Indice del forum

Poteri occulti

Sito per discutere di misteri italiani, massonerie, mafie, e altro.

PortalPortale  blogBlog  AlbumAlbum  Gruppi utentiGruppi utenti  Lista degli utentiLista degli utenti  GBGuestbook  Pannello UtentePannello Utente  RegistratiRegistrati 
 FlashChatFlashChat  FAQFAQ  CercaCerca  Messaggi PrivatiMessaggi Privati  StatisticheStatistiche  LinksLinks  LoginLogin 
 CalendarioCalendario  DownloadsDownloads  Commenti karmaCommenti karma  TopListTopList  Topics recentiTopics recenti  Vota ForumVota Forum

COSA FU VERAMENTE IL FASCISMO
Utenti che stanno guardando questo topic:0 Registrati,0 Nascosti e 0 Ospiti
Utenti registrati: Nessuno

Vai a pagina Precedente  1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8  Successivo
 
Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> Vicende personali
PrecedenteInvia Email a un amico.Utenti che hanno visualizzato questo argomentoSalva questo topic come file txtVersione stampabileMessaggi PrivatiSuccessivo
Autore Messaggio
Anonymous
















MessaggioInviato: Mer Set 14 2011, 19:43:06    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Citazione:
Finora non ero proprio sicuro se c eri o ci facevi ma dopo questa non ho più dubbi.Ci sei eccome.Che bisogno c è di indicare specificatamente la massoneria quando è chiaro che è compresa fra le associazioni segrete?Se questo è il tuo modo di pensare sei messo proprio male.Non ho deciso nulla in quel topic,tranne che non continuare la discussione con chi scrive senza pensare.Curati.


Visto che è ovvio, perchè non ti fai un giretto e chiedi ai passanti se sanno cosa è la Massoneria? Perchè sai, se una cosa non viene menzoniata, automaticamente non esiste. La vicenda della mafia dovrebbe farti riflettere. Comunque in tal caso siamo in 2 a doverci curare, dato che l'articolo non è mio, ma della moderatrice del forum su cui scrivi. Ma capisco che per chi come te "non ha tempo da perdere a leggere gli interventi altrui", diventa assai complesso leggere la firma dell'articolo. Meglio impiegarlo spolverando i mezzi busti del duce... Rolling Eyes
Torna in cima
Adv



MessaggioInviato: Mer Set 14 2011, 19:43:06    Oggetto: Adv






Torna in cima
Anonymous
















MessaggioInviato: Ven Set 16 2011, 18:39:24    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

lucius ha scritto:
Che bisogno c è di indicare specificatamente la massoneria quando è chiaro che è compresa fra le associazioni segrete?


Dimenticavo una cosa fondamentale. La Massoneria non è una società segreta, bensì un ordine iniziatico a carattere esoterico, tant'è che hanno statuti e siti web di pubblico dominio. Cerchiamo di informarci prima di parlare...
Torna in cima
julia
Attualmente bannato

Apprendista
Apprendista


Iscritti



Registrato: 20/06/11 17:31
Messaggi: 58
julia is offline 






germany
MessaggioInviato: Sab Set 17 2011, 17:05:00    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

DISCORSO DEL DUCE ALLA CAMERA NEL 1925

Signori!
Il discorso che sto per pronunziare dinanzi a voi forse non potrà essere, a rigor di termini, classificato come un discorso parlamentare.
Può darsi che alla fine qualcuno di voi trovi che questo discorso si riallaccia, sia pure attraverso il varco del tempo trascorso, a quello che io pronunciai in questa stessa aula il 16 novembre.
Un discorso di siffatto genere può condurre, ma può anche non condurre ad un voto politico. Si sappia ad ogni modo che io non cerco questo voto politico. Non lo desidero: ne ho avuti troppi.
L'articolo 47 dello Statuto dice:
« La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del re e di tradurli dinanzi all'Alta corte di giustizia ».
Domando formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c'è qualcuno che si voglia valere dell'articolo 47. [Vivissimi prolungati applausi. Moltissimi deputati sorgono in piedi. Grida di "Viva Mussolini!". Applausi anche dalle tribune].
Il mio discorso sarà quindi chiarissimo e tale da determinare una chiarificazione assoluta.
Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio, ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell'avvenire.
Sono io, o signori, che levo in quest'aula l'accusa contro me stesso.
Si è detto che io avrei fondato una Ceka. Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo!
Veramente c'è stata una Ceka in Russia, che ha giustiziato, senza processo, dalle centocinquanta alle centosessantamila persone, secondo statistiche quasi ufficiali. C'è stata una Ceka in Russia, che ha esercitato il terrore sistematicamente su tutta la classe borghese e sui membri singoli della borghesia. Una Ceka che diceva di essere la rossa spada della rivoluzione.
Ma la Ceka italiana non è mai esistita.
Nessuno mi ha negato fino ad oggi queste tre qualità: una discreta intelligenza, molto coraggio e un sovrano disprezzo del vile denaro. [Vivissimi prolungati applausi]
Se io avessi fondato una Ceka l'avrei fondata seguendo i criteri che ho sempre posto a presidio di quella violenza che non può essere espulsa dalla storia. Ho sempre detto, e qui lo ricordano quelli che mi hanno seguito in questi cinque anni di dura battaglia, che la violenza, per essere risolutiva, deve essere chirurgica, intelligente, cavalleresca. [Approvazioni]
Ora i gesti di questa sedicente Ceka sono stati sempre inintelligenti, incomposti, stupidi.
Ma potete proprio pensare che nel giorno successivo a quello del Santo Natale, giorno nel quale tutti gli spiriti sono portati alle immagini pietose e buone, io potessi ordinare un'aggressione alle 10 del mattino in via Francesco Crispi, a Roma, dopo il mio discorso di Monterotondo, che è stato forse il discorso più pacificatore che io abbia pronunziato in due anni di governo? Risparmiatemi di pensarmi così cretino.
E avrei ordito con la stessa intelligenza le aggressioni minori di Misuri e di Forni? Voi ricordate certamente il discorso del 7 giugno. Vi è forse facile ritornare a quella settimana di accese passioni politiche, quando in questa aula la minoranza e la maggioranza si scontravano quotidianamente, tantoché qualcuno disperava di riuscire a stabilire i termini necessari di una convivenza politica e civile fra le due opposte parti della Camera. Discorsi irritanti da una parte e dall'altra. Finalmente, il 6 giugno, l'onorevole Delcroix squarciò, col suo discorso lirico, pieno di vita e forte di passione, l'atmosfera carica, temporalesca.
All'indomani, io pronuncio un discorso che rischiara totalmente l'atmosfera. Dico alle opposizioni: riconosco il vostro diritto ideale ed anche il vostro diritto contingente; voi potete sorpassare il fascismo come esperienza storica; voi potete mettere sul terreno della critica immediata tutti i provvedimenti del Governo fascista.
Ricordo e ho ancora ai miei occhi la visione di questa parte della Camera, dove tutti intenti sentivano che in quel momento avevo detto profonde parole di vita e avevo stabilito i termini di quella necessaria convivenza senza la quale non è possibile assemblea politica di sorta.
E come potevo, dopo un successo, e lasciatemelo dire senza falsi pudori e ridicole modestie, dopo un successo così clamoroso, che tutta la Camera ha ammesso, comprese le opposizioni, per cui la Camera si aperse il mercoledì successivo in un'atmosfera idilliaca, da salotto quasi, come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, non dico solo di far commettere un delitto, ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quell'avversario che io stimavo perché aveva una certa crânerie, un certo coraggio, che rassomigliavano qualche volta al mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere le tesi?
Che cosa dovevo fare? Dei cervellini di grillo pretendevano da me in quella occasione gesti di cinismo, che io non sentivo di fare perché repugnavano al profondo della mia coscienza. Oppure dei gesti di forza? Di quale forza? Contro chi? Per quale scopo?
Quando io penso a questi signori, mi ricordo degli strateghi che durante la guerra, mentre noi mangiavamo in trincea, facevano la strategia con gli spillini sulla carta geografica. Ma quando poi si tratta di casi al concreto, al posto di comando e di responsabilità si vedono le cose sotto un altro raggio e sotto un aspetto diverso.
Eppure non mi erano mancate occasioni di dare prova della mia energia. Non sono ancora stato inferiore agli eventi. Ho liquidato in dodici ore una rivolta di Guardie Regie, ho liquidato in pochi giorni una insidiosa sedizione, in quarantott'ore ho condotto una divisione di fanteria e mezza flotta a Corfù.
Questi gesti di energia, e quest'ultimo, che stupiva persino uno dei più grandi generali di una nazione amica, stanno a dimostrare che non è l'energia che fa difetto al mio spirito.
Pena di morte? Ma qui si scherza, signori. Prima di tutto, bisognerà introdurla nel Codice penale, la pena di morte; e poi, comunque, la pena di morte non può essere la rappresaglia di un Governo. Deve essere applicata dopo un giudizio regolare, anzi regolarissimo, quando si tratta della vita di un cittadino!
Fu alla fine di quel mese, di quel mese che è segnato profondamente nella mia vita, che io dissi: « Voglio che ci sia la pace per il popolo italiano »; e volevo stabilire la normalità della vita politica.
Ma come si è risposto a questo mio principio? Prima di tutto, con la secessione dell'Aventino, secessione anticostituzionale, nettamente rivoluzionaria. Poi con una campagna giornalistica durata nei mesi di giugno, luglio, agosto, campagna immonda e miserabile che ci ha disonorato per tre mesi. Le più fantastiche, le più raccapriccianti, le più macabre menzogne sono state affermate diffusamente su tutti i giornali! C'era veramente un accesso di necrofilia! Si facevano inquisizioni anche di quel che succede sotto terra: si inventava, si sapeva di mentire, ma si mentiva.
E io sono stato tranquillo, calmo, in mezzo a questa bufera, che sarà ricordata da coloro che verranno dopo di noi con un senso di intima vergogna.
E intanto c'è un risultato di questa campagna! Il giorno 11 settembre qualcuno vuol vendicare l'ucciso e spara su uno dei migliori, che morì povero. Aveva sessanta lire in tasca.
Tuttavia io continuo nel mio sforzo di normalizzazione e di normalità. Reprimo l'illegalismo.
Non è menzogna. Non è menzogna il fatto che nelle carceri ci sono ancor oggi centinaia di fascisti! Non è menzogna il fatto che si sia riaperto il Parlamento regolarmente alla data fissata e si siano discussi non meno regolarmente tutti i bilanci, non è menzogna il giuramento della Milizia, e non è menzogna la nomina di generali per tutti i comandi di Zona.Finalmente viene dinanzi a noi una questione che ci appassionava: la domanda di autorizzazione a procedere con le conseguenti dimissioni dell'onorevole Giunta.
La Camera scatta; io comprendo il senso di questa rivolta; pure, dopo quarantott'ore, io piego ancora una volta, giovandomi del mio prestigio, del mio ascendente, piego questa assemblea riottosa e riluttante e dico: siano accettate le dimissioni. Si accettano. Non basta ancora; compio un ultimo gesto normalizzatore: il progetto della riforma elettorale.
A tutto questo, come si risponde? Si risponde con una accentuazione della campagna. Si dice: il fascismo è un'orda di barbari accampati nella nazione; è un movimento di banditi e di predoni! Si inscena la questione morale, e noi conosciamo la triste storia delle questioni morali in Italia.
Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l'arco di Tito? Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto.
Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda!
Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa!
Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!
Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento ad oggi.
In questi ultimi giorni non solo i fascisti, ma molti cittadini si domandavano: c'è un Governo? [Approvazioni] Ci sono degli uomini o ci sono dei fantocci? Questi uomini hanno una dignità come uomini? E ne hanno una anche come Governo? [Approvazioni]
Io ho voluto deliberatamente che le cose giungessero a quel determinato punto estremo, e, ricco della mia esperienza di vita, in questi sei mesi ho saggiato il Partito; e, come per sentire la tempra di certi metalli bisogna battere con un martelletto, così ho sentito la tempra di certi uomini, ho visto che cosa valgono e per quali motivi a un certo momento, quando il vento è infido, scantonano per la tangente. [Vivissimi applausi]
Ho saggiato me stesso, e guardate che io non avrei fatto ricorso a quelle misure se non fossero andati in gioco gli interessi della nazione. Ma un popolo non rispetta un Governo che si lascia vilipendere! [Approvazioni] Il popolo vuole specchiata la sua dignità nella dignità del Governo, e il popolo, prima ancora che lo dicessi io, ha detto: Basta! La misura è colma!
Ed era colma perché? Perché la sedizione dell'Aventino a sfondo repubblicano, [Vivi applausi. Grida di "Viva il Re!". I ministri e i deputati sono in piedi. Vivissimi generali prolungati applausi, cui si associano le tribune] questa sedizione dell'Aventino ha avuto delle conseguenze.
Perché oggi in Italia, chi è fascista, rischia ancora la vita! E nei soli due mesi di novembre e dicembre undici fascisti sono caduti uccisi, uno dei quali ha avuto la testa spiaccicata fino ad essere ridotta un'ostia sanguinosa, e un altro, un vecchio di 73 anni, è stato ucciso e gettato da un muraglione.Poi tre incendi si sono avuti in un mese, incendi misteriosi, incendi nelle Ferrovie e negli stessi magazzini a Roma, a Parma e a Firenze.
Poi un risveglio sovversivo su tutta la linea, che vi documento, perché è necessario di documentare, attraverso i giornali, i giornali di ieri e di oggi: un caposquadra della Milizia ferito gravemente da sovversivi a Genzano; un tentativo di assalto alla sede del Fascio a Tarquinia; un fascista ferito da sovversivi a Verona; un milite della Milizia ferito in provincia di Cremona; fascisti feriti da sovversivi a Forlì; imboscata comunista a San Giorgio di Pesaro; sovversivi che cantano Bandiera rossa e aggrediscono i fascisti a Monzambano.Nei soli tre giorni di questo gennaio 1925, e in una sola zona, sono avvenuti incidenti a Mestre, Pionca, Vallombra: cinquanta sovversivi armati di fucili scorrazzano in paese cantando Bandiera rossa e fanno esplodere petardi; a Venezia, il milite Pascai Mario aggredito e ferito; a Cavaso di Treviso, un altro fascista e ferito; a Crespano, la caserma dei carabinieri invasa da una ventina di donne scalmanate; un capomanipolo aggredito e gettato in acqua a Favara di Venezia; fascisti aggrediti da sovversivi a Mestre; a Padova, altri fascisti aggrediti da sovversivi.Richiamo su ciò la vostra attenzione, perché questo è un sintomo: il diretto 192 preso a sassate da sovversivi con rotture di vetri; a Moduno di Livenza, un capomanipolo assalito e percosso.
Voi vedete da questa situazione che la sedizione dell'Aventino ha avuto profonde ripercussioni in tutto il paese.
Allora viene il momento in cui si dice basta! Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è la forza. [Vive approvazioni. Vivi applausi.]
Non c'è stata mai altra soluzione nella storia e non ce ne sarà mai.
Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il fascismo, Governo e Partito, sono in piena efficienza. Signori! Vi siete fatte delle illusioni!
Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi la centesima parte dell'energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora ... [Vivissimi applausi]
Non ci sarà bisogno di questo, perché il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell'Aventino. [Vivissimi prolungati applausi]
L'Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi, questa tranquillità, questa calma laboriosa gliela daremo con l'amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario. [Vive approvazioni]
Voi state certi che nelle quarantott'ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l'area. [Vivissimi prolungati applausi]
Tutti sappiano che ciò che ho in animo non è capriccio di persona, non è libidine di Governo, non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la patria. [Vivissimi prolungati e reiterati applausi. Grida ripetute di "Viva Mussolini!" Gli onorevoli ministri e moltissimi deputati si congratulano con l'onorevole presidente del consiglio. La seduta è sospesa].

Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Anonymous
















MessaggioInviato: Sab Set 17 2011, 17:11:10    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Dì la verita Cinghios: non ce la fai a stare senza di noi! Ti sei dovuto mascherare sotto un nick da donna pur di scrivere... Rolling Eyes
Torna in cima
julia
Attualmente bannato

Apprendista
Apprendista


Iscritti



Registrato: 20/06/11 17:31
Messaggi: 58
julia is offline 






germany
MessaggioInviato: Lun Set 26 2011, 22:41:50    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

A Rastenburg, in Prussia Orientale, dove aveva il suo Quartier Generale, Hitler era furibondo. A Keitel e a Ribbentrop, convocati d'urgenza, disse con la voce alterata dall'ira: "Un RE e un maresciallo d'ltalia hanno mentito spudoratamente. Non più tardi di poche ore fa, hanno impegnato la loro parola d'onore sapendo che era falsa. Un tradimento simile non ha precedenti nella storia dei popoli. L'Italia è passata al nemico in pieno campo di battaglia!...".
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
julia
Attualmente bannato

Apprendista
Apprendista


Iscritti



Registrato: 20/06/11 17:31
Messaggi: 58
julia is offline 






germany
MessaggioInviato: Ven Set 30 2011, 09:15:03    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

A posteriori è facile giudicare, ma non va dimenticato che, in quei paradossali frangenti, se gli Anglo-Americani affermavano di voler liberare l'Italia dai Tedeschi, altrettanto i Tedeschi affermavano di voler liberare l'Italia dagli Anglo Americani. E gli italiani -mentre il territorio si stava trasformando in un campo di battaglia- metà caldeggiavano per uno e l'altra metà per l'altro, "occupante".
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
margherita

Apprendista
Apprendista


Iscritti



Registrato: 12/08/11 19:46
Messaggi: 38
margherita is offline 






italy
MessaggioInviato: Ven Ott 14 2011, 19:22:01    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

il cinghios ha scritto:
Lucia Ferri ha scritto:
Citazione:

''Dopo l'otto di settembre abbiamo imparato a conoscerci meglio.

Questa è la stagione in cui non basta più il distintivo all'occhiello.

Occorre la vecchia inconfondibile camicia nera,uniforme di milizia''


Magari cinghios, magari. Siamo talmente impregnati di cultura giudaica che ci siamo scordati di essere italiani. Io purtroppo vivo a Modena e non mi trovo a parlare con le mie coetanee perchè sono quasi tutte di sinistra, ho scelto FN, perchè penso sia l'unica formazione onesta con sani principi di destra.
Nel mio quartiere ci sono quasi più negri e albanesi che cristiani, dove vogliamo arrivare? Una mia amica cara è stata pure seguita da un tizio fino al suo portone e ha rischiato grosso di essere violentata. Basta zingari, negri, pedofili e marocchini, ci vuole qualcuno che prenda in mano la situazione, un nuovo condottiero che ci illumini e che usi anche la forza se serve. Il buonismo ha scassato, poi tutte queste donne straniere finiscono sempre sulla strada, evidentemente a casa loro è usanza fare così. Prima votavo la Santanchè, perchè intelligente e onesta tra le poche in Italia, però si è appiattita su Berlusconi e quindi ho scelto FN. L'unica formazione che combatte la massoneria.
Smile


Credo anche io a questo punto che te sei un troll come ha detto Antonella e quel troll è il solito clerical-comunista , il famoso ''sacerdote'' del forum, che vuole politicizzare questa discussione mettendo in mezzo associazioni politiche ed inventandosi minchiate

Quindi Hadi getta la maschera, nella discussione su Vasco ti sei travestito da ''Margherita'' e infatti l'utente Trecce di Berenice ti ha sputtanato tempo fa.
Anche io avevo sospetti che eri te perchè nella discussione su Vasco solo te che sei L'UNICO CLERICALE ESALTATO del sito facevi continue domande su frasi su Cristo che non c'entravano niente e NON C'è NESSUN ALTRO COME TE NEL SITO.

Poi la mia generosità ha fatto sì che io rispondessi alla fantomatica LUCIA FERRI di Modena, c'è solo un malato che scrive alle 3 di notte, e quello sei tu.

Alla fine è come volevo dimostrare, sei UN ''TRAVESTITO''.
Poi non ti lamentare quando ti dicono che sei un comunista.
Fatti una bella dormita e non pensarci più che domani è un altro giorno Laughing


'' L' Acqua come la Verità, il più delle volte scorre sotto ''

______

Ecco qui un esempio di Italianità ed attaccamento alla Patria, se guardate il video potrete vedere che come riportano i giornali americani non si vedeva tanta gente e tanto entusiasmo da quando le truppe americane tornarono in patria nel 1919 !

Guardatevi questo se volete capire veramente cosa era il vero sentimento nazionale.
Con questa gente qui i comunisti hanno ben poco a che vedere, mi dispiace ma è così.



Dal minuto 1:00 vedere le folle pure attaccati alle finestre e sentire la cronaca del giornalista.


Discorso di Balbo dal minuto 2:40, Italo Balbo è sicuramente l'unico che poteva diventare Duce.

Qui una pagina su di lui:


QUESTO E' MATTO...SCUSATE MA QUESTO E' MATTO
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
julia
Attualmente bannato

Apprendista
Apprendista


Iscritti



Registrato: 20/06/11 17:31
Messaggi: 58
julia is offline 






germany
MessaggioInviato: Mer Ott 19 2011, 11:36:27    Oggetto: Complicity COSA è IL FASCISMO
Descrizione: A FASCIBVS RESTITVTIS
Rispondi citando

E' risaputo che, quando fu arrestato a Dongo, Mussolini aveva presso di sé due grosse borse di cuoio contenenti preziosi documenti. Essi erano tali da interessare la storia degli ultimi anni del fascismo. Ma - almeno fino a questo momento - la storia li ignora. Forse debbono considerarsi perduti, perché quelle borse scomparvero, né risulta siano state mai ritrovate.



Fino a quando non sarà rinvenuto (ma lo sarà mai?) il carteggio personale e riservatissimo che Mussolini portava con sé e che dovette abbandonare - non si sa dove, né come - dopo il suo arresto sulla riva occidentale del lago di Como; fino a quel giorno avranno un acuto interesse e un valore documentario eccezionale le parole, gli scritti, le dichiarazioni, le confessioni, che egli fece, dettò, espose, o fornì verbalmente nell'ultima decade della sua esistenza e, particolarmente, fra il 20 aprile del 1945 e quel drammatico 28 aprile del 1945, in cui lui e Claretta Petacci vennero uccisi.
Mussolini aveva molte cose da dire. I giornali, i testimoni, le numerose interviste con partigiani del tempo, sono concordi nel riferire ciò che il Capo della Repubblica Sociale avrebbe detto ai suoi carcerieri: "Voglio parlare un'ultima volta al mondo, prima di morire. Sono stato tradito nove volte. La decima, sono stato tradito dai tedeschi".E' noto che egli non ebbe modo di parlare come desiderava e voleva. Quali pensieri gli facevano invocare quest'ultimo colloquio con gli uomini? Li ignoravamo fino a ieri. Oggi non più.

E non perché siano stati ritrovati documenti che Mussolini portava con sé nella famosa busta di cuoio prima dell'arresto; ma perché è venuto alla luce quello che si può a giusto titolo chiamare il testamento di Mussolini.
Nessun dubbio, a tale proposito. Le sue ultime parole non solo vennero scritte sotto la sua dettatura; ma Mussolini stesso, due giorni dopo la definitiva stesura delle cartelle dattiloscritte, volle rivederle, volle personalmente correggerle; e, infine, volle siglare tutto il dattiloscritto con la sua ben conosciuta inconfondibile M.
Ci si chiederà: "Come mai questo documento così importante, questa testimonianza così vitale, salta fuori soltanto adesso?"
Domanda più che naturale; ma la risposta è quanto mai semplice: perché l'estensore manuale di quelle dichiarazioni, che furono a lui dettate, il fortuito raccoglitore delle idee, della volontà, dell'estrema disperata difesa di Mussolini si era impegnato a non rendere noto il contenuto di quelle carte se non tre anni dopo la morte di Mussolini stesso.
E questo - come si vedrà - per esplicita volontà di Mussolini.

Ecco perché solo ora, trascorsi i tre anni da quel tragico 28 aprile 1945, il depositario degli ultimi pensieri di Mussolini si è fatto vivo, ritenendosi giustamente sciolto dall'obbligo del silenzio.
Il documento ha la forma di una intervista; intervista che Mussolini concesse nel suo studio presso la Prefettura di Milano a Gian Gaetano Cabella, direttore del "Popolo di Alessandria", nel pomeriggio del 20 aprile 1945 e che, come si è detto, rivede attentamente il giorno 22 aprile, cioè sei giorni prima della morte.

Superfluo rilevare che questa non è una intervista delle solite. Si tratta di dichiarazioni assolutamente eccezionali, fatte nel momento in cui Mussolini aveva la coscienza del crollo e della sua stessa fine imminente. Egli stesso, del resto come si vedrà, definì questa intervista un testamento.

