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Yara Gambirasio: ritrovato il cadavere
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Lizzy

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italy
MessaggioInviato: Gio Apr 16 2015, 11:59:47    Oggetto:  
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In questo caso io non vedo tutti questi depistaggi o altro. Secondo me Bossetti c'entra eccome, e anche il movente è chiaro con la sua ossessione per le tredicenni rosse, vergini, con v....a rasata etc.
L'unica cosa su cui ho dubbi è che ci siano stati dei complici, secondo me erano in tre, e che il corpo sia stato portato lì in seguito, non dopo molto ma non la sera del 26.
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MessaggioInviato: Gio Apr 16 2015, 11:59:47    Oggetto: Adv






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peppermint

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italy
MessaggioInviato: Mer Apr 29 2015, 10:06:32    Oggetto:  
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Yara Gambirasio, la testimonianza della sorella Keba: "Le piaceva un ragazzo"


Di lei si era parlato soltanto quando, nel 2010, fu portata da papà in questura:
anche lei doveva raccontare quel che sapeva degli ultimi minuti di vita di Yara Gambirasio, e gli occhi di cronisti e curiosi non poterono fare a meno di vederla. Da quel momento - riservatissima, così come riservatissima è la famiglia - è quasi scomparsa. Lei è Keba Gambirasio, la sorella maggiore di Yara, che nel novembre 2010 aveva 15 anni. Le due erano molto legate: ogni giorno Keba prendeva il pullman insieme a Yara, il bus che le portava alla scuola media delle orsoline. Keba, il giorno prima della tragedia, era in palestra a guardare Yara, e l'insegnante di ginnastica, Daniela Rossi, avrebbe poi raccontato: "Keba si recava al palazzetto dello sport per assistere alle lezioni dei corsi di base di ginnastica ritmica, perché era sua intenzione in un prossimo futuro intraprendere la carriera di tale disciplina". E infatti, oggi, Keba è diventata istruttrice, ha realizzato il suo piccolo sogno. E fu sempre lei, quel maledetto 26 novembre, a portare Yara in palestra. E ora, dagli atti dell'inchiesta, si scopre cosa Keba aveva detto agli inquirenti a caldo, quando fu interrogata dopo la tragica scomparsa della sorella: "Condividevamo la stessa stanza, con me si confidava parecchio - spiegò -. Mi aveva detto che le piaceva un ragazzo, ma io non avevo mai notato nulla di strano". Una frase, quella di Keba, per gli inquirenti "più timida e riservata della sorella", che può significare tutto e il contrario di tutto. Una frase alla quale, però, gli inquirenti hanno tentato a lungo di dare un significato preciso. Un significato che forse verrà reso noto nel processo a Massimo Bossetti, che inizierà il prossimo 2 luglio.



ma non hanno sempre detto che Yara si era recata da sola in palestra a portare il registratore Question Cool
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Mantenos

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MessaggioInviato: Dom Mag 24 2015, 19:15:14    Oggetto:  
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"La martire, la mistica, la santa, la sacrificata, tra Stato Chiesa e Stato Politico, tra il sacro e il profano, tra ritualità e organizzazioni criminali non meglio identificate. Il grande assente: Bossetti!"

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Danaanch

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MessaggioInviato: Gio Giu 11 2015, 14:49:45    Oggetto:  
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Ho letto il tuo pezzo su Yara nel blog.
Mi pare che a forza di stendere fili ipotetici fra eventi tragici lontani nel tempo e nello spazio si sia costruita una tela dalla quale è difficile uscirne.
La verità come sempre è molto più semplice, Lizzy è stata abbastanza esplicita.
Però voglio aiutarti, un filo di questa inestricabile tela te lo posso tagliare io, con certezza assoluta.
Togli per cortesia il carabiniere suicida dalla lista dei misteri, si è suicidato per altri motivi che non posso e non voglio elencarti.
Capisci ....... dovrei farti leggere gli atti che la Procura ha dato a noi parenti.
Grazie e scusa per l'intervento.

Ps : i Gambirasio sono effettivamente pochi in Italia ma in Lombardia ci sono 360 famiglie con questo nome per cui la coincidenza non è così singolare.
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peppermint

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MessaggioInviato: Dom Ago 23 2015, 16:14:57    Oggetto:  
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Caso Yara: l'analisi della sim del telefono della 13enne

Nuovi elementi per far luce sul caso di Yara Gambirasio, la giovane ragazza uccisa nella provincia di Bergamo. Arrivano i risultati dell'analisi della sim del suo telefono
Redazione 23 agosto 2015


Un elemento nuovo che potrebbe definitivamente scagionare Massimo Bossetti, accusato per l'omicidio di Yara Gambirasio. La sim telefonica del cellulare di Yara svelerebbe che il suo corpo fu trasportato sul campo incolto di Chignolo d'Isola solo poco prima del ritrovamento, avvenuto il 26 febbraio 2011. Così sostiene Ezio Denti, consulente della difesa di Massimo Bossetti accusato dell'omicidio della 13enne bergamasca.

Secondo la difesa di Bossetti questo dettaglio combacia con altri già emersi nel corso dell'indagine e "fa ulteriormente vacillare" un impianto accusatorio in cui è la prova scientifica del Dna l'elemento fondante.


