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Dante Esoterico
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oscillator

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MessaggioInviato: Gio Gen 07 2010, 11:41:48    Oggetto:  Dante Esoterico
Descrizione: Segnalazioni sul tema
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Salve,
nonostante ci fosse una discussione sul delitto di Varese, ho aperto questa discussione per raccogliere documenti materiali e quant'altro su questo argomento.
Volevo segnalarvi, per cominciare, questo articolo che qui riporto, suggeritomi da Duffy:
http://www.altrogiornale.org/news.php?extend.5716 di Maria Grazia Lopardi

La Divina Commedia e la Grande Opera


di Maria Grazia Lopardi

Concepito come il percorso iniziatico di uomo alla ricerca delle sue origini e dunque sulla Via del ritorno, quello della Divina Commedia è un linguaggio simbolico che cela segreti universali che riecheggiano ancora nei versi del Sommo Poeta.

La Divina Commedia è un testo iniziatico-alchemico? Possiamo ravvisarvi il mezzo attraverso cui Dante, il Sommo Poeta, volle codificare le sue conoscenze e la sua sapienza come altri prima di lui fecero?

“O Voi che avete gl’intelletti sani
mirate la dottrina che s’ asconde
sotto il velame delli versi strani”

Così si rivolge Dante al suo uditorio privilegiato capace di comprendere un insegnamento che si nasconde sotto il velo dei suoi versi, una dottrina che non è per tutti, ma solo per gli iniziati, per coloro che, appunto, hanno “gli intelletti sani”.

Una medaglia conservata a Vienna recante l’immagine di Dante e la scritta F.S.K.I.P.F.T. è stata interpretata come “Fidei Sanctae Kadosh Imperialis Principatus Frater Templarius” e vista come la verifica storica dell’appartenenza del poeta all’ordine dei Fedeli d’Amore, o Fede Santa, associato a quello dei Templari, ma la sua opera parla da sola e indica il cammino della trasmutazione dell’essere umano che la Divina Commedia illustra.

Dante compie il suo viaggio durante la settimana santa, all’equinozio di primavera, quando gli antichi misteri celebravano una morte e una rinascita, nella natura che esce dal gelo e nell’uomo- Dio vincente sulla cristallizzazione della materia: il candidato ai misteri, colui che ha acquisito consapevolezza di trovarsi in una dimensione pesante e innaturale per il figlio della luce, in una selva oscura e di aver smarrito la retta via, viene spinto a volgere gli occhi in alto, verso la montagna, simbolo del percorso iniziatico, dalla quale verrà l’aiuto.

Tre bestie tuttavia gli sbarrano la strada allorché si accinge ad affrontare la dura salita: esse rappresentano la natura bestiale dell’uomo da purificare e trasmutare in un cambiamento radicale di coscienza, in cui si sostanzia la morte iniziatica con l’abbandono dell’immedesimazione nelle energie dell’ego. Prima di salire, Dante inizia un percorso che lo conduce verso il basso, negli inferi interiori, nelle regioni oscure dell’ inconscio dove c’è il ribollente magma del rifiuto, l’ombra in cui energie maligne e distorte si agitano richiamando la sua attenzione.

Il messaggio è noto alla tradizione: anche Enea nel VI canto dell’Eneide e Maometto in un testo islamico, di appena ottanta anni prima di Dante, compirono viaggi notturni attraverso un inferno che necessariamente precede la salita alle sfere, perché l’uomo deve svelare i suoi meandri più oscuri e negletti per permettere alla luce della coscienza di dissolvervi le tenebre, proprio come suggeriscono gli ermetisti: “Visita interiora tua (o terrae), rectificando invenies occultum lapidem”.

L’Inferno

Nel susseguirsi di personaggi che popolano l’inferno, Dante passa in rassegna le oscure tendenze dell’ anima umana, quelle che le impediscono di volare, che lo rendono dualistico e privo d’integrità. Con umana compassione, l’iniziato sul cammino osserva senza giudizio ogni moto della sua anima, traendone il messaggio e davanti alla sua coscienza sfilano tutte le potenzialità inespresse e represse, tutti gli stati d’esistenza di un passato remoto, occultato nell’intimo e proiettato, come un fardello di altri, sull’intero creato.