Quando il giornalista di sua fiducia gliela riportò il 22 aprile, gli avvenimenti già precipitavano con un ritmo che non consentiva più illusioni. Gli angloamericani si erano avvicinati vittoriosi alla linea del Po. Ogni speranza in una qualsiasi resistenza svaniva, tanto per l'esercito tedesco, quanto per i fascisti. Nell'ampia cerchia limitata dall'arco alpino, già echeggiava il sinistro: "Si salvi chi può". Perciò Mussolini ebbe la visione, forse ancora nebulosa, ma non per questo meno drammatica, della prossima fine. E ciò spiega la consegna impartita al fedele dell'ultima ora: "Se io muoio, non dovete divulgare quanto rimetto nelle vostre mani se non quando saranno passati tre anni dalla mia morte".
L'importanza storica e umana del documento è eccezionale. E' un estremo appello alla posterità quello che Benito Mussolini dettò il giorno 20 e corresse il 22 aprile 1945 nella saletta della Prefettura di Milano.



--------------------------------------------------------------------------------

"Fu il ministro Zerbino che il 19 aprile mi comunicò l'invito. Mussolini mi avrebbe ricevuto all'indomani, in Prefettura. Feci subito rilegare i numeri del giornale: tutta la edizione milanese dal settembre 1944 fino all'ultimo numero, uscito con la data del 21 aprile 1945. Volevo offrire al Duce l'intera collezione, insieme coi prospetti e i grafici della tiratura, del "Popolo", che, da 18 mila copie stampate e 16 vendute nel primo anno di vita, era ora asceso a 270 mila copie tirate e vendute, senza contare i numeri speciali, che avevano ottenuto un successo anche maggiore. Le richieste, negli ultimi tempi, superavano la tiratura.

Molti camerati mi consegnarono scritti e messaggi da presentare al Duce. Divisi queste carte in tre gruppi: 1) quelle che gli avrei dato in ogni caso; 2) quelle meno importanti; 3) quelle che avrei consegnato solamente se il colloquio si fosse svolto in modo particolarmente favorevole.
Preparai anche una breve relazione delle lunghe trattative che avevo condotto con elementi partigiani, i quali, in un primo tempo, mi avevano scritto invitandomi a prendere contatto con alcuni loro rappresentanti. Avevo accettato senz'altro questo abboccamento che avvenne il 7 febbraio a Rondissone, vicino a Torino: incontro interessante sotto molti rapporti e che permise utili intese nell'interesse superiore del Paese.
Alle 14.30 del 20 aprile ero in Prefettura. Nella prima sala d'aspetto passeggiavano e discorrevano ufficiali e gerarchi. Il Prefetto, capo della Segreteria particolare, attraversava spesso la sala che divideva lo studio di Mussolini dal suo ufficio. Nel secondo salone c'erano il colonnello Colombo, comandante della "Muti" con il vice comandante e altri.
Alle 15 giunsero il comandante Borghese accompagnato da alcuni ufficiali, e il Capo di Stato Maggiore della GNR. Il ministro Fernando Mezzasoma parlava con un gruppo di giornalisti, fra i quali ricordo Daquanno, Amicucci, Guglielmotti. Si unì al gruppo, poco dopo, anche Vittorio Mussolini.

Un'apparente serenità regnava fra quelle persone e, specialmente nella prima sala, c'era il più discreto silenzio. Un ufficiale delle SS germaniche passeggiava fumando. Il servizio di guardia era limitato al portone d'ingresso del Palazzo del Governo e a due sentinelle armate (una SS tedesca e un milite della Guardia) alla postierla della scaletta che dal cortile conduceva all'appartamento occupato dal Duce e dai membri del governo.
Alle 15.20 giunse il Questore, che parlò col Prefetto Bassi. Poco dopo uscì dallo studio del Duce il personaggio che vi stava già da venti minuti; ma non ricordo chi fosse. Forse Pellegrini. Entrò un usciere, che chiuse la porta dietro di sé; ma non tanto velocemente da impedirmi di scorgere Mussolini seduto dietro una piccola scrivania. Nel frattempo, mi aveva raggiunto il mio redattore capo, già direttore di "Leonessa", settimanale della Federazione bresciana: il sottotenente dei bersaglieri Galileo Lucarini Simonetti.

Finalmente, la porta del Duce si aprì. L'usciere disse forte il mio nome. Mi precipitai dentro. Deposti i pacchi sopra una sedia alla mia destra, salutai sull'attenti. Mussolini mi accolse con un sorriso. Si alzò e mi venne vicino. Subito osservai che Mussolini stava benissimo in salute, contrariamente alle voci che correvano. Stava infinitamente meglio dell'ultima volta che l'avevo visto. Fu nel dicembre del 1944, in occasione del suo discorso al Lirico. Le volte precedenti che mi aveva ricevuto - nel febbraio, nel marzo e nell'agosto del '44 - non mi era mai apparso così florido come ora. Il colorito appariva sano e abbronzato; gli occhi vivaci, svelti i suoi movimenti. Era anche leggermente ingrassato. Per lo meno, era scomparsa quella magrezza, che mi aveva tanto colpito nel febbraio dell'anno avanti e che dava al suo volto un aspetto scarno, quasi emaciato. Quel ricordo, dinanzi ad un uomo ora tanto diverso, si dileguò immediatamente dalla mia memoria.
Egli indossava una divisa grigio-verde senza decorazioni, né gradi. Lasciò i grossi occhiali sul tavolo, sopra un foglio pieno di appunti a matita azzurra. Notai che il tavolo era piccolo: molti fascicoli erano stati collocati sopra un tavolino vicino. Alcuni giacevano perfino in terra, presso la finestra. M'è rimasta l'impressione visiva che sulla scrivania, in un vaso di cristallo, ci fosse una rosa rossa; ma non potrei garantire l'esattezza di questo particolare. Sopra una sedia, scorsi tre borse porta documenti: due in cuoio grasso, una di pelle giallo scura.

Mussolini mi posò la destra sulla spalla e mi chiese: "Cosa mi portate di bello?". Queste le prime parole, che già mi aveva dette quattordici mesi prima, benché con altro tono: un tono più lento, con voce più bassa e stanca.
Non seppi rispondere lì per lì. Come al solito, e come succedeva a molti davanti a lui, mi sentii alquanto disorientato e dopo una breve esitazione risposi che ero felice di vederlo, e che gli portavo la raccolta del giornale. Mi batté la mano sulla spalla. Fissandomi, mi disse: "Vi elogio per quanto avete fatto per il consolidamento della Repubblica Sociale. Pavolini mi ha riferito del vostro discorso a Torino per il 23 marzo e del successo che avete ottenuto. Non vi sapevo anche oratore".
Gli offersi la raccolta del giornate e gli mostrai i grafici della diffusione, della vendita, delle lettere ricevute. Gli consegnai diversi scritti di fascisti, di combattenti, di giovanissimi. Mi fu largo di elogi, specialmente per i tre numeri speciali, ricchi di illustrazioni, dedicati a "Stellassa" (Umberto di Savoia), a "Pupullo" (Badoglio) e a "Bazzetta" (Vittorio Emanuele III).
Sfogliò la raccolta, soffermandosi su alcuni numeri. Rise.
"I tre numeri illustrati per "Bazzetta", " Pupullo" e "Stellassa" sono fatti veramente bene. Mi hanno divertito. Che tiratura hanno avuto?".
" Duecentosettantamila copie vendute. Per mancanza di carta non ho potuto far fronte alle trecentottantamila richieste...".
"Avrete la carta che vi occorre...". Prese la matita e, stando in piedi, tracciò qualche nota su un foglio di appunti. Allora mi feci animo e gli esposi il caso disgraziato di due camerati bolognesi. Il suo volto si rattristò.

"Farò aver loro diecimila lire. Va bene?". Volle sapere i nomi e gli indirizzi. Li scrisse egli stesso, negli appunti. Poi mi chiese: " Desiderate qualche cosa da me?". Dopo un momento di perplessità risposi: "Il mio premio l'ho già avuto, è stato l'elogio che avete voluto farmi. Oso troppo se vi chiedo una dedica?". Gli mostrai una grande fotografia. La fissò un attimo, scosse il capo. Evidentemente, non era troppo soddisfatto dell'immagine. Poi tornò al tavolo, si sedette, prese la penna e scrisse: "A Gian Gaetano Cabella, pilota de Il Popolo di Alessandria, con animo della vecchia guardia. B. Mussolini, 20 aprile XXIII".
Posò la penna. Volle vedere i grafici. La tiratura del giornale era descritta da un diagramma. Vi era tracciata una linea ascendente, con leggere contrazioni, qua e là.
A che cosa attribuite queste diminuzioni di vendita?".
"Credo che occorra ogni tanto, specie dopo numeri di grande rilievo esteriore, fare uscire qualche numero pallido, senza forti titoli".
Esposi, poi, brevemente i criteri che seguivo e che mi parevano giusti, quindi soggiunsi: "Mi siete stato maestro. Conservo la raccolta de "l'Avanti!" e quella del "Popolo d'Italia"...".

Mussolini scosse la testa, stette un attimo pensoso e osservò: "Si nasce giornalisti come si nasce compositori o tecnici. Creare il giornale è come conoscere la gioia della maternità. Il criterio di non monotizzare è giusto. Non si può dare un concerto con soli tromboni e grancasse. Il pubblico, dopo i primi istanti di sbalordimento, finirebbe con l'abituarvisi. Vedo che siete anche un abile amministratore. Siete genovese...".
Si soffermò sul grafico che riguardava la corrispondenza ricevuta dal pubblico, lettori e lettrici e osservò: "Molte lettere anonime, vedo".
Ricevo al giornale circa un dieci per cento di anonime. Però quando le vicende dell'Asse vanno meglio, le lettere anonime diminuiscono". Gli dissi anche che in Alessandria avevo appiccicato le più divertenti ad una parete.
Mussolini sorrise: "Ho visto le fotografie della vostra redazione".
Nel mese di marzo - precisai - su 2785 lettere ricevute, 360 sono state anonime".
Oltre 2400 lettere non anonime in un mese: sono moltissime. Fate rispondere?".
Gli dissi che rispondevo personalmente a tutti e nella rubrica "Il Direttore risponde" e, in gran parte direttamente.
Ho constatato che, così facendo, si ottiene una grande pubblicità. Chi riceve, specie in un piccolo centro, una lettera personale del direttore, la fa vedere a più persone. Automaticamente diventa un fedele propagandista". Mussolini prese il pacchetto delle lettere che gli avevo portato insieme con altre cose. Gli feci osservare che avevo diviso le missive in tre gruppi. Volle tenerle tutte.
"Se avrò tempo, le leggerò stasera".
Intanto aprì tre lettere che avevo messo più in vista: una di una signora che abitava presso Torino; un'altra di un giovane volontario, Puni, di Torino; la terza di una personalità ligure.
"Ringrazierete la signora e il ragazzo. Lasciatemi l'altra: farò rispondere direttamente. Avete qualche cosa ancora da dirmi?".
"Ho due collaboratori, un fascista e un vecchio socialista fiorentino...".
Mussolini mi disse subito i nomi di entrambi e aggiunse: "Fate loro i miei elogi. Dite loro che leggo gli articoli che scrivono, con interesse".

Ebbi l'impressione che l'udienza fosse per finire. Mussolini aveva riaperta la raccolta del giornale e, in ultimo, aveva trovato le copie del giornale "Il Monarchico", che avevo stampato alla macchia facendo finta fosse l'organo di un gruppo monarchico "C. Cavour" di Torino, e una copia del "Grido di Spartaco", che avevo stampato clandestinamente. Mussolini rise, ed esclamò: "Mi sono piaciuti. Anche per questo lavoro vi elogio".
Allora mi feci animo: "Duce, permettete che vi rivolga qualche domanda?".
Mussolini si alzò. Mi venne vicino. Guardandomi negli occhi, con un accento e un'espressione che non dimenticherò mai, mi chiese d'improvviso:
***
"Intervista o testamento?".
***
A quella domanda inaspettata io rimasi esterrefatto. Non seppi cosa rispondere. Non sfuggì la mia emozione a Mussolini, che cercò di dissipare la mia confusione con un sorriso bonario. “Sedetevi qui. Ecco una penna e della carta. Sono disposto a rispondere alle domande che mi farete”.
In preda ad una grande agitazione , mi sedetti alla sua sinistra. La sua mano era vicina alla mia. Molte idee mi si affollavano nella mente, ma tutte imprecise. Finalmente formulai una domanda assai generica: “Qual è il vostro pensiero, quali sono i vostri ordini, in questa situazione?”. Invece di “ordini” dissi “disposizioni”; ma siccome nel testo dell’intervista, che il giorno dopo Mussolini rivide, corresse e siglò, sta scritto “ordini”, lasciò l’espressione ch’egli stesso approvò. Debbo aggiungere che, quantunque io abbia preso nota con la maggiore attenzione possibile di quanto Mussolini mi andava dicendo, non ho potuto, nelle giornate che seguirono il colloquio, riferirlo con esattezza minuta, rigorosa.
Solo a distanza di tempo, oggi, ricordo bene; con assoluta precisione. Perciò posso completare ciò che non mi fu possibile allora. Ecco il perché di queste note, delle note che seguiranno.