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umbertoeco

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MessaggioInviato: Lun Ago 24 2015, 10:49:01    Oggetto:  
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Citazione:
BOSSETTI SPIATO DA HACKING TEAM: PROVE A RISCHIO
ESPLODE IL CASO: SE ANCHE LE PROVE RACCOLTE PER IL DELITTO DELLA TREDICENNE FOSSERO STATE MANIPOLATE?
E' uno dei casi più preoccupanti, in questo marasma di indiscrezioni e moltiplicazioni di informazioni relative al mondo informatico per le ripercussioni incontrollabili. Hacking Team, la società italiana leader nel campo dello spionaggio online, come noto è stata violata. E i dati raccolti nel corso delle attività svolte da HT sono state date in pasto a chi avidamente attendeva di conoscere quei contenuti riservati, grazie a Wikileaks che ha messo online documenti riservatissimi.
E per inciso, tra questi documenti ce ne sarebbero alcuni, per esempio, riguardanti anche il caso di Yara Gambirasio. È stata infatti pubblicata una email del giugno del 2014, in cui Claudio Vincenzetti, ceo della società, scriveva: "Naturalmente non posso dirvi molto. Naturalmente non conosco i dettagli. Ma, come è già successo numerose volte in passato per casi celeberrimi e molto più grandi di questo, il merito del successo di questa indagine va a una certa tecnologia investigativa informatica prodotta da un'azienda a noi molto nota".
Vincenzetti si mostrava entusiasta del suo capitale, grazie alla quale era stato incastrato Bossetti. "Insomma - ha continuato - ci hanno appena chiamato i Ros di Roma. Per complimentarsi e ringraziarci. Davvero queste sono cose che riempono il cuore di gioia e di soddisfazione professionale".
Un successo, secondo Vincenzetti, che però getta un'ombra sinistra sul processo a Massimo Bossetti: perché potrebbe essere tutto da rifare.
A partire dalle indagini. Perché Hacking Team è stato violato e con la società le preziose informazioni raccolte, le prove, dunque, che potrebbero risultare inquinate, manipolate. L'avvocato Giovanni Battista Gallus, esperto in diritti digitali, ha spiegato a La Stampa: "La situazione è molto seria. E' chiaro, ogni indagine fa storia a sé e le restanti prove potrebbero rivelare sufficienti, ma da oggi qualunque difensore potrà cercare di mettere in dubbio la validità delle prove raccolte".
Vincenzetti sottolinea - nella intervista rilasciate al Corriere della Sera - il contributo della società nel "far arrestare persone davvero pericolose", annuendo al nome del presunto assassino di Yara Gambirasio, Massimo Bossetti. "Noi siamo i buoni", sottolinea nel colloquio con la Stampa, "sono un patriota e sono orgoglioso di aiutare il mio Paese a combattere i terroristi e i criminali. Non temo per la mia incolumità - aggiunge - sono convinto che l'azienda si rimetterà in piedi. Penso che l'attacco, per la sua complessità, debba essere stato condotto a livello governativo o da chi disponeva di fondi molto ingenti".


Dalla mail di Vincenzetti si capisce che i Trojan di hacking team sono stati utili per altri processi 'celebri'. Mi viene da pensare alle accuse di pedopornografia a Stasi per il caso di Garlasco, quando venne trovato materiale pedopornografico nel suo computer: era roba sua o di Hacking team? Se i ROS, via Hacking Team, possono entrare nei telefonini e nei computer degli indagati, come possiamo fidarci delle prove, degli sms, e del materiale informatico che viene portato come evidenza a processo, ad esempio, per una tendenza sessuale o un'altra? Quando hanno trovato che Bossetti aveva visitato siti che mostrano minorenni: possiamo essere sicuri che Bossetti è stato davvero su quei siti? oppure i Ros lo hanno incastrato con i Trojan di Hacking Team?

p.s. Vincenzetti dice 'noi siamo i buoni'. Diffidare sempre di chi divide il mondo in buoni e cattivi, specie di chi si autodefinisce buono. I 'buoni' fanno le ronde contro persone innocenti segnalate alle polizie dalle finte polizie. I 'buoni' mettono le false prove nei computer dei 'cattivi'.
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peppermint

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MessaggioInviato: Lun Ago 24 2015, 14:17:09    Oggetto:  
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umbertoeco ha scritto:
Citazione:
BOSSETTI SPIATO DA HACKING TEAM: PROVE A RISCHIO
ESPLODE IL CASO: SE ANCHE LE PROVE RACCOLTE PER IL DELITTO DELLA TREDICENNE FOSSERO STATE MANIPOLATE?
E' uno dei casi più preoccupanti, in questo marasma di indiscrezioni e moltiplicazioni di informazioni relative al mondo informatico per le ripercussioni incontrollabili. Hacking Team, la società italiana leader nel campo dello spionaggio online, come noto è stata violata. E i dati raccolti nel corso delle attività svolte da HT sono state date in pasto a chi avidamente attendeva di conoscere quei contenuti riservati, grazie a Wikileaks che ha messo online documenti riservatissimi.
E per inciso, tra questi documenti ce ne sarebbero alcuni, per esempio, riguardanti anche il caso di Yara Gambirasio. È stata infatti pubblicata una email del giugno del 2014, in cui Claudio Vincenzetti, ceo della società, scriveva: "Naturalmente non posso dirvi molto. Naturalmente non conosco i dettagli. Ma, come è già successo numerose volte in passato per casi celeberrimi e molto più grandi di questo, il merito del successo di questa indagine va a una certa tecnologia investigativa informatica prodotta da un'azienda a noi molto nota".
Vincenzetti si mostrava entusiasta del suo capitale, grazie alla quale era stato incastrato Bossetti. "Insomma - ha continuato - ci hanno appena chiamato i Ros di Roma. Per complimentarsi e ringraziarci. Davvero queste sono cose che riempono il cuore di gioia e di soddisfazione professionale".
Un successo, secondo Vincenzetti, che però getta un'ombra sinistra sul processo a Massimo Bossetti: perché potrebbe essere tutto da rifare.
A partire dalle indagini. Perché Hacking Team è stato violato e con la società le preziose informazioni raccolte, le prove, dunque, che potrebbero risultare inquinate, manipolate. L'avvocato Giovanni Battista Gallus, esperto in diritti digitali, ha spiegato a La Stampa: "La situazione è molto seria. E' chiaro, ogni indagine fa storia a sé e le restanti prove potrebbero rivelare sufficienti, ma da oggi qualunque difensore potrà cercare di mettere in dubbio la validità delle prove raccolte".
Vincenzetti sottolinea - nella intervista rilasciate al Corriere della Sera - il contributo della società nel "far arrestare persone davvero pericolose", annuendo al nome del presunto assassino di Yara Gambirasio, Massimo Bossetti. "Noi siamo i buoni", sottolinea nel colloquio con la Stampa, "sono un patriota e sono orgoglioso di aiutare il mio Paese a combattere i terroristi e i criminali. Non temo per la mia incolumità - aggiunge - sono convinto che l'azienda si rimetterà in piedi. Penso che l'attacco, per la sua complessità, debba essere stato condotto a livello governativo o da chi disponeva di fondi molto ingenti".


