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Sul risorgimento italiano - la lunga mano inglese ...
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Stefania Nicoletti

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MessaggioInviato: Mer Mar 16 2011, 18:19:30    Oggetto:  
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Riporto un articolo che avevo pubblicato sul forum quasi due anni fa (http://poteriocculti.mastertopforum.biz/la-massoneria-britannica-e-l-impresa-dei-mille-vt1081.html), dato che questo topic è diventato una sorta di raccolta di articoli sul Risorgimento e soprattutto sulle influenze massoniche e inglesi, ed è più completo e comodo da consultare.
Buon 17 marzo! Very Happy


La massoneria britannica e l'impresa dei Mille

Articolo pubblicato da Il Giornale: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=363990

sabato 04 luglio 2009, 18:22


Un finanziamento della massoneria britannica dietro l'avventura dei Mille

di Gian Maria De Francesco

La conquista degli Stati che componevano la Penisola italiana e, in particolare, del ricco Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia non fu solo dettata dall'esigenza di rientrare dall'esposizione nei confronti di Banque Rothschild che aveva già investito parecchio nelle avventure belliche piemontesi. Nella spedizione dei Mille il ruolo della massoneria inglese fu determinante con un finanziamento di tre milioni di franchi ed il monitoraggio costante dell'impresa.
A rivelare il particolare non trascurabile è stata la Massoneria di rito scozzese, dell'Obbedienza di Piazza del Gesù, che ha ricordato la data di nascita (4 luglio 1807) del nizzardo Garibaldi in una conferenza stampa ed un convegno alla presenza del Gran Maestro Luigi Pruneti e del Gran Maestro del Grande Oriente di Francia, Pierre Lambicchi.
«Il finanziamento - ha detto il professor Aldo Mola, docente di storia contemporanea all'Università di Milano e storico della massoneria e del Risorgimento - proveniva da un fondo di presbiteriani scozzesi e gli fu erogato con l'impegno di non fermarsi a Napoli, ma di arrivare a Roma per eliminare lo Stato pontificio».
Tutta la spedizione garibaldina, ha aggiunto il professor Mola, «fu monitorata dalla massoneria britannica che aveva l'obbiettivo storico di eliminare il potere temporale dei Papi ed anche gli Stati Uniti, che non avevano rapporti diplomatici con il Vaticano, diedero il loro sostegno».
I fondi della massoneria inglese, secondo lo storico, servirono a Garibaldi per acquistare a Genova i fucili di precisione, senza i quali non avrebbe potuto affrontare l'esercito borbonico, «che non era l'esercito di Pulcinella, ma un'armata ben organizzata».
Senza quei fucili, Garibaldi avrebbe fatto la fine di Carlo Pisacane e dei fratelli Bandiera, i rivoltosi che la monarchia napoletana giustiziò nella prima metà dell'Ottocento. «La sua appartenenza alla massoneria - ha sottolineato Mola - garantì a Garibaldi l'appoggio della stampa internazionale, soprattutto quella inglese, che mise al suo fianco diversi corrispondenti, contribuendo a crearne il mito, e di scrittori come Alexandre Dumas, che ne esaltarono le gesta».
Al «fratello Garibaldi» ha reso omaggio con un «evviva» il Gran Maestro del Grande Oriente di Francia.

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Stefania Nicoletti

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MessaggioInviato: Mer Mar 16 2011, 18:51:06    Oggetto:  
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Cesare Lombroso: http://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Lombroso






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MessaggioInviato: Mer Mar 16 2011, 19:04:19    Oggetto:  
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IL RISORGIMENTO NASCOSTO

DI PINO APRILE


Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni.

E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, come i marines in Iraq.

Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico; o come i marocchini delle truppe francesi, in Ciociaria, nell’invasione, da Sud, per redimere l’Italia dal fascismo (ogni volta che viene liberato, il Mezzogiorno ci rimette qualcosa).

Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma.