Alla mia domanda, Mussolini, a sua volta domandò:
“Voi cosa fareste?”.
Debbo aver accennato un gesto istintivo di sorpresa. Mussolini mi toccò il braccio, e sorrise di nuovo: “Non vi stupite. Faccio questa domanda a tutti. Desidero sentire il vostro parere”.
“Duce, non sarebbe bello formare un quadrato attorno a voi e al gagliardetto dei Fasci e aspettare, con le armi in pugno, i nemici? Siamo in tanti, fedeli, armati...”.
“Certo, sarebbe la fine più desiderabile... ma non è possibile fare sempre ciò che si vuole. Ho in corso delle trattative. Il Cardinale Schuster fa da intermediario. Non sarà versata una goccia di sangue”.
Veramente disse: “Ho l’assicurazione che non sarà versata una goccia di sangue”.
“Un trapasso di poteri. Per il governo, il passaggio fino in Valtellina, dove Onori sta preparando gli alloggiamenti. Andremo anche noi in montagna per un po’ di tempo” .
Osai interromperlo: “Vi fidate, Duce, del Cardinale?”.
Mussolini alzò gli occhi e fece un gesto vago con le mani.
“E’ viscido. Ma non posso dubitare della parola di un Ministro di Dio. E’ la sola strada che debbo prendere. Per me è, comunque, finita. Non ho più il diritto di esigere sacrifici dagli italiani”.
“Ma noi vogliamo seguire la vostra sorte...”.
“Dovete ubbidire. La vita dell’Italia non termina in questa settimana o in questo mese!"

L’Italia si risolleverà. E questione di anni, di decenni, forse. Ma risorgerà, e sarà di nuovo grande, come l’avevo voluta io”.
Dopo una brevissima pausa, continuò:
“Allora sarete ancora utili per il Paese. Trasmetterete ai figli e ai nipoti la verità della nostra idea, quella verità che è stata falsata, svisata, camuffata da troppi cattivi, da troppi malvagi, da troppi venduti e anche da qualche piccola aliquota di illusi”.

Forse Mussolini non disse: “troppi”. Ho l’impressione che dicesse solo: “malvagi e venduti”. Quando rilesse le righe che seguono, le segnò a lato; e fece un gesto con la testa come per farmi comprendere che l’espressione non gli era troppo piaciuta. Tuttavia non la cancellò.
La sua voce aveva i toni metallici che tante volte avevo udito nei suoi discorsi. Poi, con fare più pacato, continuò:
“Dicono che ho errato, che dovevo conoscere meglio gli uomini, che ho perduta la testa, che non dovevo dichiarare la guerra alla Francia e all’Inghilterra. Dicono che mi sarei dovuto ritirare nel 1938. Dicono che non dovevo fare questo, e che non dovevo fare quello. Oggi è facile profetizzare il passato”.
“Ho una documentazione che la storia dovrà compulsare per decidere. Voglio solo dire che, a fine maggio e ai primi di giugno del 1940 se critiche venivano fatte erano per gridare allo scandalo di una neutralità definita ridicola, impolitica, sorprendente. La Germania aveva vinto. Noi non solo non avremmo avuto alcun compenso; ma saremmo stati certamente, in un periodo di tempo più o meno lontano, invasi e schiacciati”.

Mussolini mi disse di far risaltare che le frasi da lui sottolineate riguardavano i discorsi della gente. Egli stesso sottolineò con segno più forte l’espressione: “La Germania aveva vinto”, con tutto ciò che segue.
“E cosa fa Mussolini? Quello si è rammollito. Un’occasione d’oro così, non si sarebbe mai più ripresentata”. Così dicevano tutti e specialmente coloro che adesso gridano che si doveva rimanere neutrali e che solo la mia megalomania e la mia libidine di potere, e la mia debolezza nei confronti di Hitler aveva portato alla guerra.
“La verità è una: non ebbi pressioni da Hitler. Hitler aveva già vinta la partita continentale. Non aveva bisogno di noi. Ma non si poteva rimanere neutrali se volevamo mantenere quella posizione di parità con la Germania che fino allora avevamo avuto. I patti con Hitler erano chiarissimi. Ho avuto ed ho per lui la massima stima. Bisogna distinguere fra Hitler ed alcuni suoi uomini più in vista...”.

A queste considerazioni Mussolini ne aggiunse varie altre. Questa d esempio:
“Ho parlato sempre col Führer della sistemazione dell’Europa e dell’Africa. Non abbiamo mai avuto divergenze di idee. Già all’epoca delle trattative per lo sgombero dell’Alto Adige, controprova indiscutibile delle sue oneste e solidali intenzioni, il Führer dimostrò buon volere e comprensione”.

La sistemazione dell’Europa avrebbe dovuto attuarsi in questo modo:
“L’Europa divisa in due grandi zone di influenza: nord e nord-est influenza germanica, sud, sud-est e sud-ovest influenza italiana. Cento e più anni di lavoro per la sistemazione di questo piano gigantesco. Comunque, cento anni di pace e di benessere. Non dovevo forse vedere con speranza e con amore una soluzione di questo genere e di questa portata?
“In cento anni di educazione fascista e di benessere materiale il Popolo italiano avrebbe avuto la possibilità di ottenere una forza di numero e di spirito tale da controbilanciare efficacemente quella oggi preponderante della Germania.
“Una forza di trecento milioni di europei, di veri europei, perché mi rifiuto di definire gli agglomerati balcanici e quelli di certe zone della Russia anche nelle stesse vicinanze della Vistola; una forza materiale e spirituale da manovrare verso l’eventuale nemico di Asia o di America.
“Solo la vittoria dell’Asse ci avrebbe dato diritto di pretendere la nostra parte dei beni del mondo, di quei beni, che sono in mano a pochi ingordi e che sono la causa di tutti i mali, di tutte le sofferenze e di tutte le guerre.
“La vittoria delle Potenze cosiddette alleate non darà al mondo che una pace effimera e illusoria.
“Per questo voi, miei fedeli, dovete sopravvivere e mantenere nel cuore la fede. Il Mondo, me scomparso, avrà bisogno ancora dell’Idea che è stata e sarà la più audace, la più originale e la più mediterranea ed europea delle idee.
“Non ho bluffato quando affermai che l’Idea Fascista sarà l’Idea del secolo XX. Non ha assolutamente importanza una eclissi anche di un lustro, anche di un decennio. Sono gli avvenimenti in parte, in parte gli uomini con le loro debolezze, che oggi provocano questa eclissi. Indietro non si può tornare. La Storia mi darà ragione”.

A questo punto Mussolini tacque. Scosse alcune volte la testa come per scacciare un pensiero molesto. Quando, due giorni dopo, gli portai il dattiloscritto di queste dichiarazioni, fece in più punti, specie là ove mi aveva parlato di una forza di trecento milioni di europei, di “veri europei”, alcuni segni di distacco: segni di lapis. Mi disse che avevo dimenticato molte cose importanti. Oggi le ricordo benissimo tutte.
Mussolini parlò della sua presa di posizione nel 1933-’34 fino ai colloqui di Stresa (aprile ’35). Affermò che la sua azione non era stata interamente compresa e tanto meno seguita né dall’Inghilterra né dalla Francia. E soggiunse: “Siamo stati i soli ad opporci ai primi conati espansionistici della Germania. Mandai le divisioni al Brennero; ma nessun gabinetto europeo mi appoggiò. Impedire alla Germania di rompere l’equilibrio continentale ma nello stesso tempo provvedere alla revisione dei trattati; arrivare ad un aggiustamento generale delle frontiere fatto in modo da soddisfare la Germania nei punti giusti delle sue rivendicazioni, e cominciare col restituirle le colonie; ecco quello che avrebbe impedito la guerra. Una caldaia non scoppia se si fa funzionare a tempo una valvola. Ma se invece la si chiude ermeticamente, esplode. Mussolini voleva la pace e questo gli fu impedito”.

Dopo qualche istante di silenzio ardii chiedergli:
“Avete detto che l’eventuale vittoria dei nostri nemici non potrà dare una pace duratura. Essi nella loro propaganda affermano... “
“Indubbiamente abilissima propaganda, la loro. Sono riusciti a convincere tutti. Io stesso a volte...”.
Mussolini sottolineò la frase: “Io stesso, a volte...” e sorrise. Posò il lapis sul tavolo e sollevò due o tre volte le mani fino all’altezza delle tempie. Poi, parlando lentamente e staccando le sillabe, aggiunse:
“Qualunque cosa detta da loro è la verità. Mi sono chiesto la ragione di questa specie di ubriacatura collettiva. Sapete che cosa ho concluso?”.
Alzò il capo e mi fissò. E proseguì: “ Ho concluso che ho sopravvalutato l’intelligenza delle masse. Nei dialoghi che tante volte ho avuto con le moltitudini, avevo la convinzione che le grida che seguivano le mie domande fossero segno di coscienza, di comprensione, di evoluzione. Invece, era isterismo collettivo...”.
“Ma il colmo è che i nostri nemici hanno ottenuto che i proletari, i poveri, i bisognosi di tutto, si schierassero anima e corpo dalla parte dei plutocrati, degli affamatori, del grande capitalismo”.

Mussolini ha segnato fortemente queste righe. Sono convinto di non aver saputo riferire bene tutto il suo pensiero. Mi disse:
“Non avete detto tutto. Avete rimpicciolito la mia idea. Ne riparleremo...”.
Invece, non ci fu più né tempo e né modo di riparlarne. Pochi giorni dopo, fu Dongo, fu l’esecuzione, fu Piazzale Loreto.

***
La vittoria degli alleati riporterà indietro la linea del fronte delle rivendicazioni sociali. La Russia? Il capitalismo di stato russo (credo superfluo insistere sulla parola bolscevismo) è la forma più spinta e meno socialista di un ibrido capitalismo, che si può solamente sostenere in Russia, appoggiato all’ignoranza, al fatalismo e alle storie di cosacchi, che hanno lasciato lo “knut” per il mitra.
Questo capitalismo russo dovrà cozzare fatalmente con il capitalismo anglosassone. Sarà allora che il Popolo italiano avrà la possibilità di risollevarsi e di imporsi. L’uomo che dovrà giocare la grande carta...”.
“Sarete voi, Duce...”.
“Sarà un giovane. Io non sarò più. Lasciate passare questi anni di bufera. Un giovane sorgerà. Un puro. Un capo che dovrà immancabilmente agitare le idee del fascismo. Collaborazione e non lotta di classe; carta del Lavoro e socialismo; la proprietà sacra fino a che non diventi un insulto alla miseria; cura e protezione dei lavoratori, specialmente dei vecchi e degli invalidi; cura e protezione della madre e dell’infanzia...”.

Mussolini volle sottolineare queste frasi programmatiche.
Mi disse più precisamente: “Onora il padre e la madre”. Depose il lapis col quale segnava le correzioni sul dattiloscritto e si passò una mano sulla fronte. Poi, dopo un attimo di silenzio soggiunse: “A volte si torna indietro nel tempo. E’ pur grande la nostalgia del tepore sicuro del petto materno”. E continuò: assistenza fraterna ai bisognosi; moralità in tutti i campi; lotta contro l’ignoranza e contro il servilismo verso i potenti; potenziamento, se si sarà ancora in tempo, dell’autarchia, unica nostra speranza fino al giorno utopistico della suddivisione fra tutti i popoli delle materie prime che Iddio ha dato al mondo; esaltazione dello spirito di orgoglio di essere italiano; educazione in profondità e non, purtroppo, in superficie come è avvenuto per colpa degli avvenimenti e non per deficienza ideologica.

“Verrà il giovane puro che troverà i nostri postulati del 1919 e i punti di Verona del 1943: freschi e audaci e degni di essere seguiti. Il Popolo allora avrà aperto gli occhi e lui stesso decreterà il trionfo di quelle idee. Idee che troppi interessati non hanno voluto che comprendesse ed apprezzasse e che ha creduto fossero state fatte contro di lui, contro i suoi interessi morali e materiali...”.