Come negli antichi misteri, una guida accompagna il candidato: per Dante è Virgilio che già aveva offerto a Enea il ramo d’oro di Eleusi, a simbolo di resurrezione e immortalità, perpetuato nel cristianesimo nella palma della domenica che precede Pasqua, e in massoneria nell’acacia. La guida rappresenta la coscienza dell’uomo dialettico, la ridestata consapevolezza della necessità di raddrizzare le vie del Signore, come diceva il Battista, di compiere un processo di morte e rinascita, per recuperare una condizione divina che spetta per diritto ereditario e di cui il candidato ai misteri avverte una grande nostalgia che funge da pungolo: in una serie incessante di prese di coscienza, penetrando la natura umana, disgregandone la sua apparente compattezza sotto l’azione del calore infernale del crogiolo alchemico, Dante realizza l’opera al nero, la nigredo.

Nelle profondità del suo abisso interiore, lo attende Lucifero, la sorgente energetica dell’ego dialettico che, come il minotauro nel labirinto, deve essere affrontato dall’eroe solare che diviene consapevole di essere dominato da forze che lo governano, plasmando la sua fallace personalità in cui si immedesima, ma che lo separa dall’integrità del suo vero essere.

Abbandonati i pre-giudizi e smascherando il suo programma interiore originato da karma, educazione ed esperienze, l’iniziato sa che il sistema elettromagnetico che lo alimenta deve essere spento, un nuovo cielo e una nuova terra devono apparire. Per questo Dante, nel profondo del suo inferno, incontra Lucifero a tre facce: una nera, una bianca e una rossa, i colori dell’alchimia, perché anche le energie luciferine si convertiranno con il compimento della Grande Opera: “… conviene che di fortezza t’armi”, gli consiglia Virgilio mentre Dite-Lucifero, con le sue ali tutto ghiaccia, perché tale è la sua azione cristallizzante e Dante così descrive la sua morte iniziatica: “… io non morì, e non rimasi vivo”.

Ormai le energie luciferine sono domate, Virgilio e il poeta si aggrappano a Lucifero per uscire dall’inferno, vale a dire che la stessa natura dialettica, vinta dalle energie divine, diviene lo strumento per riscattare l’uomo. Non a caso Dante, volgendo lo sguardo indietro, vede Lucifero capovolto, evidente simbolo della conversione che avviene quando nel bacino dell’iniziato (raggiunto dalla luce entrata nel suo sistema attraverso il cuore) Cristo e Lucifero domato, qual unico flusso di energia, risalgono lungo il canale del serpente, lungo la spina dorsale realizzando l’abito di luce, il manto d’oro delle nozze. L’inferno finisce con il verso “… e quindi uscimmo a riveder le stele”, la stella che appare nell’athanor alchemico dopo il fetore della sostanza sotto l’effetto del fuoco che la sollecita.

Il Purgatorio


“Per correr migliori acque alza le vele
ormai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sè mar sì crudele;
e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al cielo diventa degno”.

Inizia così il Purgatorio, la fase alchemica dell’albedo, della purificazione, della caduta delle scorie sotto l’effetto del fuoco, in cui è finalmente possibile intraprendere la salita alla montagna che a ogni passo porta al distacco dai valori del piano orizzontale e alla conquista della libertà. Con Casella, Dante vede quanto leghi la stessa bellezza della terra, con Manfredi scopre l’effetto dei rancori, con Jacopo del Cassero constata come i ricordi possano pietrificare l’ anima, con Bordello è la polemica politica a legare. Insomma con i personaggi mano a mano incontrati, Dante scorge i suoi legami interiori da sciogliere per aspirare alla libertà.

All’ingresso, un angelo su tre gradini, ancora una volta con i tre colori dell’opera alchemica, lo segna sulla fronte come i salvati dal Signore di biblica memoria: sette “P” sono tracciate sulla sua fronte, i sette peccati capitali come sostiene la critica, comunque sette ostacoli da sciogliere nel processo di purificazione per rendere possibile la visione, l’apertura del terzo occhio, l’accensione del candelabro dai sette bracci. Solo con il passaggio per le sette cornici – come i sette gradini dei misteri mitriaci e massonici – Dante può essere idoneo agli stati superiori dell’essere, alla trasformazione più radicale che lo porterà dal piombo all’argento e quindi all’oro.