E che praticarono la tortura, come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile. Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un deputato ex garibaldino paragonò la ferocia e le stragi piemontesi al Sud a quelle di «Tamerlano, Gengis Khan e Attila».

Un altro preferì tacere «rivelazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire».

E Garibaldi parlò di «cose da cloaca». Né che si incarcerarono i meridionali senza accusa, senza processo e senza condanna, come è accaduto con gl’islamici a Guantánamo. Lì qualche centinaio, terroristi per definizione, perché musulmani; da noi centinaia di migliaia, briganti per definizione, perché meridionali. E, se bambini, briganti precoci; se donne, brigantesse o mogli, figlie, di briganti; o consanguinei di briganti (sino al terzo grado di parentela); o persino solo paesani o sospetti tali. Tutto a norma di legge, si capisce, come in Sudafrica, con l’apartheid.

Io credevo che i briganti fossero proprio briganti, non anche ex soldati borbonici e patrioti alla guerriglia per difendere il proprio paese invaso.

Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con fucilazioni in massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e colonne di decine di migliaia di profughi in marcia.

Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li squagliavano nella calce), come nell’Unione Sovietica di Stalin.

Ignoravo che il ministero degli Esteri dell’Italia unita cercò per anni «una landa desolata», fra Patagonia, Borneo e altri sperduti lidi, per deportarvi i meridionali e annientarli lontano da occhi indiscreti.

Né sapevo che i fratelli d’Italia arrivati dal Nord svuotarono le ricche banche meridionali, regge, musei, case private (rubando persino le posate), per pagare i debiti del Piemonte e costituire immensi patrimoni privati.

E mai avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi di galera.

Non sapevo che, a Italia così unificata, imposero una tassa aggiuntiva ai meridionali, per pagare le spese della guerra di conquista del Sud, fatta senza nemmeno dichiararla.

Ignoravo che l’occupazione del Regno delle Due Sicilie fosse stata decisa, progettata, protetta da Inghilterra e Francia, e parzialmente finanziata dalla massoneria (detto da Garibaldi, sino al gran maestro Armando Corona, nel 1988).

Né sapevo che il Regno delle Due Sicilie fosse, fino al momento dell’aggressione, uno dei paesi più industrializzati del mondo (terzo, dopo Inghilterra e Francia, prima di essere invaso).

E non c’era la “burocrazia borbonica”, intesa quale caotica e inefficiente: lo specialista inviato da Cavour nelle Due Sicilie, per rimettervi ordine, riferì di un «mirabile organismo finanziario» e propose di copiarla, in una relazione che è «una lode sincera e continua». Mentre «il modello che presiede alla nostra amministrazione», dal 1861, «è quello franco-napoleonico, la cui versione sabauda è stata modulata dall’unità in avanti in adesione a una miriade di pressioni localistiche e corporative» (Marco Meriggi, Breve storia dell’Italia settentrionale).

Ignoravo che lo stato unitario tassò ferocemente i milioni di disperati meridionali che emigravano in America, per assistere economicamente gli armatori delle navi che li trasportavano e i settentrionali che andavano a “far la stagione”, per qualche mese in Svizzera.

Non potevo immaginare che l’Italia unita facesse pagare più tasse a chi stentava e moriva di malaria nelle caverne dei Sassi di Matera, rispetto ai proprietari delle ville sul lago di Como.

Avevo già esperienza delle ferrovie peggiori al Sud che al Nord, ma non che, alle soglie del 2000, col resto d’Italia percorso da treni ad alta velocità, il Mezzogiorno avesse quasi mille chilometri di ferrovia in meno che prima della Seconda guerra mondiale (7.958 contro 8.871), quasi sempre ancora a binario unico e con gran parte della rete non elettrificata.

