Il bambino si trovava nel cunicolo come fosse seduto, con le gambe ritirate a angolo retto in avanti. Il braccio sinistro, piegato anch' esso ad angolo retto, era dietro la schiena, l' altro era libero e la mano sovrastava verticalmente la testa. I medici legali scoprono che sotto la maglietta a righe colorate, a partire dalla pancia, c' é una lunga fettuccia di quelle usate per trasportare gli zaini, divisa in due segmenti uniti con un anello metallico molto largo. In sostanza un' imbracatura robusta e ben sistemata che passa anche sotto il braccio rimasto incastrato. Su questo reperto, i medici legali scattano molte foto, in una di esse si vede distintamente un grosso nodo. Per l' imbracatura viene usato anche un manichino mentre due foto mettono in evidenza una ferita che il bambino aveva sulla testa. Ed é proprio dalla macabra sequenza di queste 62 foto, allineate in un album, che sono nati i primi sospetti sulla vicenda di Vermicino. Il primo interrogativo che si é posto il pm Giancarlo Armati nell' esaminare quei documenti fotografici riguarda il perché i due soccorritori, Licheri e Donato Caruso, non hanno agganciato la corda rossa di soccorso a quell' anello. La risposta più semplice a questo interrogativo l' ha fornita Caruso, sceso dopo Licheri: Non ho visto quell' imbracatura, forse stava nella parte del corpo incastrata o era coperta e sporca dal fango. Se la risposta fosse quella giusta é evidente che Alfredino é finito nel pozzo con quell' imbracatura o meglio, qualcuno lo ha calato nel cunicolo e poi lo ha fatto precipitare in modo che il suo corpo non fosse mai trovato. Il bambino invece rimase incastrato per due giorni a circa 36 metri di profondità poi sprofondò a 60 metri. Tutto semplice? Non é così. La soluzione del giallo ancora presenta un punto da chiarire. Angelo Licheri, il primo che raggiunse Alfredino affermò che quell' imbracatura gli era stata data da uno speleologo prima di scendere nel pozzo di soccorso scavato a due metri dal cunicolo, e che era stato lui ad avvolgere con quella fettuccia il corpo del bambino. Proprio questa testimonianza potrebbe aver portato, finora, gli inquirenti fuori strada. Una versione smentita Al processo, in tribunale la versione data da Licheri é stata smentita da alcuni protagonisti delle operazioni di soccorso, il pm Armati ha ravvisato molte contraddizioni su quanto é stato affermato dal coraggioso tipografo. L' ingegner Elveno Pastorelli, in modo perentorio, ha detto in tribunale che Licheri non aveva quell' attrezzatura quando scese con quella specie di ascensore fino a 3O metri. Non lo avrei mai permesso, ha detto l' ex comandante dei vigili del fuoco, era un' attrezzatura inadatta. Le sequenze televisive gli danno ragione, si vede Licheri che entra nel bidone-ascensore con le braccia alzate e senza alcuna fettuccia. Ha soltanto una benda legata ad un braccio, l' aveva preparata il professor Fava, il sanitario del S. Giovanni che seguì le vicende del bambino e lo aiutò a resistere con latte e bevande mentre era nel cunicolo. La benda, di quelle usate in ospedale, da una parte era fissata al braccio di Licheri, dall' altra aveva un cappio che doveva essere introdotto nel braccio del bambino. Licheri ha eseguito questa operazione, però la benda scivolò. Infatti é stata trovata dai medici legali su una spalla di Alfredino e appare in due foto. Ma l' ingegner Pastorelli afferma un' altra verità, dopo aver visto le foto dell' Istituto di medicina legale. Era impossibile a Licheri o a qualsiasi altra persona realizzare quell' imbracatura all' interno del cunicolo. Il pozzo é largo soltanto 28 centimetri, il soccorritore doveva stringere le spalle, unire le braccia, protese in avanti, per potersi calare. Poteva soltanto far uso di piccoli movimenti delle sole mani e in quelle condizioni é pazzesco pensare che si possa fare una imbracatura. Più drammatico é stato il confronto tra il vigile del fuoco Mario Gonini e Licheri. Gonini che si trovava a 3O metri, nella piccola galleria scavata tra il cunicolo e il pozzo di soccorso, aiutò Licheri a calarsi, gli legò i piedi, fece scendere lentamente davanti a lui la corda rossa di soccorso e un piccolo tubo che portava ossigeno per respirare. Il vigile del fuoco ha sostenuto che Licheri non aveva alcuna fettuccia e quando quest' ultimo insisteva nella sua versione, Gonini ha urlato: Non fare il bambino, dì la verità. Che Licheri non avesse l' imbracatura quando scese nel cunicolo lo ha sostenuto anche lo speleologo Bernabei che era insieme a Gonini. Bernabei e Gonini erano le uniche due persone che si trovavano, sdraiate, nella piccola galleria di raccordo, lunga 2 metri. C' é inoltre un altro elemento che mette in discussione la testimonianza di Licheri. Lo ha fornito lui stesso quando raggiunse Alfredino nel cunicolo. Lo hai preso?, gli chiese il vigile Gonini. Mi scivola.....mi scivola, rispose Licheri. E' evidente che il soccorritore non stava operando su quell' imbracatura, forte e massiccia, che il bambino aveva sul corpo ma tentava di agganciare la mano con la benda. Anche le manette con le quali, l' altro soccorritore, Caruso, tentò di agganciare quella mano, scivolarono é il tentativo fu inutile. Licheri, inoltre, quando risalì non disse a nessuno che aveva imbracato