Anche qui Mussolini trovò che non avevo detto tutto quanto egli aveva espresso. Nella riga in cui si registravano le sue parole a proposito della utopistica suddivisione delle materie prime fra i popoli della Terra, corresse un errore madornale. Arrossii. Egli se ne accorse e rise. Poi disse: “Quando vi si incolpa di avere sbagliato, dite pure che Mussolini sbaglia dodici volte al giorno!”. Quindi proseguì: “Abbiamo avuto diciotto secoli di invasioni e di miserie, e di denatalità e di servaggio, e di lotte intestine e di ignoranza. Ma, più di tutto, di miseria e di denutrizione. Venti anni di Fascismo e settanta di indipendenza non sono bastati per dare all’anima di ogni italiano quella forza occorrente per superare la crisi e per comprendere il vero. Le eccezioni, magnifiche e numerosissime non contano”.
“Questa crisi, cominciata nel 1939, non è stata superata dal popolo italiano. Risorgerà, ma la convalescenza sarà lunga e triste e guai alle ricadute. Io sono come il grande clinico che non ha saputo fare la cura... “.

Qua corresse: “cura”. (Io avevo scritto: diagnosi). Ci pensò su un attimo, poi aggiunse: “la diagnosi era giusta!”. Mi guardò. Mi disse: “aggiungeremo qualche altra considerazione...”.
“...esatta e che non ha più la fiducia dei familiari dell’importante degente. Molti medici si affollano per la successione. Molti di questi sono già conosciuti per inetti; altri non hanno che improntitudine o gola di guadagno. Il nuovo dottore deve ancora apparire. E quando sorgerà, dovrà riprendere le ricette mie. Dovrà solo saperle applicare meglio”.
“Un accusatore dell’ammiraglio Persano, al quale fu chiesto che colpa, secondo lui, aveva l’Ammiraglio: “quella di aver perduto” rispose.
“Così io. Ho qui delle tali prove di aver cercato con tutte le mie forze di impedire la guerra che mi permettono di essere perfettamente tranquillo e sereno sul giudizio dei posteri e sulle conclusioni della Storia”.
Nel dire “ho qui tali prove”, indicò una grande borsa di cuoio. Mi sembra, delle tre, fosse quella di pelle gialla. Poi toccò una cassetta di legno......
"Non so se Churchill è, come me, tranquillo e sereno. Ricordatevi bene: abbiamo spaventato il mondo dei grandi affaristi e dei grandi speculatori. Essi non hanno voluto che ci fosse data la possibilità di vivere. Se le vicende di questa guerra fossero state favorevoli all'Asse, io avrei proposto al Fuhrer, a vittoria ottenuta, la socializzazione mondiale".

Mussolini sorrise lievemente quando parlò della sua serenità e tranquillità. Sorrise di nuovo quando fece cenno a Churchill. Il sorriso si mutò in una smorfia di disprezzo allorché parlò degli affaristi e degli speculatori.
"La socializzazione mondiale, e cioè: frontiere esclusivamente a carattere storico; abolizione di ogni dogana; libero commercio fra paese e paese, regolato da una convenzione mondiale; moneta unica e, conseguentemente, l'oro di tutto il mondo di proprietà comune e così tutte le materie prime, suddivise secondo i bisogni dei diversi paesi; abolizione reale e radicale di ogni armamento".
"Colonie: quelle evolute erette a Stati indipendenti; le altre, suddivise fra quei paesi più adatti per densità di popolazione, o per altre ragioni, a colonizzare ed a civilizzare; libertà di pensiero e di parola e di scritto regolate da limiti: la morale, per prima cosa, ha i suoi diritti".

Mussolini disse precisamente: "Libertà di pensiero, di parola e di stampa? Sì, purché regolata e moderata da limiti giusti, chiaramente stabiliti. Senza di che, si avrebbe anarchia e licenza. E ricordatevi, sopra tutto la morale deve avere i suoi diritti".
"Ogni religione liberissima di propagandarsi: siamo stati i primi, i soli, a ridare lustro e decoro e libertà e autorità alla Chiesa cattolica. Assistiamo a questo straordinario spettacolo: la stessa Chiesa alleata ai suoi più acerrimi nemici".

Mussolini aveva dettato: "alla Chiesa". Poi aggiunse: "cattolica". Quindi spiegò: "La Chiesa cattolica non vuole, a Roma, un'altra forza. La Chiesa preferisce degli avversari deboli a degli amici forti. Avere da combattere un avversario, che in fondo non la possa spaventare e che le permetta di avere a disposizione degli argomenti coi quali ravvivare la fede, è indubbiamente un vantaggio". Strinse le mani assieme e proseguì: "Diplomazia abile, raffinata. Ma, a volte, è un gran danno fare i superfurbi. Con la caduta del fascismo, la Chiesa cattolica si ritroverebbe di fronte a nemici d'ogni genere: vecchi e nuovi nemici. E avrebbe cooperato ad abbattere un suo vero, sincero difensore".
"Nel sud, nelle zone così dette liberate, l'anticlericalismo ha ripreso in pieno il suo turpe lavoro. L'Asino è, in confronto a pubblicazioni di questi ultimi tempi, un bollettino parrocchiale".
"Anche in questo campo, gli stessi uomini che oggi non vogliono vedere, saranno unanimi a deprecare la loro pazzia o la loro malafede. Se la vittoria avesse arriso a noi, questo programma avrei offerto al mondo e ancora una volta, sarebbe stata Roma a dare la luce all'Umanità".

A questo punto Mussolini tacque. Si alzò e si avvicinò alla finestra. Avevo cercato di fissare gli appunti nel modo il più esatto possibile, tenendo dietro a mala pena alle sue parole, specie quando la foga del discorso gli faceva affrettare la velocità dell'espressione. Le cartelle erano oramai più di trenta. Finalmente Mussolini si distaccò dalla finestra. Si rivolse di nuovo a me e riprese: "Mi dissero che non avrei dovuto accettare, dopo l'armistizio di Badoglio e la mia liberazione, il posto di Capo dello Stato e del governo della Repubblica Sociale. Avrei dovuto ritirarmi in Svizzera, o in uno Stato del sud America. Avevo avuto la lezione del 25 luglio. Non bastava, forse? Era libidine di potere, la mia? Ora chiedo: avrei dovuto davvero estraniarmi?".

Nell'esemplare del dattiloscritto dell'intervista che gli presentai all'indomani, Mussolini sottolineò energicamente le frasi interrogative.
"Ero fisicamente ammalato. Potevo chiedere, per lo meno, un periodo di riposo. Avrei visto lo svolgersi degli avvenimenti. Ma cosa sarebbe successo?".
"I tedeschi erano nostri alleati. L'alleanza era stata firmata e mille volte si era giurata reciproca fedeltà, nella buona e nella cattiva a sorte. I tedeschi, qualunque errore possano aver commesso erano, l'otto settembre, in pieno diritto di sentirsi e calcolarsi traditi".

"I "traditori" del 1914 erano gli stessi del 1943. Avevano il diritto di comportarsi da padroni assoluti. Avrebbero senz'altro nominato un loro governo militare di occupazione. Cosa sarebbe successo? Terra bruciata. Carestia, deportazioni in massa, sequestri, moneta di occupazione, lavori obbligatori. La nostra industria, i nostri valori artistici, industriali, privati, tutto sarebbe stato bottino di guerra".
"Ho riflettuto molto. Ho deciso ubbidendo all'amore che io ho per questa divina adorabile terra. Ho avuta precisissima la convinzione di firmare la mia sentenza di morte. Non avevo importanza più. Dovevo salvare il più possibile vite ed averi, dovevo cercare ancora una volta di fare del bene al Popolo d'Italia E la moneta di occupazione, i marchi di guerra, che già erano stati messi in circolazione, sono stati per mia volontà ritirati. Ho gridato. Oggi saremmo con miliardi di carta buona per bruciare".

"Invece nel Sud, i governanti legali, hanno accettato le monete di occupazione. La nostra lira nel regno del Sud non ha praticamente più valore. La più tremenda delle inflazioni delizia quelle regioni così dette liberate. Quando arrivammo nel Nord, in questo Nord che la Repubblica Sociale ha governato malgrado bombardamenti, interruzioni di strade, azioni di partigiani e di ribelli, malgrado la mancanza di generi alimentari e di combustibili, in questo Nord dove il pane costa ancora quanto costava diciotto mesi fa e dove si mangia alle Mense del Popolo anche a otto lire, quando arriveranno a liberare il Nord, porteranno, con altri mali, la inflazione. Il pane salirà a 100 lire il chilo e tutto sarà in proporzione...". Credo di aver qui reso abbastanza bene il pensiero di Mussolini perché all'indomani, rileggendo queste cartelle egli approvava con frequenti cenni del capo.
"Mi sono imposto e ho avuto uomini che mi hanno ubbidito. Non si è stampato che il minimo occorrente, di moneta. Ho però autorizzato le banche ad emettere degli assegni circolari, questi tanto criticati assegni. Non sono tesaurizzabili: ecco la loro importanza. La lira-moneta automaticamente viene richiesta, acquista credito, le rendite e i consolidati sono a 120, e dobbiamo frenare un ulteriore aumento. Tutto questo, ho fatto". "Ho impedito che i macchinari venissero trasportati in Baviera. Ho cercato di far tornare migliaia di soldati deportati, di lavoratori rastrellati. Anche su questo punto, occorre parlar chiaro: ho dei dati inoppugnabili".
"Oltre trecentosessantamila lavoratori hanno chiesto volontariamente di andar a lavorare in Germania, e hanno mandato, in quattro anni, alcuni miliardi alle famiglie. Altri trecentoventimila operai sono stati arruolati dalla Todt. ( Dalla Germania sono tornati oltre quattrocentomila soldati ed ufficiali prigionieri, o perché hanno optato per noi, o per mio personale interessamento secondo i casi più dolorosi".
"Ho impedito molte fucilazioni anche quando erano giuste. Ho cercato, con tre decreti di amnistia e di perdono di procrastinare il più possibile le azioni repressive che i Comandi germanici esigevano per avere le spalle dei combattenti protette e sicure. Ho distribuito a povera gente, senza informarmi delle idee dei singoli, molti milioni. Ho cercato di salvare il salvabile. Fino ad oggi l'ordine è stato mantenuto: ordine nel lavoro, ordine nei trasporti, nelle città".
"I ribelli ci sono. Sono molti; ma, salvo qualche aliquota di illusi, la grande massa è composta di renitenti, di disertori, di evasi dalle galere e dai penitenziari. Gli alleati sanno perfettamente questo, ma sanno anche che queste formazioni sono utilissime per i loro sforzi di guerra. Poi, a liberazione avvenuta, succederà come in Grecia. Sul vostro giornale avete messa in giusta evidenza la disperata trasmissione dei partigiani greci in lotta contro i liberatori inglesi".

Era stata captata una radiotrasmissione clandestina di partigiani greci in lotta contro i britannici. Detti risalto alla notizia, e feci distribuire alcune migliaia di copie del giornale nelle zone partigiane. "Dovevo, di fronte ad una situazione che vedevo tragicamente precisa, disertare il mio posto di responsabilità? Leggete: sono i giornali del Sud. Mussolini prigioniero dei tedeschi. Mussolini impazzito. Mussolini ammalato. Mussolini con la sua favorita. Mussolini con la paralisi progressiva. Mussolini fuggito in Brasile". Mussolini mi mostrava i ritagli. Ne leggeva i titoli ad alta voce. Ogni volta, dopo aver scandito le sillabe di ogni titolo, sollevava gli occhi per vedere la mia reazione. Poi strinse il pugno e lo batté con energia sul tavolo.
"Invece sono qui, al mio posto di lavoro, dove mi troveranno i vincitori. Lavorerò anche in Valtellina. Cercherò che il mondo sappia la verità assoluta e non smentibile di come si sono svolti gli avvenimenti di questi cinque anni. La verità è una".
"Ma c'è è ancora una speranza? Ci sono le armi segrete?".
"Ci sono. Se non fosse avvenuto l'attentato contro Hitler nell'estate scorsa, si avrebbe avuto il tempo necessario per la messa in azione di queste armi. Il tradimento anche in Germania ha provocato la rovina, non di un partito, ma della patria".