Come potevo immaginare che stessimo così male, nell’inferno dei Borbone, che per obbligarci a entrare nel paradiso portatoci dai piemontesi ci vollero orribili rappresaglie, stragi, una dozzina di anni di combattimenti, leggi speciali, stati d’assedio, lager? E che, quando riuscirono a farci smettere di preferire la morte al loro paradiso, scegliemmo piuttosto di emigrare a milioni (e non era mai successo)? Ignoravo che avrei dovuto studiare il francese, per apprendere di essere italiano: «Le Royaume d’Italie est aujourd’hui un fait» annunciò Cavour al Senato. «Le Roi notre auguste Souverain prend pour lui-même et pour ses successeurs le titre de Roi d’Italie.»

Credevo al Giosue Carducci delle Letture del Risorgimento italiano: «Né mai unità di nazione fu fatta per aspirazione di più grandi e pure intelligenze, né con sacrifici di più nobili e sante anime, né con maggior libero consentimento di tutte le parti sane del popolo». Affermazione riportata in apertura del libro (Il Risorgimento italiano) distribuito gratuitamente dai Centri di Lettura e Informazione a cura del ministero della Pubblica Istruzione Direzione Generale per l’Educazione Popolare, dal 1964. Il curatore, Alberto M. Ghisalberti, avverte che, «a un secolo di distanza (…), la revisione critica operata dagli storici possa suggerire interpretazioni diversamente meditate (…) della più complessa realtà del “libero consentimento” al quale si riferisce il poeta». Chi sa, capisce; chi non sa, continua a non capire.

Scoprirò poi che Carducci, privatamente, scriveva: «A Lei pare una bella cosa questa Italia?»; tanto che, per lui, evitare di parlarne «può anche essere opera di carità». (Storia d’Italia, Einaudi).

Io avevo sempre creduto ai libri di storia, alla leggenda di Garibaldi.

Non sapevo nemmeno di essere meridionale, nel senso che non avevo mai attribuito alcun valore, positivo o negativo, al fatto di essere nato più a Sud o più a Nord di un altro. Mi ritenevo solo fortunato a essere nato italiano. E fra gl’italiani più fortunati, perché vivevo sul mare.

A mano a mano che scoprivo queste cose, ne parlavo. Io stupito; gli ascoltatori increduli. Poi, io furioso; gli ascoltatori seccati: esagerazioni, invenzioni e, se vere, cose vecchie. E mi accorsi che diventavo meridionale, perché, stupidamente, maturavo orgoglio per la geografia di cui, altrettanto stupidamente, Bossi e complici volevano che mi vergognassi.

Loro che usano “italiano” come un insulto e abitano la parte della penisola che fu denominata “Italia”, quando Roma riorganizzò l’impero (quella meridionale venne chiamata “Apulia”, dal nome della mia regione. Ma la prima “Italia” della storia fu un pezzo di Calabria sul Tirreno).

Si è scritto tanto sul Sud, ma non sembra sia servito a molto, perché «ogni battaglia contro pregiudizi universalmente condivisi è una battaglia persa» dice Nicholas Humphrey (Una storia della mente). «Perché non riprendi una delle tante pubblicazioni meridionaliste di venti, trent’anni fa, e la ristampi tale e quale? Chi si accorgerebbe che del tempo è passato, inutilmente?» suggeriva ottant’anni fa a Piero Gobetti, Tommaso Fiore che poi, per fortuna, scrisse Un popolo di formiche. E oggi, un economista indomito, Gianfranco Viesti (Abolire il Mezzogiorno), allarga le braccia: «Parlare di Mezzogiorno significa parlare del già detto, e del già fallito».

Perché tale stato di cose è utile alla parte più forte del paese, anche se si presenta con due nomi diversi: “Questione meridionale”, ovvero dell’aspirazione del Sud a uscire dalla subalternità impostagli; e “Questione settentrionale”, di recente conio, ovvero della volontà del Nord di mantenere la subalternità del Sud e il redditizio vantaggio di potere conquistato con le armi e una legislazione squilibrata.

Dopo centocinquant’anni, questo sistema rischia di spezzare il paese. Si sa; e si finge di non saperlo, perché troppi sono gl’interessi che se ne nutrono.