il piccolo e che bastava agganciare la corda rossa all' anello metallico. In questo quadro assume una rilevante importanza il comportamento di Alfredino nei due giorni che visse nel cunicolo. Non parlò mai, durante i colloqui con il vigile Nando, di come era finito in quel pozzo. L' esame delle cose dette dal bambino comporta una sola spiegazione: Alfredino non si era reso conto in quale posto si trovava. Quando venite a salvarmi? chiese a Nando. Il vigile rispose: Abbiamo delle difficoltà, ma verrò presto a prenderti. Alfredino con voce risentita: Ma quale difficoltà! Sfondate la porta e entrate nella stanza buia. Non fece mai il nome di nessuna persona da lui conosciuta ad eccezione di due volte, quando invocò e parlò con la mamma. Un atteggiamento che lascia adito a numerose considerazioni, una, soprattutto, che il piccolo sia stato calato nel pozzo dopo essere stato addormentato. Mercoledì prossimo, il pm Giancarlo Armati pronuncerà la sua requisitoria contro Ubertini, il titolare della ditta che eseguì lo sbancamento del terreno e che potrebbe risultare una persona del tutto estranea a quanto é accaduto. Quella grossa lastra di ferro Due operai hanno testimoniato che l' imboccatura del pozzo era stata da loro chiusa con una grossa lastra di ferro, quest' ultima coperta con grosse pietre e con due palanche di legno. Un altro elemento che prova che il bambino non era in grado di aprire l' imboccatura del pozzo. Il pm chiederà che tutti gli atti del processo siano restituiti al suo ufficio per un supplemento di indagini. Questa volta l' ipotesi di reato é quella di omicidio premeditato. La pubblica accusa nelle udienze scorse aveva chiesto il confronto simultaneo dei quattro personaggi più importanti della vicenda: Licheri, Pastorelli, il vigile Gonini e lo speleologo Bernabei. Inoltre aveva chiesto che a Licheri fosse mostrato il filmato nel quale si vede il tipografo che scende nel pozzo di soccorso con la benda di salvataggio, legata al braccio, senza quell' imbracatura trovata sul corpo del bambino. Queste richieste non sono state accettate dal tribunale perché il processo riguarda solo l' imputato Ubertini. E' evidente che il pm effettuerà per suo conto quanto aveva richiesto al tribunale, non appena gli saranno restituiti gli atti processuali. Un certo interesse del magistrato si é indirizzato anche sulla ferita che aveva in testa il bambino. Esaminando le fotografie del corpo congelato di Alfredino, si notò una fettuccia che lo avvolgeva; durante l'interrogatorio di Angelo Licheri, il volontario disse che era stato lui a metterla ad Alfredino quando si era calato per il tentativo di salvataggio. Questa tesi fu però contestata dai Vigili del Fuoco, i quali sostennero che una simile imbracatura non poteva assolutamente esser stata assicurata al corpo del bambino nel ristrettissimo spazio disponibile dentro il pozzo artesiano. Fu allora ascoltato il caposquadra del soccorso speleologico del Club Alpino Italiano (CAI) Tullio Bernabei, il quale riconobbe la fettuccia come appartenente al gruppo di speleologi e dichiarò, come tutti gli altri soccorritori, che era la stessa utilizzata nel tentativo di salvataggio di Alfredino.Durante le indagini vennero interpellati i costruttori del pozzo, i quali affermarono che, data la complessità della sua apertura, era praticamente impossibile che un bambino vi fosse caduto accidentalmente. Vi furono però versioni discordanti riguardo al diametro del pozzo all'imboccatura, considerato che i primi volontari vi si erano calati senza troppa difficoltà. I costruttori in seguito cambiarono versione riguardo alla copertura del pozzo, cosicché non si poté risalire a eventuali responsabilità per il fatto di averlo lasciato aperto.Ad aumentare il mistero furono le stesse parole pronunciate dal piccolo Alfredo in quelle ore di agonia: il bambino non aveva la benché minima idea di dove si trovasse e nemmeno di come vi fosse capitato, e riteneva di agevole esecuzione il suo salvataggio ("sfondate la porta ed entrate nella stanza buia"). La poca lucidità data dalla mancanza di ossigeno e dalla permanenza prolungata nel pozzo potrebbero però spiegare questa incongruenza.Il sostituto procuratore della Repubblica Giancarlo Armati formulò l'ipotesi che Alfredino non fosse caduto accidentalmente nel pozzo, ma vi fosse stato calato - dopo essere stato addormentato - utilizzando l'imbracatura trovata sul suo corpo[18]; le indagini da lui condotte, tuttavia, non consentirono di raccogliere prove univoche sufficienti per suffragare tale ipotesi di reato, cosicché lo stesso pubblico ministero chiese l'archiviazione.Quanto al "cui prodest" di un eventuale omicidio doloso con premeditazione, taluni ipotizzarono addirittura che la lunga agonia di Alfredino, oggetto di una copertura mediatica senza precedenti in Italia, potesse essere servita a sviare l'attenzione dell'opinione pubblica da notizie di particolare rilievo politico (quali la scoperta, in quegli stessi giorni, dei primi elenchi degli iscritti alla loggia massonica segreta P2) in un difficile momento di transizione per il Paese.
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MessaggioInviato: Ven Dic 20 2013, 16:27:44    Oggetto: Adv






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