Dalla mail di Vincenzetti si capisce che i Trojan di hacking team sono stati utili per altri processi 'celebri'. Mi viene da pensare alle accuse di pedopornografia a Stasi per il caso di Garlasco, quando venne trovato materiale pedopornografico nel suo computer: era roba sua o di Hacking team? Se i ROS, via Hacking Team, possono entrare nei telefonini e nei computer degli indagati, come possiamo fidarci delle prove, degli sms, e del materiale informatico che viene portato come evidenza a processo, ad esempio, per una tendenza sessuale o un'altra? Quando hanno trovato che Bossetti aveva visitato siti che mostrano minorenni: possiamo essere sicuri che Bossetti è stato davvero su quei siti? oppure i Ros lo hanno incastrato con i Trojan di Hacking Team?

p.s. Vincenzetti dice 'noi siamo i buoni'. Diffidare sempre di chi divide il mondo in buoni e cattivi, specie di chi si autodefinisce buono. I 'buoni' fanno le ronde contro persone innocenti segnalate alle polizie dalle finte polizie. I 'buoni' mettono le false prove nei computer dei 'cattivi'.
concordo quasi su tutto.aggiungo solo che se possono entrare nel pc possono anche alterare l esame del dna specialmente se irripetibile.

Mai fidarsi dei buoni che vogliono indicare chi sono i cattivi.
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peppermint

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MessaggioInviato: Mer Set 09 2015, 13:59:12    Oggetto:  
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"Trovato un terzo Dna sugli slip di Yara"

Il genetista del pool difensivo di Bossetti: "Si tratta di un altro profilo mitocondriale. Non si sa a chi appartenga. Nessuno si è preoccupato di scoprirlo"
Luisa De Montis - Mer, 09/09/2015 - 12:35
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C'è un nuovo tassello nel mosaico pieno di incertezze dell'omicidio della piccola Yara Gambirasio.

Marzio Capra, ex vicecomandante del Ris di Parma, genetista forense, docente alla Statale di Milano, già consulente scientifico della famiglia di Chiara Poggi e ora nel pool difensivo di Massimo Bossetti, ha annunciato al settimanale Oggi l'ennesima scoperta sul caso della giovane di Brembate.

Sugli slip di Yara è stato trovato un terzo profilo genetico del quale nessuno aveva mai parlato. "È un pozzo dei misteri la traccia genetica trovata sugli slip di Yara - dice Capra a Oggi - che ha portato alla incriminazione di Massimo Bossetti. Oggi scopriamo che in quella traccia non c'è solo il Dna nucleare di Bossetti inspiegabilmente privo del suo mitocondriale, sostituito, non si capisce come mai, da quello di Yara. Una anomalia impossibile in natura. Ma è comparso anche un terzo Dna. Si tratta di un altro profilo mitocondriale. Non si sa a chi appartenga. Nessuno si è preoccupato di scoprirlo. E il nucleare che lo doveva accompagnare dove è finito? La stessa traccia genetica contiene quindi un Dna nucleare e due mitocondriali di tre persone diverse. Una mostruosità scientifica mai vista perché contro natura. C'è una sola spiegazione: la cancellazione selettiva. Fatta da chi? Qualcuno ci ha messo le mani? Perché? No, mi rifiuto di pensarlo".

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peppermint

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italy
MessaggioInviato: Lun Set 14 2015, 12:24:43    Oggetto:  
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l processo
Processo a Bossetti, le strane amnesie delle amiche di Yara



«Sa che cosa c’è? Non so cosa risponderle: non mi ricordo». Silvia Brena è bella. Ma Silvia Brena è terribilmente evasiva. Silvia Brena sorride e allarga le braccia, sul banco dei testimoni del Tribunale di Bergamo, e tutti i riflettori si stringono su di lei. Se in questo processo non fossero vietate le riprese televisive, oggi sarebbe già diventata una star dei programmi del pomeriggio.

È la quindicesima volta consecutiva che Silvia ripete di non ricordare quello che lei stessa aveva testimoniato agli agenti. Gli avvocati Paolo Camporini e Claudio Salvagni la stanno sottoponendo a un quarto grado di quelli che nemmeno Perry Mason. La domanda è una di quelle importanti: «Ricorda di essersi scambiata un messaggio con suo fratello, alle 18.35?». Risposta: «No». Domanda: «E ricorda di averlo cancellato subito dopo?». E lei: «No, non ricordo». Domanda: «Ma non è strano che sia lei che suo fratello abbiate entrambi cancellato solo quello?». Risposta: «Sì, forse. Ma se io non ricordo….». Le chiedono: «Ricorda di aver visto Yara, seduta in palestra?». «Se l’ho detto doveva essere così». Ancora gli avvocati: «Ma si ricorda almeno di aver detto di aver ricevuto delle avances in palestra?». «No, non ricordo». Salvagni cela nei toni garbati uno moto di stizza: «Ma come può aver dimenticato? Le leggo la sua deposizione!». E allora lei: «Ah, sì, adesso che me lo dice, mi ricordo». Si ricorda di aver pianto, a casa, la sera della scomparsa, come ha raccontato suo padre? «No, non ricordo. Ma se lui l’ha detto è possibile».