Così, accade che la verità venga scritta, ma non sia letta; e se letta, non creduta; e se creduta, non presa in considerazione; e se presa in considerazione, non tanto da cambiare i comportamenti, da indurre ad agire “di conseguenza”.

Dal libro “Terroni” di Pino Aprile (Edizioni Piemme, 2010)

Visto su: http://blogghete.blog.dada.net/


http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=7015

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16-03-11

150* UNITA': RAFFI(GOI), NOTTE DEL 17 ACCENDEREMO LE TRE LUCI SACRE

(ASCA) - Roma, 16 mar - Per l'intera notte del 17 marzo, in tutte le Logge massoniche del Grande Oriente d'Italia rimarranno accese le ''Tre Luci sacre della Bellezza, della Forza e della Sapienza''.

A dare l'annuncio e' Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia (Goi), che sottolinea come l'iniziativa rappresenti nel rituale massonico un ''preciso messaggio di un rinnovato impegno etico e sociale, in ogni campo d'azione, contro una dolorosa poverta' di idee e di scelte e una crisi morale che trasforma tutto in fiction o in dramma''.

''Insieme alle iniziative che il Grande Oriente ha messo in campo per le celebrazioni -aggiunge Raffi- questo pensiero simbolico vuole essere un sicuro segno di speranza che invita i cittadini alla comunione e al progetto, vegliando sulla nostra amata Italia.

Le Luci che portiamo nel cuore facciano strada a un nuovo Risorgimento della Ragione, per per superare l'incompiuto illuminando le coscienze degli italiani per le battaglie di liberta' che ci attendono''. ''La Massoneria -conclude Raffi- e' forza morale e lievito per la societa': dara' il proprio contributo di pensiero e di azione per un nuovo racconto identitario. Dopo 150 anni, per restare insieme''.

http://www.asca.it/news-150*_UNITA___RAFFI(GOI)__NOTTE_DEL_17_ACCENDEREMO_LE_TRE_LUCI_SACRE-999529-ORA-.html

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MessaggioInviato: Gio Mar 17 2011, 03:42:34    Oggetto:  
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Mi sembra che i compagni "sudisti" abbiano una sola rivendicazione: siamo "sudisti"!

E' dal dopoguerra che la Sicilia è autonoma: si ricorda qualcosa da questo?

Rivendicazioni borboniche: tutti contenti sotto il giogo imperiale.

Non capisco a cosa mirano queste persone se non all'attuazione del piano Gelli-Andreotti di una divisione dell'ITALIA in tre macroregioni ---> Lega Papa Mafia ---> padania stato della chiesa latifondo

Mi chiedo quando le milizie clericofasciste massacravano a Portella della Ginestra questi neoborboni dove erano? dalla parte della mitraglia ...
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MessaggioInviato: Gio Mar 17 2011, 13:37:16    Oggetto:  
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UNITA' D'ITALIA
Messaggio del Papa a Napolitano
"Fondamentale il contributo cattolico"

Benedetto XVI sottolinea "l'apporto di pensiero" dei credenti "alla formazione dello Stato unitario". "La conciliazione doveva avvenire fra le istituzioni, non nel corpo sociale dove fede e cittadinanza non erano in conflitto"



ROMA - Il cattolicesimo è solida base dell'unità del Paese. Questo il senso del messaggio del Papa per il 150mo anniversario dell'Italia unita. Messaggio che il segretario di Stato, cardinal Tarcisio Bertone, ha consegnato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

"Per ragioni storiche, culturali e politiche complesse - scrive Benedetto XVI - il Risorgimento è passato come un moto contrario alla Chiesa, al cattolicesimo, talora anche alla religione in generale. Senza negare il ruolo di tradizioni di pensiero diverse, alcune marcate da venature giurisdizionaliste o laiciste, non si può sottacere l'apporto di pensiero - e talora di azione - dei cattolici alla formazione dello stato unitario". E ancora: "La costruzione politico-istituzionale dello Stato unitario coinvolse diverse personalità del mondo politico, diplomatico e militare, tra cui anche esponenti del mondo cattolico".