Nel ricevere i doni delle sette forze dello Spirito, superando le prove a esse connesse, Dante purifica il suo essere e il suo fardello si alleggerisce preparandosi a una frequenza vibratoria superiore. La scala a sette gradini suggerisce altrettanti livelli d’iniziazione: la guida è ancora Virgilio, perché il suo strumento più elevato è la mente illuminata che lo induce a neutralizzare i legami con il mondo, senza reprimerli, vigilando, osservandoli obiettivamente, come Dante appunto fa con i personaggi che incontra.

Staccarsi dalle abitudini del sangue, dai pregiudizi, dal sentimentalismo oscurante, costituisce la base per quella trasformazione fondamentale che porta l’iniziato a liberare la vera facoltà del pensiero, a realizzare l’iniziazione di Mercurio, del potere del pensiero che porterà alla conoscenza di prima mano, alla vera saggezza. A Mercurio segue Venere, fonte di amore che guida l’iniziato a porsi al servizio di Dio per compassione verso il mondo.

La Gnosi penetrata nel sistema del candidato ai Misteri conquista i santuari della testa e del cuore, ma ora i nuovi potenziali sviluppati devono essere concretizzati al servizio del piano divino, attraverso una forte volontà nella quale si esprima la potenza creatrice, il fiat lux: è l’iniziazione di Giove, il dio del fuoco, del mago che tutto può perché saggio, pieno d’amore e fornito di volontà divina, è il sacerdote che collega le terra al cielo e che ripristina il piano divino. Quando non vi è purificazione e non viene compiuto il giusto procedimento alchemico, si rischia di divenire maghi luciferini che hanno acquisito poteri per accrescere il proprio ego e non per eseguire la volontà di Dio.

Non a caso, nella fase dell’albedo, gli alchimisti pongono la prova del drago, dell’ anima liberata dal corpo che si trova ad affrontare una forza tremenda pronta a destarsi per prendere il sopravvento e imprigionare l’ anima, se solo l’attenzione dell’iniziato si indebolisce, soggiogata dagli antichi legami: il rischio di tale fase è di perdersi nell’ingannevole mondo tenebroso, nel divenire operatori dell’occulto, al servizio di Lucifero.

La forza saturnina

Il processo continua il suo sviluppo sotto l’effetto del fuoco dello Spirito: ora è Saturno, responsabile del processo di cristallizzazione della struttura fisica, a essere dominato per lasciare il posto al nuovo Saturno che, dopo aver eliminato con la falce gli impeti passionali della vita inferiore, le forze della personalità dialettica, segna il passaggio tra una vecchia e una nuova dimensione. Dal nuovo Saturno, nascerà l’uomo celeste. Aperta la porta di Saturno al limite della dimensione dialettica, l’uomo divino inizia a manifestarsi e diviene esso stesso sorgente d’amore, di un amore impersonale che abbraccia l’intera umanità.

Nel Purgatorio, dunque, l’iniziato domina gli aspetti inferiori dei pianeti, per consentire a quelli superiori di manifestarsi, al fine di conseguire il Paradiso. Alla settima cornice Dante attraversa un cerchio di fuoco (in greco pur), estrema prova di purificazione possibile solo per chi ha già compiuto un graduale, consapevole processo di liberazione dell’ anima dai legami della materia. L’iniziato è pronto per la Gnosi: “…tra Beatrice e te è questo muro”, dice Virgilio.

Con il supremo sforzo di volontà, spinto dal desiderio del divino, Dante realizza l’albedo, l’opera al bianco: “Non aspettar mio dir più nè mio cenno: libero, dritto e sano è il tuo arbitrio, e fallo fora non fare a suo senno: per ch’io te sovra te corono e mitrio”. La creatura già in balia del karma e di autorità esteriori, diviene rex pontifex, Cavaliere Kadosh che riunisce in sé corona e mitra, potere temporale e spirituale, per cui è libero e finalmente responsabile, capace di ascoltare la saggezza che può acquisire solo l’ anima, non più condizionata dai legami della materia, grazie alla luce divina che non incontra più ostacoli nell’inondare l’intero essere trasformato.