È come un giallo, un mistero, ma anche come un film. È come un labirinto in cui si perde, come una lavagna cancellata. Le amiche di Yara, le sue compagne di palestra. Tutte carine, tutte sveglie, tutte capaci di esprimersi in un italiano compito, forbito, prive di qualsiasi inflessione dialettale. Sono l’altra faccia di questo processo: nulla a che vedere con la bergamasca tribale, segreta, talvolta torbida, rivelata dall’inchiesta: sono perfette, si assomigliano, potrebbero essere uscite dal casting una serie americana, hanno i capelli giusti, gli occhi che brillano, un look acqua e sapone. Solo che c’è anche questo dettaglio: dicono tutte di non ricordarsi nulla.

Silvia Brena ha un sorriso solare, disarmante, che non corrisponde con l’espressione corrucciata del suo viso, a tratti terreo e pietrificato. Silvia in tribunale a Bergamo usa quel sorriso come un soldato spartano incastrato in una falange userebbe il suoscudo: per proteggersi. Silvia è una delle testimoni chiave che sfilano tra il pomeriggio e la sera della seconda giornata del processo per il delitto Yara. Silvia è l’unica persona - oltre a Massimo Bossetti - che ha lasciato il suo Dna sui vestiti di Yara. Sulla manica del giaccone, per l’esattezza. Tutte le testimonianze dicono che quando lei è entrata in palestra Yara non aveva la giacca, lei non ricorda di averle parlato, e dice di essere andata in un altro piano a fare degli esercizi. Ma allora quel Dna da dove arriva? «Non lo so».

È un processo strano, quello di Bergamo: la mattina di venerdì si faceva a pugni per entrare in aula, il recinto dei giornalisti era affollato, le parabole dei tiggì hanno fatto gli straordinari per coprire le testimonianze del padre e della madre. Ma quando dopo una maratona devastante iniziano a sfilare le amiche e le ex compagne di corso di Yara, a sentirle non c’è quasi più nessuno. Ecco Daniela Rossi, una delle maestre: «Quando la mamma di Yara mi chiamò la prima volta non mi sono preoccupata, pensavo che Yara si fosse fermata a salutare qualcuno». Ecco una ex compagna, Ilaria Ravasio, due di loro sono ancora minorenni. Durante l’udienza la testimonianza della Brena diventa il pretesto per un corpo a corpo tra legali e presidente della corte degno di un capitolo di Grisham: «Signorina Brena, vorrei chiederle. Lei ha usato la macchina tornando a casa?». E la presidente: «Avvocato Salvagni, questa domanda non è attinente!». E il legale di Bossetti: «Mi oppongo, signor presidente: se non è attinente la testimonianza dell’istruttrice di Yara, che cosa lo è?». Risposta: «Allora faccia domande su Yara, non sul privato della teste».

Mugugno: «Allora riformulo: Signorina Brena, dopo aver lasciato Yara, che mezzo ha usato per uscire…?». E si continua così, con toni da legal thriller, ma con l’inesorabile consequenzialità di ogni mossa, come se si trattasse di una partita a scacchi.
Avevo letto le testimonianze rese nel 2010 da Silvia e dalle altre ragazze. Ma fino a che non ho sentito il racconto della mamma di Yara, e fino a che non le ho viste in Aula, non avevo capito quanto potessero essere importanti. Intanto c’è un dato anagrafico: leggevi maestra, nei fascicoli, ma solo con il processo capisci che le «maestre» non erano donne fatte, ma ragazze di diciotto-venti anni, che imparavano dai grandi e insegnavano alle piccole. Oggi le amiche di Yara sono appena diventate maggiorenni, e hanno l’età che il giorno del delitto avevano le loro istruttrici: anche Yara oggi avrebbe diciotto anni. Le prime e le seconde, e la media tra ieri e oggi è il punto medio di una generazione.

Mi colpisce moltissimo anche la testimonianza di Martina Dolci. Ha diciotto anni, uno sguardo spaurito da cerbiatta. Martina in questo processo è un teste decisivo perché è lei che ha ricevuto l’ultimo messaggio di Yara, l’ultimo contatto in vita. La mattina mamma Maura Panarese, la signora Gambirasio aveva descritto il legame di ferro di queste tre amiche, che con regolarità sorprendente mangiavano insieme, andavano in palestra insieme, giocavano insieme, partecipavano alle gare insieme. L’avvocato Camporini chiede a Martina: «Ricorda di aver ricevuto il messaggio di Yara?». E alllora anche lei allarga i suoi occhi stupiti da cerbiatta: «No, non ricordo». Mi chiedo: ma come è possibile? L’evento più grande e terribile della sua vita, dimenticato così? «Ricorda se Yara aveva degli amori, se parlava di ragazzi?». E lei: «Veramente noi parlavamo poco di cose private, solo di ginnastica». L’avvocato è incredulo: «Ma non eravate amiche per la pelle?». E lei: «I nostri rapporti dipendevano soparattuto dalla ginnastica». È a questo punto del pomeriggio che mi chiedo: hanno solo paura o nascondono qualcosa? Anche Laura Capelli era stata una maestra di Yara, anche lei ha oggi venticinque anni. È lei che aveva avvisato Silvia Brena, quella sera. Anche Laura è carina, seria, scrupolosa. Ma a tratti anche lei non ricorda bene: «Capisce, è passato tanto tempo». Le chiedono: «Ricorda che il fratello della Brena frequentasse il centro?». Risposta: «No, assolutamente». Allora l'avvocato Camporini si spazientisce: «Ma come? Se nella testimonianza aveva detto che aveva lavorato al bar!». E lei: «Ha ragione, avevo dimenticato».