Più esattamente Mussolini disse: "Ci sono: sarebbe ridicolo e imperdonabile bluffare".
E quando pronunciò la parola "tradimento" esclamai: "Ma noi vi siamo stati e vi saremo sempre fedeli". Egli, allora, mi pose la mano sul braccio e mi disse con accento triste: "Quanti giuramenti! Quante parole di fedeltà e di dedizione! Oggi solo vedo chi era veramente fedele, chi era veramente fascista! Siete voialtri, sempre gli stessi fedeli delle ore belle e delle ore gravi. Facile era osannare nel 1938! Ho una tale documentazione di persone che non sapevano più che fare per piacermi! E al primo apparire della tempesta, prima si sono ritirati prudentemente per osservare lo svolgersi degli avvenimenti. Poi si sono messi dalla parte avversaria. Che tristezza. Ma che conforto, finalmente, poter vedere che vi sono i puri, i veri, i sinceri. Tradire l'idea... tradire me... ma tradire la Patria!"

Quindi, proseguendo a parlare delle armi segrete tedesche, dichiarò: "Le famose bombe distruttrici sono per essere approntate. Ho, ancora pochi giorni fa, avuto notizie precisissime. Forse Hitler non vuole vibrare il colpo che nella assoluta certezza che sia decisivo".
"Pare che siano tre, queste bombe e di efficacia sbalorditiva. La costruzione di ognuna è tremendamente complicata e lunga. Anche il tradimento della Romania ha influito, in quanto la mancanza della benzina è stata la più terribile delle cause della perdita della supremazia aerea. Venti, trentamila apparecchi fermi o distrutti al suolo. Mancanza di carburante. La più tremenda delle tragedie".
"Duce, pensate che inglesi e americani possano vedere i russi arrivare nel cuore dell'Europa? Non sarà possibile una presa di posizione...?".
"I carri armati che penetrano nella Prussia Orientale sono di marca americana".

A questo punto Mussolini volle precisare che non riteneva, oramai, più possibile sperare in un capovolgimento del fronte. Disse anche: "Forse Hitler si illude". Poi aggiunse: "Eppure, si sarebbe ancora in tempo, se ...". Alzò le sopracciglia, fece un ampio gesto con le mani, come per farmi capire: "Tutto è possibile". Quindi riprese: "Il compito degli alleati è di distruggere l'Asse. Poi...".
"Poi?". "Ve l'ho detto. Scoppierà una terza guerra mondiale. Democrazie capitalistiche contro bolscevismo capitalistico. Solo la nostra vittoria avrebbe dato al mondo la pace con la giustizia. Mi , hanno tanto rinfacciata la forma tirannica di disciplina che imponevo agli italiani. Come la rimpiangeranno. E dovrà tornare se gli italiani vorranno essere ancora un Popolo e non un agglomerato di schiavi" .
"E gli italiani la vorranno. La esigeranno. Cacceranno a furor di popolo i falsi pastori, i piccoli malvagi uomini asserviti agli interessi dello straniero. Porteranno fiori alle tombe dei martiri, alle tombe dei caduti per un'idea che sarà la luce e la speranza del mondo. Diranno, allora, senza piaggeria, e senza falsità: Mussolini aveva ragione".

Mussolini a questo punto prese le cartelle dove avevo messo gli appunti.
"Non farete un articolo. Riprendete da questi appunti quello che vi ho detto. Dopodomani mattina mi porterete il dattiloscritto. Se ne avrò tempo riprenderemo fra qualche giorno questo lavoro".
Dissi al Duce che in anticamera era il mio redattore capo, già direttore di un settimanale di Brescia. Mussolini lo fece chiamare. Rimanemmo ancora dieci minuti in udienza.

Ho terminato stanotte, 21-22 aprile queste note, che porterò domani al Duce. Per mancanza di carta, ho dovuto scrivere le ultime quattro cartelle al rovescio delle prime quattro.
Spero di aver interpretato il pensiero del Duce. Viva Mussolini! Viva la Repubblica Sociale! Viva il Fascismo!

Terminata la dettatura entrò il redattore capo sottotenente Lucarini. Mussolini si intrattenne con noi ridendo e scherzando per circa un quarto d'ora. Quando uscimmo nell'anticamera, fummo circondati da gerarchi e camerati. Vittorio Mussolini volle vedere la fotografia. Mezzasoma disse: "E' ben raro che egli scriva delle dediche così".
Dopo di che mi accinsi al lavoro. Lavorai tutta la notte al giornale. Quel numero del 21 aprile, però, non uscì più. La notte seguente misi in ordine gli appunti. Lavorai come potei. Tre allarmi aerei; tre volte la luce si spense. La mattina del 22, alle 11, tornai in Prefettura. Mussolini era fuori.
Fece ritorno alle 12,40. Attraversò l'anticamera con passo rapido. Rispose con aria stanca ai nostri saluti. Quando fu sulla soglia della sua stanza da lavoro, si voltò e mi fece cenno di attendere.

Barracu, dopo una decina di minuti, mi introdusse da lui. Stava mangiando. Avevano portato un "cabaret" con una zuppiera. Sorbì alcune cucchiaiate di minestra. Mangiò un po' di verdura, un pezzettino di lesso, due patate e una carota bollita. Poi una mela. Bevve due dita di acqua minerale. Quindi si volse verso di me, e mi disse: "Fatemi vedere il vostro lavoro". Scostò delle carte. Lesse con attenzione, lentamente. Il suo volto aveva visibili tracce di stanchezza. Alla distanza di sole quarantott'ore, sembrava molto invecchiato. Corresse e tracciò molti segni, come risulta dal dattiloscritto. Alla fine mi disse: "Va bene. Ci rivedremo forse in questi giorni. Qualunque cosa accada, non fate vedere ad alcuno questo scritto. Se dovesse accadere il crollo, per tre anni tenetelo nascosto. Poi fate voi, secondo le vicende e secondo il vostro criterio. Ora andate".

Salutai senza poter dire una parola. Mi sorrise e fece un gesto di arrivederci. Uscii dalla Prefettura con l'animo in tumulto. Non dovevo più rivederlo...

Milano, 22 aprile 1945.


Ultima modifica di julia il Ven Ott 21 2011, 16:20:10, modificato 1 volta in totale
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
pirata

Apprendista
Apprendista


Iscritti

Sesso: Sesso:Maschio

Registrato: 01/09/09 12:14
Messaggi: 73
pirata is offline 

Interessi: Addestramento di pulci bovine
Impiego: Torero



italy
MessaggioInviato: Mer Ott 19 2011, 12:57:41    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Eeheheh So tornato!!!!! Twisted Evil
pecchè cinghios mo se chiama julia? è diventata femmina?
cingiale cambiasesso sembre affà popaganta di stonzate so mesi che te seguo comme
er seguggio dar naso fino che cola mocciolo che te se pozza sparma sur viso
itiota di prima categoria tornatene da dove ne vieni... qui non ti lege nesunno
scento giu dala cambagnai e te sparo comme facio ali cingghiali veri ma li preciutti e sarsicce co te venerebbero na mmerda...
spamatore di cazzate... riticolo essere inseto da schiaciare
te schivi le cose da solo e te ce risponni... disociatto mentale da ricovero
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
julia
Attualmente bannato

Apprendista
Apprendista


Iscritti



Registrato: 20/06/11 17:31
Messaggi: 58
julia is offline 






germany
MessaggioInviato: Ven Ott 21 2011, 16:40:03    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

HORST WESSEL
9 Settembre 1911 – 23 Febbraio 1930

di Bruno Renoult
[ Traduzione a cura di Avatar ]
Una delle figure più importanti del movimento nazionalsocialista è senza dubbio quella del giovane Horst Wessel, Capo di una Sezione SA a Berlino, assassinato a 19 anni.
Figlio di un pastore protestante, entrò presto nella SA, per divenire in poco tempo uno Sturmführer (Caporeparto nell'unità N° 5, di un quartiere centrale di Berlino). Assiste a tutti i Congressi del Partito egli è visto tanto a Monaco, come a Norimberga o Braunschweig, dove sfila alla testa della sua Sezione.
Il 29 Settembre del 1929, il giornale di Goebbels, "Der Angriff", pubblica una poesia del giovane Wessel: "Die Fahne Hoch", (In alto la Bandiera) che più tardi sarebbe diventata famosa, come vedremo.

ESSERE NAZIONALSOCIALISTA NELLA BERLINO ROSSA

La lotta politica agli inizi degli anni trenta e soprattutto a Berlino, si svolge per strada. A seconda dei quartieri chi portava la camicia bruna non era ben visto, ed i militanti nazionalsocialisti si sentono attaccati da vere organizzazioni terroristiche dell'epoca, come il Fronte Rosso che raggruppa il KPD, Partito Comunista Tedesco, il SPD, Partito Socialista Tedesco, ed altre differenti organizzazioni israelite, marxiste e liberali. Essere nazionalsocialisti in certi quartieri di Berlino, come Wedding, Moabit o Kopenick era praticamente una pazzia.
I comunisti si erano trasformati in vere guardie che vigilavano ed ogni apparizione di camicie brune era considerata una provocazione per quelli che si credevano gli unici col potere di rivolgersi al popolo. Minacce, attacchi a militanti in solitario, barricate ed assalti a sale di riunioni del partito, erano all'ordine del giorno. Tutto ciò succedeva senza che la polizia repubblicana reagisse e davanti alla sua totale indifferenza...
Tra il 1923 e il 1933, il terrore rosso causò, solo tra i membri della SA, circa 170 morti, oltre a migliaia di feriti, senza contare i caduti di altre organizzazioni del Partito. Per esempio, in un solo giorno furono assassinati tre SA di Berlino-Kopenick. Fu la cosiddetta "Blutswoche" (Settimana di Sangue). Questi tempi di lotta sono magnificamente descritti dal Dr. Goebbels nel suo libro "Kampfum Berlín" (Lotta per Berlino), come nella recente opera sulla Hitlerjugend, capitolo 11, ha scritto il nostro camerata Javier Nicolás.

DICIANNOVE ANNI DI UN GIOVANE DELLA SA

Horst Wessel nacque in Bielefeld, una città nel cuore del "Teutoburguer Wald" (Bosco Teutonico), nel 1911. Più tardi suo padre si stabilì a Berlino per svolgere la sua funzione di pastore nella parrocchia di San Nicola.
Intanto scoppia la Prima Guerra Mondiale ed il padre serve al fianco del Maresciallo Hindenburg di cui si farà amico personale. A quel tempo, il giovane Horst si trovava già in testa ai suoi camerati a scuola e per strada, dove assisteva all'incombente Rivoluzione Bolscevico di Berlino in 1919.
Dopo aver frequentato diversi gruppi patriottici tedeschi, Horst Wessel entra, molto giovane, nel NSDAP di Berlino, combattendo simultaneamente i comunisti e la borghesia. Studente di diritto, fu ricevuto nella corporazione dei "Normannen". Oratore e combattente, a volte ritornava a casa in stato penoso, con gran orrore di sua madre che intanto era rimasta vedova. Questo obbligò Horst ad allontanarsi dalla "Berlino Rossa" ed andò a Vienna per continuare i suoi studi. Lì ne approffitò per strutturare le sezioni della HJ, Hitlerjugend, austriaca. Di nuovo a Berlino, passa dallo "Sturm 1" allo "Sturm 5", col quale percorre, a bordo di camion, la regione di Brandenburg, portando buone notizie a tutti, in piena campagna pubblicitaria ed in un'atmosfera allegra, nonostante l'evidente rischio che ciò supponeva di fronte ai comunisti.
Un giorno andando all'Università, vicino all'Alexander Platz, conosce una ragazza chiamata Erna Jaenke. Si innamorano e decidono di vivere insieme contro la volontà della madre di Horst che decide di non pagare più i suoi studi. Horst realizza ogni tipo di lavori per potere vivere e pagare la sua casa, occupandosi di questo oltre che alle attività della SA.
Durante un'uscita in montagna, il suo giovane fratello Werner Wessel, muore per una tempesta di neve. Horst torna a Berlino moralmente distrutto, portando il suo corpo in un camion. Duramente segnato da questa nuova prova, cade malato e deve rimanere a letto per un certo periodo. I suoi camerati Bruno, Richard ed Albert, lo vanno a trovare per alzargli il morale.

LA SUA MORTE

La sua portinaia, Frau Salm, vedova di un comunista, volendo sbarazzarsi di questo personaggio scomodo, organizza un imbroglio col pretesto di un affitto non pagato e si rivolge a un gruppo di comunisti dei bassi fondi di Berlino, del "Fronte Rosso di Combattimento", per intimorirlo.
Un pomeriggio di inverno, comandati dall'ebreo Else Cohn, un gruppo diretto da Ali Hohler (un malavitoso), si presentò nello studio di Horst Wessel, nel quale viveva con la sua compagna Erna Jaenke.
Questi aprì senza indugio la porta e ricevette vari spari di revolver, essendo stato atterrato da un pugno alla mandibola. Rapidamente intervengono i suoi camerati e lo portano all'Ospedale della Friedrichshain. Lo stesso Dr. Goebbels va a trovarlo varie volte, come il Príncipe August Wilhelm di Prussia, membro della SA, ma soprattutto sua sorella Inge. Durante tutto un mese lotta tra la vita e la morte, finirà di morire per setticemia.
Il processo che ebbe luogo contro gli assassini sotto il regime della Repubblica di Weimar, praticamente rilasciò gli assassini, e si dovette aspettare l'arrivo del NSDAP al potere per fare giustizia.