Ora Dante incontra Beatrice, di cui darà la definizione nel VII canto del Paradiso: “… il santo rivo ch’esce da fonte onde ogni Ver deriva”. È la Gnosi, l’intelligenza dei trovatori, la donna, la sapienza divina, la luce di Dio, la Grazia. Il viaggio per il Purgatorio è concluso e l’iniziato è “…rifatto sì come piante novelle rinnovellate di novella fronda, puro e disposto a salir alle stele”. “Novelle, rinnovellate, novella”, una triplice esaltata sottolineatura dell’Uomo Nuovo che è nato dalla vecchia natura, ormai nel fondo dell’athanor.

“Nel ciel che più della sua luce prende fu’ io…”, qui Dante si sente trascendere i limiti della condizione umana e s’innalza attraverso la sfera del fuoco. L’iniziato oltrepassa la natura umana, è rinato nella luce nella quale fissa lo sguardo: la trasfigurazione è compiuta e, non a caso, il poeta passa nel cielo della luna, simbolo alchemico della fase al bianco.

In questo passaggio l’iniziato richiama l’attenzione di chi è in grado di comprendere il suo discorso:
“O voi che siete in piccioletta barca, desiderosi di ascoltar, seguìti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, chè, forse,
perdendo me, rimarreste smarriti”.

Il Paradiso

L’esperienza del Paradiso è per pochi ed è necessariamente coperta dal segreto iniziatico, essendo del tutto straordinaria. Inizia la fase culminante dell’opera alchemica: la rubedo. Dante rivolge la sua preghiera al dio sole Apollo e, perennemente accompagnato dalla Luce divina, dalla Saggezza, da Beatrice, attraversa le sfere celesti corrispondenti a Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, alle stelle fisse, all’Empireo, viaggiatore tra mondi e dimensioni.

Come nel Purgatorio i pianeti hanno rappresentato il loro aspetto inferiore di cui disfarsi, con la purificazione che consegue al distacco dal potere del pensiero egocentrico, responsabile primo della separazione da Dio, dall’amore umano che lega al mondo, dall’azione al servizio del mantenimento del mondo dialettico, dalla volontà guidata dall’egoismo e dal potere, dalla cristallizzazione del vecchio Saturno che chiude la porte all’ energia divina, compiuto tale processo nel Paradiso gli stessi pianeti rappresentano le mutazioni legate al procedimento alchemico nella sua fase finale.

Di sfera in sfera Dante passa in un processo di esaltazione ed estasi che spesso si esprime con momentanee cecità, con il sonno o con svenimenti, nel tentativo di spiegare a parole la trasformazione della coscienza sotto l’effetto del fuoco divino.

Dal nuovo Mercurio nasce la capacità di cogliere il piano divino, di acquisire la conoscenza che è sapienza e saggezza. Dalla nuova Venere nasce la capacità d’indirizzare l’amore verso l’esterno, al servizio di Dio e del creato. Dal nuovo Marte nasce la volontà, riflesso di quella divina. Dal nuovo Giove nasce il sacerdozio, l’essere strumenti della luce realizzando la Giustizia secondo la volontà di Dio. Non a caso, nel cielo di Giove, Dante accusa il papa e si appella al primo verso del libro della sapienza: “… diligite iustitiam, qui iudicatis terram”, la M finale si trasforma in aquila, simbolo di quell’impero che ha la sua fonte nella mitica terra bianca, nel regno del prete Gianni, in Shamballa, per designarlo con nomi di diverse tradizioni. Il cielo di Saturno, degli spiriti contemplanti, esprime l’ingresso in una nuova dimensione, lì ove le forze cristallizzanti del vecchio Saturno non hanno accesso, si manifesta l’Uomo divino accolto da una scala d’oro, un ampio passaggio verso il compimento dell’opera.

Nell’ottavo cielo delle stelle fisse, l’Uomo Nuovo appare in tutto il suo splendore, tanto che a Dante appare la Luce del Cristo: il sorriso di Beatrice, la forza irradiante della Gnosi diviene tale che Dante sviene, la sua coscienza non è più umana. Segue la visione della Vergine, dell’ anima nuova di natura divina, è l’ anima mundi degli alchimisti che genera l’essere divino e che è generata dalla personalità trasmutata nel procedimento alchemico.