La mattina, la signora Gambirasio aveva rivelato una circostanza incredibile: la tata di Yara, che le dava una mano a casa, e che nel tempo era diventata una delle sue migliori amiche, era la signora Aurora Zanni. Ma la signora Zanni era anche la moglie del cugino di Giuseppe Guerinoni, l’autista che nel 1969 aveva avuto una storia con Ester Arzuffi. Guerinoni è il padre naturale di Massimo Bossetti. Fa un po’ di impressione scoprire che il figlio di Aurora, Damiano, all’epoca ventenne, fosse un habituè della casa dei Gambirasio. Il ragazzo nei giorni del delitto era nel Mato Grosso, ma frequentava un luogo cruciale di questo delitto, la discoteca «Sabbie mobili». Sarebbe sua la traccia di Dna da cui si è risaliti alla Arzuffi, e quindi a Bossetti. Anche Silvia Brena in aula ripete: «Frequentavo la discoteca Sabbie mobili». Il corpo di Yara è stato ritrovato nel campo di Chignolo, esattamente di fronte alla discoteca. Chiedono alla Brena, ancora una volta: «Si ricorda dove è stato ritrovato il corpo di Yara?». La risposta, so che non ci crederete, è: «No, non mi ricordo».

Ho ascoltato con attenzione la mamma di Yara. Mentre parla Silvia ripenso alle sue parole. Sono rimasto stupito dal rigore della signora Maura, dalla sua meticolosità, dalla sua precisione. Ad un certo punto, durante la deposizione, si finisce a parlare - perché nei processi capita anche questo - della biancheria intima di Yara: «Ricorda quale reggiseno indossasse?», chiede l’avvocato Camporini. E la presidente: «Ma avvocato, come pretende che si ricordi? Anche io ho una figlia, so di cosa parlo!». E la madre di Yara, impassibile: «Mi permetta, presidente, ma ricordo benissimo che era un reggiseno rosa, sportivo, reagalatole dalla zia». A questo punto l’avvocato è incuriosito: «E come fa ad esserne sicura?». Risposta: «Ho comprato io tutta la biancheria di Yara. Erano pochi capi. E quando quella mattina ho visto quel rosa, ho capito che aveva scelto quello». Faccio un altro esempio. La madre di Yara racconta di essere entrata in allarme già alle 18.45: «Io le avevo detto di tornare alle 18.30. Lei voleva tornare più tardi. Le ho detto: allora alle 18.45. Non avrebbe mai potuto tardare senza informarmi». E il percorso del ritorno: «Le avevo detto quale strada fare, incrocio per incrocio. E le avevo raccomandato di passare sul lato del marciapiede dove sono i lampioni, quello con più luce». Allora la presidente le dice: «Ma mica può essere sicura che lo facesse…». E la signora Maura: «E invece lo sono. Le spiego. Quando tornavo da fuori, se era nell’orario in cui Yara rincasava, facevo quel percorso con la macchina, proprio per incrociarla: nel 99% dei casi la trovavo proprio lì». Poteva accadere una cosa così a una madre come questa?

Mentre passano le ore, e sfilano i testimoni, mi viene in mente questo mondo dove Yara è cresciuta. Regole e orari, una madre straordinaria, affettuosa, ma attentissima. Mamma Maura dice: «A catechismo non ci era voluta andare più per una sua scelta. La palestra era un luogo sicuro». Aggiunge: «So che qualcuno la prendeva in giro per l’apparecchio. Ragazzate. Mi pare che la chiamassero “Coyote”. Ma non erano cose serie». Gli avvocati, però, trovano, spulciando in biblioteca, che Yara aveva preso in prestito due libri sul bullismo (uno si intitola «Brutta», la storia di una figlia angosciata da una madre oppressiva). Lei rimane stupita: «Non li avevo visti». Il signor Gambirasio piange e fa piangere tutti quando racconta con una voce belissima che si arrochisce e si incrina: «Era il collante, il sale di questa famiglia, aveva l’argento addosso! Tu le chiedevi un bicchier d’acqua, e lei te lo portava facendo la ruota». E ride, e piange, e non c’è soluzione di continuità. Piange e singhiozza soprattutto quando è costretto a ripercorrere il suo girovagare disperato per le strade, e gli precipita addosso l’angoscia di quella sera. Non vuole crollare. Si ferma. La presidente lo aiuta con una domanda. Ma lui piange di nuovo. Racconta, però, c’è la strada era bloccata per dei lavori. Molti non si accorgono delle conseguenze di questa battuta, ma la pm Ruggeri e gli avvocati sì. Se c'erano i lavori com’è possibile che Bossetti girasse in tondo con il suo furgone “da predatore?”.Quella frase, tra le lacrime, ha incrinato un teorema dell’accusa. È un processo così, intricato come un sudoku. Dietro ogni dettaglio c’è una conseguenza, dietro ogni lacrima c’è un colpo di scena. Ma la vera notizia sono queste ragazze che sembrano saltate fuori da un altro mondo, da un film come “Il giardino delle vergini suicide”, di Sofia Coppola, queste ragazze belle e smemorate, che forse tacciono solo per prudenza, ma che forse nascondono qualcosa. Yara era una tredicenne che stava esplodendo nella sua vitalità, e che è entrata in contatto in palestra con il mondo dei grandi. Forse in palestra ha trovato il bandolo che l’ha portata fuori dal sentiero sicuro della sera? Forse la discoteca Sabbie mobili era l’epicentro della vita, ma anche un porto di mare?

L’unico ufo, in questa giornata, l’unico che non ha legami con questo mondo, paradossalmente, è Massimo Bossetti. L’unica cosa sui cui le amiche di Yara rispondono tutte la stessa cosa, senza amnesie, e guardandolo negli occhi: «Non lo abbiamo mai visto». È incredibile anche il chiasmo che lega le due famiglie, i Gambirasio e i Bossetti: due madri che comandano ogni cosa, due padri che lavorano, portano i soldi, e tornano nei cantieri dal weekend delegando alle moglie, come dice Fulvio, «L’amministrazione della famiglia».