LE CONSEGUENZE

L'assassinio di questo militante del NSDAP, fu considerato dai suoi addolorati camerati come un'orribile e macabra provocazione da parte dei giudeo-marxisti. Subito si decide a livello nazionale che il Partito organizzi dei funerali grandiosi in risposta a questo crimine, benché questa immagine di forza non causasse l'effetto desiderato, di fare cessare tutti gli assassini, ma servì però come occasione per dimostrare la capacità di disciplina del NSDAP e come occasione per una manifestazione.
Ciò che volevano i comunisti era la proibizione di tutto il Movimento. Per questo non cessarono nelle loro provocazioni e perfino negli omicidi. Nella stessa linea di incitamento a una reazione violenta, in occasione dei funerali di Horst Wessell, i comunisti organizzano veri gruppi armati che dovevano attaccare il corteo funebre. Inoltre. quest' ultimo si vedeva obbligato a passare nei pressi della "Karl Liebcknet Haus" (Sede del Partito Comunista), per dirigersi verso il cimitero Nicolai.

DIMOSTRAZIONE DEL 23 FEBBRAIO 1930

Il reporter del giornale del NSDAP ("Volkischer Beobachter"), ci descrive così la manifestazione: "Nei paraggi della Friedrichshain, in direzione alla collina Prenzlauer, si possono vedere gli oppositori che scendono dal tram. La strada Konigstor è piena di gente e, nonostante la dissimulazione si possono riconoscere i membri della SA, anche loro arrivano in tram. All'entrata del cimitero una ventina di SA puliscono la parete di spiacevoli scritte, prima che passi il corteo funebre. La polizia repubblicana prede questo come pretesto per fermarli!
Man mano che le SA continuano ad entrare nel cimitero si spogliano di cappotti e giacche per rimanere in camicia bruna, nonostante il glaciale vento di Febbraio. Subito si dispongono in colonne di protezione ad entrambi i lati dove dovrà passare il corteo. Il cimitero continua a riempirsi sempre di più mentre si avvicina la colonna funebre con più di 10.000 persone.
Questo è il momento atteso dai comunisti, creando la confusione necessaria per ottenere più vittime. A un certo momento le bande rosse si scagliarono sulla carrozza funeraria tirata dai cavalli per impadronirsi del feretro, arrivando a scuotere tutta la carrozza.
Davanti a simile profanazione, la polizia per una volta, interviene senza considerazioni, facendo retrocedere gli attaccanti. La SA, da parte loro, rimangono fermi, nonostante la pioggia di oggetti che cadono su essi, dimostrando una disciplina esemplare ed enorme volontà. In questo ultimo viaggio di Horst Wessel si raggruppano i lavoratori vestiti ognuno secondo la sua occupazione: i panettieri coi loro berretti e vestiti bianchi, i birrai con le proprie corrispondenti tenute azzurre, gli impiegati di tram, di ferrovie e poste, etc. si vedono anche numerose uniformi della HJ, SA e SS, membri del "Stahlhelm", senza dimenticare le donne del "Deutsche Frauen Orden" e del NSF.
La tomba si trova non lontano dal muro posteriore del cimitero, circondato dai palazzi della vicina strada . Alcuni centinaia di comunisti si erano riuniti lì e lanciavano grida selvagge, tutto questo accompagnato da un diluvio di pietre che tiravano aldilà del muro.
Dal terzo piano del palazzo contiguo si sentì una risata isterica, effettivamente, qualcuno potè riconoscere il viso di quell'orribile vecchia di aspetto ebreo.
All'uscita del cimitero, la SA che erano rimasti impassibili davanti alle provocazioni giudeo-comuniste, poterono ripulire finalmente la strada dalle canaglie e dalla feccia internazionalista che riempie abitualmente i bassi fondi della capitale."
Il giornalista del "Volkischer Beobachter" continua: "Il nostro gruppo, dirigendosi dalla Prenzlauer Strasse in direzione della Alexander Platz, facente angolo con la Konigsstrasse, vide in lontananza un centinaio di comunisti maltrattare cinque uomini della SA. In mezzo al tumulto e del traffico delle macchine, i camerati si lanciarono all'assalto, braccio in alto, gridando "Heil Hitler" e "Deutschland Erwache", precipitandosi sull'orda rossa per liberare i cinque SA. I rossi fuggirono velocemente in tutte direzioni per riunirsi nei bassi fondi che non hanno mai abbandonato totalmente...
Questa giornata in onore di Horst Wessel inaugurò ancor più che un funerale, fu una marcia trionfale verso un futuro sempre più duro e forte per il movimento. E per molto tempo, gli uomini dello "Sturm 5", stettero di guardia alla sua tomba di giorno e di notte."

IL SUO LASCITO, L'EREDITÀ DI HORST WESSEL

Dopo quel giorno memorabile, la tomba della famiglia Wessel fu modificata e servì da supporto ad un monumento di bronzo, rappresentante una bandiera che issandosi simbolizzava l'inno che egli stesso aveva scritto anni prima: "Die Fahne hoch", In Alto la Bandiera.
Horst Wessel non morì in vano. Le quattro magnifiche strofe di quello che arrivò ad essere l' "Horst Wessel Lied", l'inno ufficiale del NSDAP, ci ricordano chi cadde sotto gli spari dal Fronte Rosso e della Reazione, i loro spiriti sono vicino a noi nelle nostre file...
La tomba del piccolo cimitero Nicolai arrivò a trasformarsi nel posto di pellegrinaggio obbligato per ogni militante che passava a Berlino, come lo era la Feldherrnhalle di Monaco. Il nome di Horst Wessel fu dato a differenti strade della nuova Germania, come alla stazione di metro più prossima al quartiere Berlinese dove visse Horst. Ogni anniversario fu commemorato in maniera grandiosa. Lo stesso Führer stette lì e prese la parola ai piedi della sua tomba, con la camicia bruna, sotto la neve e gli alberi spogli con un fervore più forte che mai.
Nel 1944 si costituì la Divisione SS "Horst Wessel", così come la Divisione "Feldherrnhalle" che durante i terribili combattimenti finali del Reich contro i sovietici, voleva ricordare l'ardore dei primi tempi della lotta nei combattimenti per conquistare la Berlino rossa ed il sacrificio di Horst Wessel.
Nel 1945 si svolsero dei combattimenti coi russi in quello stesso cimitero, rimangono come testimoni gli spari sulle tombe.
Per noi, camerati nacionalsocialisti, Horst Wessel non è sparito, continua a essere presente nel suo inno e non esiste neanche un paese dell'Europa intera, America del Nord o del Sud, passando perfino per l'Africa, nel quale dopo cinquantotto anni non sia intonato di nuovo questo canto simbolico della nostra lotta eterna.
Ma che cosa è stato della tomba del nostro camerata?.


SCOPRIAMO LA TOMBA SCOMPARSA DI HORST WESSEL

Dopo l'apocalittica fine del 1945, il monumento della tomba fu smontato e la sepoltura parzialmente sgretolata. Sembra che sia stato un membro che sopravvisse della famiglia di Horst, sua sorella, che ricostruì quello che potè con le pietre, dando alla tomba un aspetto umano.
Con la morte di sua sorella, la tomba fu abbandonata.
Con l'aiuto di un vecchia pianta di Berlino, potremo situare la stazione del metro "Horst Wessel", oggi chiamata "Rosa Luxemburg" ed ubicata a pochi metri dalla Friedrichshain. Ma come situarla sul terreno, sapendo che il cuore di Berlino fu praticamente spianato in 1945?. Inoltre come localizzare le vestigia di una tomba senza farsi scoprire dai funzionari di quel cimitero, sapendo che il cimitero di Berlino occupa vari ettari?. Fortunatamente, cinquanta otto anni più tardi, gli anziani si ricordarono - come è il caso di due donne di Berlino. Queste di una certa età che c'orientarono gentilmente su dove si trova la tomba. Questo succedeva davanti allo stupore di un viandante, probabilmente funzionario del Partito Unico nella RDA per cui "Horst Wessel" rappresentava ancora il "terrore bruno".
Per fortuna, il vecchio cimitero Nicolai si trovava intatto nella Prenzlauer Strasse, confinando con quartieri completamente spianati e ricostruiti nello stile "staliniano" negli anni 50. Il muro sul quale le SA avevano pulito le scritte prima del funerale, stava ancora in piedi.
Entriamo da un piccolo portico sovrapposto nel quale figurava l'iscrizione di principi del secolo: "Alte Nicolai Friedhof."
Con l'aiuto di alcune foto di epoca trovate in un album di famiglia comune, abbiamo cercato la collocazione della tomba, trovando intatti i mausolei vicini al muro. Il palazzo da dove gridava la vecchia ebrea, secondo l'informazione del "Volkischer Beobachter", sparì nella bufera del 1945.
Dando fede alle informazioni ricevute , c'imbattemmo con una pietra ricoperta dalla vegetazione, sulla quale l'ossido di antiche lettere di bronzo lasciarono un'iscrizione su cui ancora si può leggere: "Ludwig Wessel", padre di Horst, così come la forma di una Croce di Ferro che questo ricevette nella Prima Guerra Mondiale.
In uno dei lati della pietra rettangolare che non è altro che una quarta parte del monumento originale, si distinguono ancora le viti di fissaggio delle lettere di bronzo avulse, di una vecchia iscrizione, la stessa che si distingue nella foto dell'epoca. Nel prolungamento della pietra, una elevazione della terra sembra indicare la sepoltura stessa. Adiacenti al terreno si sono trovati pezzi del parapetto che circondava il monumento ai piede del quale Hitler e Goebbels presero la parola.
Con una grande emozione pulimmo la sepoltura coi nostri camerati di Berlino ed intonammo, braccio in alto, le strofe del "Horst Wessel Lied", nel crepuscolo di quella giornata glaciale di Febbraio, vicino alla tomba del nostro camerata, presente al nostro fianco, dopo cinquanta anni.
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
julia
Attualmente bannato

Apprendista
Apprendista


Iscritti



Registrato: 20/06/11 17:31
Messaggi: 58
julia is offline 






germany
MessaggioInviato: Ven Ott 21 2011, 16:44:24    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Diecimila ufficiali polacchi, il fior fiore della tradizione e della cultura di un popolo, vengono massacrati dai russi nella foresta di Katyn'. Nel 1943 una commissione internazionale stabiliva che la responsabilità era da ascriversi ai sovietici ma dalla fine della guerra sino alla caduta del muro di Berlino, la verità ufficiale parla di eccidio nazista.
E' certamente vero che la politica razziale del nazionalsocialismo e le aberranti atrocità commesse sugli ebrei d'Europa sono una macchia incancellabile per la Germania nazista, ma è altrettanto vero che tutto ciò è servito da pretesto per zittire coloro che sono a conoscenza di atrocità commesse dagli eserciti alleati e ne avrebbero potuto parlare.
Ecco quindi che, col pretesto di una realpolitik, il martirio del popolo ebraico ha costituito per i vincitori un comodo paravento ai massacri, perpetrati dai comunisti, di milioni e milioni di uomini prima e dopo la II Guerra Mondiale, il cui numero supera di gran lunga, nello spazio e nel tempo, quelli dei nazisti: evidentemente, i morti per mano comunista sono più giustificabili dei morti per mano nazista; l'uccidere nel nome della razza è meno giustificabile che uccidere nel nome dell'ideologia.
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
julia
Attualmente bannato

Apprendista
Apprendista


Iscritti



Registrato: 20/06/11 17:31
Messaggi: 58
julia is offline 






germany
MessaggioInviato: Ven Ott 21 2011, 16:50:24    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Studio sulla vergogna dimenticata:



LE FOIBE






Probabilmente a molti questa parola non dice nulla, così come Bassovizza e Opicina sono luoghi sconosciuti ai più, ma quella parola quei luoghi rappresentano una delle pagine più tristi e drammatiche della storia Italiana.