Quindi papa Ratzinger prosegue nella sua analisi storica: "Questo processo in quanto dovette inevitabilmente misurarsi col problema della sovranità temporale dei papi (ma anche perché portava ad estendere ai territori via via acquisiti una legislazione in materia ecclesiastica di orientamento fortemente laicista), ebbe effetti dilaceranti nella coscienza individuale e collettiva dei cattolici italiani, divisi tra gli opposti sentimenti di fedeltà nascenti dalla cittadinanza da un lato e dall'appartenenza ecclesiale dall'altro. Ma si deve riconoscere che, se fu il processo di unificazione politico-istituzionale a produrre quel conflitto tra stato e chiesa che è passato alla storia col nome di 'questione romana', suscitando di conseguenza l'aspettativa di una formale 'conciliazione', nessun conflitto si verificò nel corpo sociale, segnato da una profonda amicizia tra comunità civile e comunità ecclesiale". Ne consegue che "in definitiva la conciliazione doveva avvenire fra le istituzioni, non nel corpo sociale, dove fede e cittadinanza non erano in conflitto. Anche negli anni della dilacerazione i cattolici hanno lavorato all'unità del Paese".

"Il Cristianesimo ha contribuito in maniera fondamentale alla costruzione dell'identità italiana attraverso l'opera della Chiesa, delle sue istituzioni educative ed assistenziali, fissando modelli di comportamento, configurazioni istituzionali, rapporti sociali, ma anche mediante una ricchissima attività artistica: la letteratura, la pittura, la scultura, l'architettura, la musica", scrive Benedetto XVI. Il Papa cita Dante, Giotto, Petrarca, Michelangelo, Raffaello, Pierluigi da Palestrina, Caravaggio, Scarlatti, Bernini e Borromini e prosegue: "Sono solo alcuni nomi di una filiera di grandi artisti che, nei secoli, hanno dato un apporto fondamentale alla formazione dell'identità italiana". Per il Pontefice, "anche le esperienze di santità, che numerose hanno costellato la storia dell'Italia, contribuirono fortemente a costruire tale identità, non solo sotto lo specifico profilo di una peculiare realizzazione del messaggio evangelico, che ha marcato nel tempo l'esperienza religiosa e la spiritualità degli italiani (si pensi alle grandi e molteplici espressioni della pietà popolare), ma pure sotto il profilo culturale e persino politico". E così, aggiunge Ratzinger, "San Francesco di Assisi, si segnala anche per il contributo a forgiare la lingua nazionale; santa Caterina da Siena offre, seppure semplice popolana, uno stimolo formidabile alla elaborazione di un pensiero politico e giuridico italiano".


http://www.repubblica.it/politica/2011/03/16/news/unita_italia_16_marzo-13674270/


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MessaggioInviato: Gio Mar 17 2011, 13:41:52    Oggetto:  
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Alcune informazioni aggiuntive sull'Unità d'Italia e i Rothschild:

http://www.facebook.com/notes/renzo-minari/150-anni-di-dittatura-rothschild/10150123638708967


150 ANNI DI DITTATURA ROTHSCHILD


L'Italia è una creazione dei Rothschild!

Queste letture, per iniziare, dovrebbero rendere l'idea:
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PER I BANCHIERI DEI RE UN' AVVENTURA DI QUATTRO SECOLI

In una lettera alla sorella di Luigi Filippo, Talleyrand, allora ambasciatore a Londra, scrisse il... 15 ottobre 1830: "Il ministero britanni...co è sempre messo al corrente di tutto da Rothschild da dieci a dodici ore prima dei dispacci di Lord Stuart (l' ambasciatore a Parigi). Le loro navi non imbarcano passeggeri e salpano con qualsiasi tempo". I Rothschild non si fanno scrupoli, combattono senza mezze misure chi minaccia di intaccare il loro potere e non si lasciano fermare nemmeno dalle guerre, anzi le loro capacità sono tali che riescono ad essere al contempo i banchieri di Cavour e di Metternich e la loro spregiudicatezza è pari alla loro abilità."
fonte:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1987/02/20/per-banchieri-dei-re-un-avventura-di.html