Mentre l’udienza sta per finire ripenso al racconto di Silvia Brena. Quella sera, racconta, dopo aver pianto ed essersi disperata, era andata in oratorio fino alle 23.00. Poi era andata a bere al pub “Agadà”. Poi, a sentire i racconti, aveva pianto di nuovo, tutta la notte. Forse un percorso normalissimo, per certe ragazze di questa generazione: disperazione a intermittenza. Forse dietro questi silenzi e questi omissis c’è un’ombra, un sospetto indicibile, qualcosa che noi non sappiamo.

È sera: seguo Silvia nel tribunale mentre accompagnata da un poliziotto esce percorrendo i corridoi, e rimango colpito da un piccolo colpo di scena. Silvia arriva in una stanzetta in cui ci sono tutte le altre amiche che dopo aver testimoniato l’hanno aspettata: cinque ragazze, le ex compagne e le ex istruttrici. Escono, varcano il portone, rispondono «No comment» ai giornalisti appostati con la sicurezza che potrebbe avere Belen Rodriguez. Salgono le scale di un parcheggio, e se ne vanno tutte insieme, portandosi dietro tutti i dubbi di questo enigma.

Luca Telese


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Yara, lo strano messaggio del padre in segreteria

Sono le 9.16 del 30 novembre 2010 e Yara è sparita da quattro giorni quando suo padre, Fulvio Gambirasio, lascia questo messaggio vocale alla segreteria telefonica del cellulare della figlia
Mario Valenza - Gio, 01/10/2015 - 14:44
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‘’Sono passati quattro giorni... Eh... Devo cominciare a preoccuparmi? Fatti sentire. Fatevi sentire".

Sono le 9.16 del 30 novembre 2010 e Yara è sparita da quattro giorni quando suo padre, Fulvio Gambirasio, lascia questo messaggio vocale alla segreteria telefonica del cellulare della figlia. Il settimanale "Oggi" svela alcuni retroscena sul caso dell'omicidio della ragazzina di Brembate di Sopra. Di messaggi, papà Fulvio, divorato dall’angoscia, ne aveva già inviati altri, come ha raccontato lui stesso durante la sua deposizione in aula. Ma questo per gli investigatori, e soprattutto per la difesa di Massimo Bossetti ha un valore particolare. Perché in questo dice "fatevi sentire", al plurale? Sospetta forse che Yara si sia allontanata con qualcuno? O che sia stata rapita? Nasconde qualcosa? Stranamente nessuno glielo ha chiesto, né il Pm Letizia Ruggeri e neppure i difensori di Massimo Bossetti. E questo è solo il primo dei 22 misteri ai quali il processo per l’omicidio di Yara dovrà dare una risposta convincente. Tra i dubbi avanzati dal setimanale uno riguarda alcune lettere anonime ricevute dalla redazione.

"Quelle lettere giunte nel settembre 2014 e nel marzo 2015, raccontano di una morte accidentale provocata da un muratore polacco ubriaco in casa di una misteriosa signora e in presenza di altre persone. Prese dal panico, queste si sarebbero liberate del corpo di Yara a Chignolo d’Isola. Fra loro ci sarebbe stato anche Bossetti, che sarebbe svenuto. E il polacco, che parlava troppo, sarebbe stato eliminato facendolo cadere da un ponteggio". Insomma il processo a Bossetti potrebbe vivere alcuni colpi di scena in Aula. la sensazione è che la vicenda della morte di Yara, abbia comque dei lati oscuri.




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MessaggioInviato: Ven Ott 30 2015, 20:09:43    Oggetto:  
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"Yara poteva essere salvata"

Oggi ricostruisce tutto ciò che non torna nel delitto di Brembate
Andrea Riva - Gio, 29/10/2015 - 16:32
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Ci sono molti punti che non tornano nelle indagini di Yara Gambirasio. Il primo: qualcuno cercò la ragazzina nella sera in cui scomparve? In soldoni: cosa accadde davero in quella notte del 26 novembre 2010? Quando iniziarono le ricerche.

Come si chiede Oggi: "Yara poteva essere salvata se le ricerche fossero state tempestive? Si è perso tempo nella speranza che lei ricomparisse? Il lavoro di indagine per scoprire il presunto assassino di Yara è stato davvero colossale. Si pensi che sono stati fatti 20 mila prelievi di Dna; sono stati fotografati e analizzati in tutta l’alta Italia 4 mila camioncini Iveco e sono state monitorate per nove mesi 59 milioni di telefonate riferite a 118 mila utenze. Eppure resta nell’aria una domanda carica di angoscia: si può affermare, in coscienza, che la sera del 26 novembre è stato fatto tutto quello che si doveva e si poteva fare per ritrovarla viva?".

Secondo le dichiarazioni rese al processo, alle 18.42 Yara vede Fabrizio Francese, il papà di una compagna. L'ultimo a vederla viva. Si trovano dell'atrio della palestra dove la ragazza si allena. Si allontana dalla palestra. Nessuna la vede uscire né la incrocia dopo. Yara ha laciato la palestra? Non lo sappiamo.

Alle 18.44 Yara risponde a un sms di un'amica: Martina Dolci. Il telefono della ragazzina, come riporta Oggi, "aggancia la cella di via Adamello a Ponte San Pietro che copre anche l’area del centro sportivo (quindi questa non è la prova che lei fosse uscita)". Cinque minuti dopo, alle 18.49, Yara riceve il suo ultimo messaggino da Martina. Questa volta il suo telefono, riporta Oggi, "aggancia la cella di via Natta a Mapello, cella che copre sia la zona della palestra sia l’abitazione di Massimo Bossetti".

Alle 18.55 il cellulare spegne agganciando la cella di via Ruggeri, zona nord di Brembate. Circa 20 minuti di vuoto.

La mamma di Yara non ha più notizie della figlia. È preoccupata e prova a chiamarla. Come riporta Oggi, "dopo tre squilli il cellulare della figlia si spegne. La chiamata è rimasta sul tabulato, quindi i tre squilli ci sono stati, mentre Vodafone assicura che il telefono era già spento alle 18.55 ma non sa dire quale cella abbia agganciato alle 19.11".