Le Foibe ( dal latino "fovea", che significa "fossa"); non sono solo voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall'erosione di corsi d'acqua, che possono raggiungere anche i 200 metri di profondità, ma rappresentano anche delle inguaribili ferite nella memoria e nella coscienza di molti italiani. In quei luoghi dall'8 settembre del 1943 e fino a tutto il 1946, in Istria prima e poi nel territorio di trieste e in gran parte della venezia giulia, i partigiani delle formazioni titine, cui erano in qualche caso aggregate formazioni partigiane italiane, usavano le foibe per eliminare, gettandoveli dentro, i "fascisti italiani, militari o civili che fossero. Ben di rado l'eliminazione fisica e il conseguente " infoibamento" avveniva mediante una semplice fucilazione. Comunemente, prima di essere gettati nelle fosse, gli uomini e le donne, rastrellati e strappati dalle loro case e condannati senza processo alcuno, erano evirati, stuprati, accecati, torturati. Alcuni furono legati a cadaveri con filo spinato e quindi gettati vivi nei crepacci. Il numero così delle persone sterminate non è mai stato accertato. Nelle foibe furono precipitati civili d'ogni credo e colore politico, colpevoli esclusivamente d'essere italiani. Ma per questi crimini nessuna ha mai pagato!




Nei libri di storia a scuola non troverete quest'argomento, poichè rappresenta un aspetto scandaloso e sconcertante della "intoccabile resistenza". La ragione risiede, ovviamente, nei cinquant'anni del dopoguerra, quando la cultura è stata solo quella dell'antifascismo. In italia per cinquant'anni si è volutamente e vergognosamente taciuto su questi fatti. Si è taciuto sulle liste di proscrizione che i titini portarono con loro quando, nel 1943 e nel 1945, invasero trieste e la venezia giulia; si è taciuto sulle migliaia di persone che scomparirono da quei luoghi deportati nei campi di concentramento di Borovnica, Maribor, Aidussina ed altre località della allora Jugoslavia. In mezzo secolo pochi coraggiosi hanno osato andare controcorrente cercando documenti, testimonianze e prove di quello sterminio dimenticato. I sopravvissuti ed i parenti delle vittime aspettano ancora giustizia.




Ma quante furono le vittime delle foibe? nessuno lo saprà mai! Di certo non lo sanno neanche gli esecutori delle stragi. Questi non hanno parlato e non parlano. D'altra parte è, pensabile che in quel clima di furore omicida e di caos ben poco ci si curasse di tenere contabilità delle esecuzioni. Sulla base di vari elementi ( escludendo Basovizza dopo ne parleremo ) si calcola che gli infoibati furono alcune migliaia. Più precisamente, secondo lo studioso triestino Raoul Pupo, "il numero degli infoibati può essere calcolato tra i 4 mila e i 5 mila, prendendo come attendibili i libri del sindaco Gianni Bartoli e i dati degli anglo-americani". Alle vittime vanno aggiunti i deportati, anche questi a migliaia nei lagher jugoslavi, dai quali una gran parte non conobbero ritorno. Complessivamente le vittime di quegli anni tragici, soppresse in vario modo da mano slavo-comunista, vengono indicati in 10 mila anche più. Belgrado non ha mai fatto o contestato cifre. Lo stesso Tito però ammise la grande mattanza. In alto abbiamo accennato a Basovizza, ma cos'è? Occorre precisare che questa tristemente famosa voragine non è una Foiba naturale, ma il pozzo di una miniera scavato all'inizio del secolo fino alla profondità di 256 metri, nella speranza di trovarvi il carbone. La speranza andò delusa e l'impresa venne abbandonata. nessuno allora si curò di coprire l'imboccatura e così, nel 1945, il pozzo si trasformò in un grande, orrida tomba. Anche qui i deportati venivano prima catturati poi fatti salire in autocarri della morte questi, con le mani straziate dal filo spinato venivano sospinti a gruppi verso l'orlo dell'abisso. Una scarica di mitra ai primi faceva precipitare tutti nel baratro. Sul fondo chi non trovava morte istantanea dopo un volo di 200 metri, continuava ad agonizzare tra gli spasmi delle ferite e le lacerazione riportate nella caduta tra gli spuntoni di roccia. La maggior parte delle vittime venivano prima spogliate e seviziate. Per quanto riguarda specificamente le persone fatte precipitare nella foiba di Basovizza, è stato fatto un calcolo inusuale e impressionante. Tenendo presente la profondità del pozzo prima e dopo la strage, fu rilevata la differenza di una trentina di metri. lo spazio volumetrico - indicato sulla stele al sacrano di Basovizza in 300 metri cubi - conterebbe le salme degli infoibati: oltre duemila vittime! una cifra agghiacciante.







Roberto Goglia

" Ricordo l'italia di fiume i reduci offesi da fame e terrore e il sogno rinascere a ottobre e gli antichi valori rinascere in me" ( RICORDI - G. Marconi )
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
julia
Attualmente bannato

Apprendista
Apprendista


Iscritti



Registrato: 20/06/11 17:31
Messaggi: 58
julia is offline 






germany
MessaggioInviato: Ven Ott 21 2011, 16:59:46    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

IL TESTAMENTO POLITICO DI BENITO MUSSOLINI

E' l'ultima notte di vita del Duce, la guerra è ormai persa e da prigioniero scrive le sue ultime parole, il suo testamento politico. Dalla stanza della tenuta dei De Maria dove è rinchiuso rivolge a se stesso e al popolo italiano le ultime lettere e un punto definitivo alla sua vita ed al Fascismo in Italia.



"Nessuno che sia un vero Italiano, qualunque sia la sua fede politica, disperi nell'avvenire. Le risorse del nostro popolo sono immense. Se saprà trovare un punto di saldatura, recupererà la sua forza prima ancora di qualche vincitore. Per questo punto di fusione io darei la vita anche ora, spontaneamente, qualunque sia purché improntata a vero spirito italiano. Dopo la sconfitta io sarò coperto furiosamente di sputi, ma poi verranno a mondarmi con venerazione. Allora sorriderò, perché il mio popolo sarà in pace con se stesso. Il lavoratore che assolve il dovere sociale senz'altra speranza che un pezzo di pane e la salute della propria famiglia, ripete ogni giorno un atto di eroismo. La gente che lavora è infinitamente superiore a tutti i falsi profeti che pretendono di rappresentarla. I quali profeti hanno buon gioco per l'insensibilità di chi avrebbe il sacrosanto dovere di provvedere.
Per questo sono stato e sono socialista!



L'accusa di incoerenza non ha fondamento. La mia condotta è sempre stata rettilinea nel senso di guardare alla sostanza delle cose e non alla forma. Mi sono adattato socialisticamente alla realtà. Man mano che l'evoluzione della società smentiva molte delle profezie di Marx, il vero socialismo ripiegava dal possibile al probabile. L'unico socialismo attuabile socialisticamente è il corporativismo, punto di confluenza, di equilibrio e di giustizia degli interessi rispetto all'interesse collettivo. La politica è un'arte difficilissima tra le difficili perché lavora la materia inafferrabile, più oscillante, più incerta. La politica lavora sullo spirito degli uomini, che è un'entità assai difficile a definirsi, perché è mutevole.




Mutevolissimo è lo spirito degli italiani. Quando io non sarò più, sono sicuro che gli storici e gli psicologi si chiederanno come un uomo abbia potuto trascinarsi dietro per vent'anni un popolo come l'italiano. Se non avessi fatto altro basterebbe questo capolavoro per non essere seppellito nell'oblio. Altri forse potrà dominare col ferro e col fuoco, non col consenso come ho fatto io. La mia dittatura è stata assai più lieve che non certe democrazie in cui imperano le plutocrazie. Il Fascismo ha avuto più morti dei suoi avversari e il 25 Luglio al confino non c'erano più di trenta persone. Quando si scrive che noi siamo la guardia bianca della borghesia, si afferma la più spudorata delle menzogne. Io ho difeso, e lo affermo con piena coscienza, il progresso dei lavoratori. Tra le cause principali del tracollo del Fascismo io pongo la lotta sorda ed implacabile di taluni gruppi industriali e finanziari, che nel loro folle egoismo temevano ed odiano il fascismo come il peggior nemico dei loro inumani interessi. Devo dire, per ragioni di giustizia che, il capitale italiano, quello legittimo, che si regge con la capacità delle sue imprese, ha sempre compreso le esigenze sociali, anche quando doveva allungare il collo per far fronte ai nuovi patti di lavoro.




L'umile gente del lavoro mi ha sempre amato e mi ama ancora. Tutti i dittatori hanno fatto strage dei loro nemici. Io sono il solo passivo; tremila morti contro qualche centinaio. Credo di aver nobilitato la dittatura. Forse l'ho svirilizzata, ma le ho strappato gli strumenti di tortura. Stalin è seduto sopra una montagna di ossa umane. E' male? Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano contro la mia vita, sia con l'inviare loro dei sussidi che per la frequenza diventavano degli stipendi, sia strappandoli alla morte.


Ma se domani togliessero la vita ai miei uomini, quale responsabilità avrei assunto salvandoli? Stalin è in piedi e vince, io cado e perdo. La storia si occupa solamente dei vincitori e del volume delle loro conquiste ed il trionfo giustifica tutto. La rivoluzione francese è considerata per i suoi risultati, mentre i ghigliottinati sono confinati nella cronaca nera.




Vent'anni di Fascismo nessuno potrà cancellarli dalla storia d'Italia. Non ho nessuna illusione sul mio destino. Non mi processeranno, perché sanno che da accusato diverrei pubblico accusatore. Probabilmente mi uccideranno e poi diranno che mi sono suicidato, vinto dai rimorsi. Chi teme la morte non è mai vissuto, ed io sono vissuto anche troppo. La vita non è che un tratto di congiunzione tra due eternità: il passato ed il futuro.
Finché la mia stella brillò, io bastavo per tutti; ora che si spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi vorrà, perché ho fatto quello che il destino mi dettò.




I fascisti che rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo possibile, le ferite della Patria.
Chi agisce diversamente dimostrerebbe di ritenere la Patria non più Patria quando si è chiamati a servirla dal basso. I fascisti, insomma, dovranno agire per sentimento, non per risentimento. Dal loro contegno dipenderà una più sollecita revisione storica del Fascismo, perché adesso è notte, ma poi verrà il giorno "



Benito Mussolini
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
julia
Attualmente bannato

Apprendista
Apprendista


Iscritti



Registrato: 20/06/11 17:31
Messaggi: 58
julia is offline 






germany
MessaggioInviato: Ven Ott 21 2011, 17:03:00    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

Giorgio Bocca nel suo libro "Storia dell'Italia partigiana" edito da Universale Laterza, 1971, pag.135, in relazione di G.A.P. scrive:





"In realtà, e i comunisti lo sanno bene, il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell'occupante ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie, per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell'odio. E' una pedagogia impietosa, una lezione feroce. I comunisti la ritengono giustamente necessaria e sono gli unici in grado di impartirla, subito".
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
julia
Attualmente bannato

Apprendista
Apprendista


Iscritti



Registrato: 20/06/11 17:31
Messaggi: 58
julia is offline 






germany
MessaggioInviato: Ven Ott 21 2011, 17:08:11    Oggetto:  
Descrizione:
Rispondi citando

"...finché la mia stella brillò, io bastavo per tutti; ora che si spegne, tutti non basterebbero per me. Io andrò dove il destino mi vorrà, perché ho fatto quello che il destino mi dettò.."
- - - -
"I fascisti che rimarranno fedeli ai principi, dovranno essere dei cittadini esemplari. Essi dovranno rispettare le leggi che il popolo vorrà darsi e cooperare lealmente con le autorità legittimamente costituite per aiutarle a rimarginare, nel più breve tempo possibile, le ferite della Patria"
- - - -
"..Stalin è seduto sopra una montagna di ossa umane. E' male? Io non mi pento di aver fatto tutto il bene che ho potuto anche agli avversari, anche ai nemici, che complottavano contro la mia vita"
Torna in cima
Profilo Messaggio privato
Mostra prima i messaggi di:   
Nuovo Topic   Rispondi    Indice del forum -> Vicende personali Tutti i fusi orari sono GMT + 1 ora
Vai a pagina Precedente  1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8  Successivo
Pagina 6 di 8

 
Vai a:  
Non puoi inserire nuovi Topic in questo forum
Non puoi rispondere ai Topic in questo forum
Non puoi modificare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi cancellare i tuoi messaggi in questo forum
Non puoi votare nei sondaggi in questo forum
Non puoi allegare files in questo forum
Non puoi downloadare files da questo forum





Poteri occulti topic RSS feed 
Powered by MasterTopForum.com with phpBB © 2003 - 2008