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Il Vaticano allo sportello della banca Rothschild

Nel 1831 Cavour indebitò il Piemonte con James de Rothschild, per pagar i debiti si fece aiutare da Carlo de Rothschild con ulteriori prestiti di 180 mila scudi l'anno. In questo modo il Piemonte e Cavour furono presto nelle mani dei Rothschild. Questo fù un primo passo fondamentale per arrivare all' unione dell' Italia con la forza e decisa dai Rothschild stessi attraverso i "burattini" Garibaldi, Cavour, Mazzini, Bixio, etc.
fonte:
Daniela Felisini, «Le finanze pontificie e i Rothschild», Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1991

http://www.disinformazione.it/vaticano.htm

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La questione meridionale rimane irrisolta

Dopo l’impresa di Garibaldi,
la quasi totalità della ricchezza «napoletana» andò al Piemonte, e Camillo Benso Conte di Cavour poté saldare i suoi enormi debiti con i
Rothschild.

fonte:
http://www.ilgiornale.it/pag_pdf.php?ID=12921

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Un finanziamento della massoneria britannica dietro l'avventura dei Mille

La conquista degli Stati che componevano la Penisola italiana e, in particolare, del ricco Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia non fu solo dettata dall'esigenza di rientrare dall'esposizione nei confronti di Banque Rothschild che aveva già investito parecchio nelle avventure belliche piemontesi. Nella spedizione dei Mille il ruolo della massoneria inglese fu determinante con un finanziamento di tre milioni di franchi ed il monitoraggio costante dell'impresa.

fonte:
http://www.ilgiornale.it/cultura/un_finanziamento_massoneria_britannica_dietro_avventura_mille/storia-storia-garibaldi-savoia-mille-massoneria-rothschild/04-07-2009/articolo-id=363990-page=0-comments=1

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Le lettere di Mazzini a Pike (un noto satanista), ecco una frase emblematica:

Il 15 agosto 1871 Pike disse a Mazzini che alla fine della Terza Guerra Mondiale coloro che aspirano al Governo Mondiale provocheranno il più grande cataclisma sociale mai visto.

http://www.nexusedizioni.it/apri/Argomenti/Geopolitica/LA-CORRISPONDENZA-MAZZINI-PIKE-DEL-1870/

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Savoia a bolletta salvato dai Rothschild

Giornali e televisioni ogni tanto ci dicono che il popolo italiano ha un mostruoso debito pubblico, ma nessuno ci dice verso chi siamo debitori. Apparentemente la cosa non è semplice da spiegare, in effetti la spiegazione è semplicissima: è soltanto una truffa, una grande truffa.

Nel 1849 si costituiva in Piemonte la Banca Nazionale degli Stati Sardi, di proprietà privata.
L'interessato Cavour che aveva infatti propri interessi in quella banca; impose al parlamento savoiardo di affidare a tale istituzione compiti di tesoreria dello Stato. Si ebbe, quindi, una banca privata che emetteva e gestiva denaro dello Stato! A quei tempi l'emissione di carta moneta veniva fatta solo dal piemonte, al contrario il Banco delle Due Sicilie emetteva monete d'oro e d'argento. La carta moneta del Piemonte aveva anch'essa una riserva d'oro (circa 20 milioni), ma il rapporto era che ogni tre lire di carta valevano una lira d'oro. Il fatto è che, per le continue guerre che i savoiardi facevano, quel simulacro di convertibilità in oro andò a farsi benedire, sicché ancor prima del 1861 la carta moneta piemontese era diventata carta straccia per l'emissione incontrollata che se ne fece.

http://www.disinformazione.it/savoiaebolletta.htm

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