Passa un'ora. Alle 20.30 Fulvio, il papà di Yara, si dirige dai Carabinieri di Ponte San Pietro: "Mia figlia non è tornata a casa. Ho paura che sia successo qualcosa di brutto". Il brigadiere Santino Garro, come riporta Oggi, "si fa dare il numero di cellulare di Yara, il nome del gestore, e si rivolge al Comando provinciale". Fulvio Gambirasio ha raccontato così quei momenti: "Hanno tentato di localizzare il telefonino di mia figlia, dicendomi che era forse nella zona di Calusco d’Adda o Cisano Bergamasco. Poi il brigadiere mi ha tranquillizzato: 'Non si preoccupi, capita che i ragazzi a questa età si allontanino. Ma poi tornano. Ripassi domattina che facciamo la denuncia'". Ma il racconto del sottufficiale, davanti alla Corte d’Assise, è diverso: "Con il mero di Yara interpellai il Nucleo investigativo che disponeva del sistema di geolocalizzazione 'Carro' in grado di rilevare in tempo reale se il telefonino è acceso e in quale macroarea geografica si trova. Mi risposero che era acceso e si trovava fra Monza e Novara. Il sistema 'Carro', oggi in disuso, non era molto affidabile. Si trattava di un’informazione poco precisa. Per questo, su mandato del magistrato, ci rivolgemmo alla Vodafone con la procedura del 'soccorso pubblico'. La risposta arrivò a mezzanotte e dieci: il cellulare di Yara si era spento alle 18.55 e aveva agganciato la cella di via Ruggeri, a Brembate".

Il problema - come rileva Oggi, che cita il parere dell'ex ufficiale del Genio miliatare Giuseppe Dezzani, è che "il sistema 'Carro' era uno strumento che, lavorando sulle triangolazioni delle onde radio e sulle antenne, consentiva l’approssimativa localizzazione di un telefonino e quindi della persona che l’aveva con sé". "Non sempre era affidabile ma spesso ha dato indicazioni utili, tanto che con il 'Carro' sono state fatte fior di operazioni anticrimine. Oggi abbiamo dei protocolli precisi. Le Forze dell’ordine che ricevono la segnalazione di una scomparsa si rivolgono direttamente al gestore del cellulare e hanno la risposta in tempo reale. Perché le compagnie telefoniche hanno un ufficio apposito con un tecnico presente 24 ore su 24 che è in grado di stabilire non solo l’antenna ma anche quale dei tre spicchi che la compongono ha agganciato quel telefono e addirittura a quale distanza si trova. In pochi minuti quindi sono in grado di localizzare chi si sta cercando", spiega Dezzani a Oggi.

Nessuno ha chiesto il perché delle divergenze tra il racconto di Franco Gambirasio e quello del brigadiere Garro. Soprattutto, rileva Oggi, "nessuno ha chiesto perché Giancarlo Mancusi, il Pm che era di turno la sera del 26 novembre 2010, non ha aperto un fascicolo sulla sparizione di Yara".

Il fascicolo, infatti, fu aperto solo il giorno dopo (sabato) dal Pm Letizia Ruggeri. L'ex ufficiale Giuseppe Dezzani è certo: "Nessuno ha cercato Yara. Questo è emerso dal processo. Eppure, secondo i medici legali, almeno fino a mezzanotte la ragazza era ancora viva". Secondo le ricostruzioni, il padre di Yara, dopo aver parlato con i carabinieri, è tornato a casa. L'unica in pensiero per Yara è la madre: "Anche i tre squilli che la mamma dice di aver sentito, sono una anomalia che va chiarita", afferma Dezzani. "Il cellulare di Yara si è spento alle 18.55 o alle 19.11? Se la chiamata delle 19.11 figura sui tabulati perché la Vodafone non dice quale cella ha agganciato il telefono a quell’ora? Dov’era Yara? In realtà, forse c’è una spiegazione. Yara era in compagnia di un’altra persona che sentendo il telefono squillare le ha impedito di rispondere e ha tolto la batteria che poi, con la Sim, è stata trovata nella tasca del giubbotto della ragazza". Eppure su quella batteria non ci sono impronte digitali. Nemmeno della piccola Yara.

La mamma quella sera ha telefonato alle maestre e alle compagne di Yara: "Ma in palestra non c’era più nessuno, così ho chiamato mio marito per avvertirlo", racconta Maura Panarese.

A questo punto anche Fulvio Gambirasio esce per le strade di Brembate. Non trova la figlia, rientra in casa e aspetta la mattina per poi tornare dai Carabinieri a confermare: "Mia figlia è scomparsa".

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Yara Gambirasio, portata nel campo di Chignolo poco prima del ritrovamento.?
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Sulla giacca di Yara ​il sangue della prof

L'insegnante di ginnastica è l'unica, oltre a Bossetti, ad aver lasciato tracce: "Da dove arrivano? Non lo so"
Paola Fucilieri - Sab, 07/11/2015 - 09:36
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Milano - Credevamo che il caso di Yara Gambirasio - la tredicenne di Brembate Sopra (Bg) sparita da casa il 26 febbraio 2011 e trovata morta in un campo a dieci chilometri da casa esattamente tre mesi dopo - ci avesse abituato purtroppo a tutto.

Stavolta però la notizia apparsa sul sito online del settimanale Oggi e riportata ieri con grande evidenza in apertura da Dagospia se vera in tutti i suoi meticolosi dettagli potrebbe veramente sconvolgere l'intero impianto accusatorio che punta esclusivamente su Massimo Bossetti - mostro perfetto. Ovvero, come avevano detto i Ris «con un Dna (quello scoperto sugli slip di Yara, ndr ) dal profilo completo e senza margine di errore».

In sostanza non è bastata la donna bergamasca che ha fatto mettere a verbale di aver visto Bossetti con la «bambina» in più occasioni in una macchina posteggiata a Brembate Sopra a partire dal settembre 2010. Ed evidentemente non è bastato lo scivolone - clamoroso per tutti noi, ma devastante per i genitori di Yara - sul video del furgone del muratore quarantenne che qualche giorno fa Libero ha spiegato per primo essere stato diffuso apposta dai Ris e dalla Procura «a fronte di pressanti e numerose richieste di chiarimenti della circostanza emersa». Dopo tutto questo ora si scopre che sulla giacca della tredicenne di Brembate ci sono addirittura delle macchie di sangue. E secondo
appartengono a Silvia Brena, una delle insegnanti di ginnastica artistica di Yara.

Precisiamo. Si è sempre saputo che Silvia Brena, ora venticinquenne, era l'unica persona - oltre a Massimo Bossetti - ad aver lasciato il suo Dna su un indumento di Yara, precisamente sulla manica del giaccone. E infatti, sia lei che il fratello, che quel giorno si erano scambiati degli sms, erano stati intercettati, ma poi esclusi dal caso perché le loro testimonianze e gli spostamenti fatti «erano stati verificati» avevano chiarito i carabinieri. Quel che non si sapeva era che la macchia da cui si era giunti al Dna dell'istruttrice fosse di sangue.

Tutte le testimonianze sul giorno della scomparsa della ragazzina dicono che quando era entrata in palestra Yara non aveva la giacca, ma la Brena in tribunale ha sempre ripetuto di non ricordare di averle parlato e di essere andata in un altro piano a fare degli esercizi. Allora quel Dna da dove arriva? «Non lo so - ha dichiarato incessantemente la Brena davanti agli inquirenti e durante la sua testimonianza in tribunale - di quel giorno non ricordo niente».

«Non è saliva o altro materiale biologico perché risulta positiva al sangue» sempre secondo Oggi , avrebbe spiegato incalzato dalle domande dei difensori di Bossetti, il capitano Nicola Staiti, uno degli ufficiali del Ris di Parma che ha firmato la relazione su tutte le attività di indagine scientifica. E avendo resistito a tre mesi d'intemperie, alla neve e alla pioggia, si conclude che non possa trattarsi che di una traccia lasciata nelle ultime ore di vita di Yara. «Aveva un profilo complesso - ha aggiunto, sempre parlando della macchia l'ufficiale dei Ris ai legali della difesa -. L'abbiamo trovata perché sul polsino del giaccone c'erano aloni scuri. Così abbiamo scoperto che si trattava di una traccia genetica. Era il Dna della Brena». Ma può essere una traccia lasciata per contatto?, ha chiesto l'avvocato Claudio Salvagni. «Lo escluderei», ha risposto l'ufficiale, «È qualcosa di più corposo».

Non sarebbe il caso che qualcuno ora aiuti Silvia Brena a sforzarsi al massimo per ricordare?


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MessaggioInviato: Gio Nov 12 2015, 13:10:24    Oggetto:  
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Yara, spunta un secondo uomo?

Il settimanale Oggi rivela: "C'era un altro furgone nel luogo e nell'ora in cui è scomparsa la 13enne"

Chiara Sarra - Mer, 11/11/2015 - 15:51
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Sulla colpevolezza di Massimo Bossetti in questi mesi sono stati sollevati tanti dubbi.

E con il processo che entra in fase calda, sono sempre più i dettagli che mettono in bilico la teoria dei pm.

Ora, stando a quanto rivela il settimanale Oggi, spunta pure un altro uomo. Un nome comparso "marginalmente" nelle indagini, ma che tutti conoscono a Brembate. Si tratterebbe del proprietario di un furgone inquadrato dalle stesse telecamere che inchioderebbero Bossetti: un veicolo che fa lo stesso giro attorno alla palestra e nella stessa ora di quello del muratore di Mapello.

Il settimanale lo descrive come un uomo che, vivendo a poca distanza dalla palestra, "spesso si lascerebbe andare ad apprezzamenti sconci verso le ragazze e pare si fosse invaghito di una donna molto vicina a Yara". Su di lui avrebbero già concentrato le attenzioni gli inquirenti, ma lui sarebbe riuscito a difendersi con un alibi inattaccabile. Poco si sa però di quanto siano state approfondite queste indagini, sia sul Dna sia sulla sua presenza nel luogo e nell'ora di scomparsa di Yara Gambirasio.




.........

Omicidio Yara, spunta un altro furgone: un consulente chiavarese scova nuove immagini



«Massimo Bossetti ha lavorato a Carasco per quattro mesi e mezzo. Quando? Due anni e mezzo fa». A dirlo è Matteo Carapellese, 47 anni, chiavarese, titolare di CMCasasicura di Cogorno (videosorveglianza e sistemi di allarme), esperto di indagini forensi e consulente, per il caso Yara Gambirasio, per la trasmissione televisiva “Quarto Grado”. Il cantiere in cui avrebbe lavorato Bossetti – ora fermo, per contenziosi legali – è quello per la “Carasco 2”, in via Montanaro Disma, per la realizzazione di case, garage e di spazi commerciali. A gestire l’operazione, un’immobiliare di Brescia. E qui, secondo le informazioni acquisite da Carapellese, Bossetti avrebbe lavorato. Per un tempo non lungo: meno di cinque mesi. Il filo che collega Bossetti al Levante – e, in particolare, a Carasco – non è l’unica novità scoperta da Carapellese, sulla vicenda.

Perché – elemento ben consistente, per quanto riguarda le indagini – Carapellese, lavorando sulle immagini riprese dalle telecamere, a Brembate di Sopra, in quel 26 novembre di cinque anni fa, ha scoperto in questi giorni che un furgone a nove posti, vetrato, ha incrociato il mezzo guidato da Massimo Bossetti in via Caduti dell’Aeronautica a Brembate di Sopra in quel tardo pomeriggio (alle 18 e 35). Una novità che potrebbe avere risvolti, nell’indagine. «Che valore ha questa scoperta? Si saprà in queste ore», dice Carapellese.

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