Il processo continua e, negli occhi di Beatrice, Dante scorge un punto luminosissimo: Dio circondato da nove cori angelici e oltre l’empireo, il cui splendore acceca: è il momento conclusivo della rubedo, la visione del Paradiso dove, nel fiume di acqua viva, appare la candida Rosa della più pura tradizione esoterica, il simbolo per eccellenza del divino, la meta agognata da ogni cercatore della Verità, cantata dai trovatori e cercata dai cavalieri, come il loto dell’oriente, espressione di una fioritura che, con lo stelo, attraversa le acque del divenire, per aprire i suoi petali alla luce del Sole.

La rosa è fiorita lì dove i due bracci della croce umana si uniscono nell’unità. Beatrice lascia Dante accolto da S. Bernardo, colui che ha dato la regola all’ordine dei Templari, la coscienza divina che ormai guida l’iniziato e che gli consente di “ficcar lo viso per la luce etterna”, dove il lungo viaggio attraverso il molteplice si conclude con il ritorno all’unità: “nel suo profondo vidi che s’interna, ciò che per l’ universo si squaterna”.

La natura umana, mortale e fallace si è trasformata nell’oro splendente del corpo di gloria della resurrezione.

_________________
"Il miracolo non è camminare sull'acqua o sul fuoco;
Il miracolo è risvegliarsi.
Il resto sono tutte sciocchezze."
Osho
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MessaggioInviato: Gio Gen 07 2010, 11:41:48    Oggetto: Adv





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Eli

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MessaggioInviato: Gio Gen 07 2010, 17:38:45    Oggetto:  
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veramente un bellissimo topic. Complimenti! Very Happy

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Paolo Franceschetti

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MessaggioInviato: Gio Gen 07 2010, 22:39:25    Oggetto:  
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Grazie Osc...


non ci crederai ma proprio in queste ore sto preparando il mio prossimo articolo, su Dante.

Al di là di ogni altra considerazione (e ce ne sono molte da fare) la cosa che salta gli occhi in modo più evidente è che chi porta Dante a vedere Dio, sostituendo addirittura beatrice, è San Bernardo, il creatore della regola templare.

Più evidente di così!!!!

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MessaggioInviato: Gio Gen 07 2010, 23:41:18    Oggetto:  
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Scusi Avvocato, ma a volte non è tentato di intrapendere un percorso iniziatico di questo tipo??In fondo è affascinante, no??
Un saluto.
Gabriele
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Ginevra

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MessaggioInviato: Ven Gen 08 2010, 08:38:07    Oggetto:  
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... e a proposito di Dante, l'edizione Americana de Il Grande Fratello, indovina a cosa era ispirata quest'anno? All'Inferno di Dante...

http://www.channel4.com/bigbrother/image/94066a410b96c3c54b7a0a9fd0490c7f/view.c4

La cosa non stupisce piu' di tanto, se si pensa che la casa produttrice del format originario, Endemol, olandese, e' controllata de John De Mol, co-fondatore, e dal 2007, da ... Mediaset!

http://en.wikipedia.org/wiki/Endemol

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Stefania Nicoletti

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Sito web: http://paolofrancesche...


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MessaggioInviato: Lun Gen 25 2010, 11:44:12    Oggetto:  
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Dal sito Tradizione Iniziatica:
http://www.tradizioneiniziatica.org/prove_iniziatiche_divina_commedia.htm


Gabriele Rossetti

LE PROVE INIZIATICHE NELLA DIVINA COMMEDIA



LA DIVINA COMMEDIA DERIVÒ DALLA SCIENZA OCCULTA
E NE CONTIENE IL MISTICISMO

Abbastanza ci siam trattenuti alla porta della Iniziazione, per considerarne l’angelo portinajo, le chiavi misteriose, la piazione che prepara 1’espiazione, i tre passi ascendenti del poeta, i tre colpi ch’ei si dà al petto, e le tante altre cose significanti che vano sarebbe il ripetere.
Ei la chiamò Porta di San Pietro per farci sentire ch’ei travestì la Filosofia Pittagorica da Teologia Cattolica. Tempo è ch’ei si riponga in cammino, e noi lo seguiremo sino al sommo del suo viaggio mentale. Se ne andrem considerando attentamente i passi, vedremo che le finzioni del suo poema e i misteri della iniziazione sono come il volto esterno e l’immagine nello specchio.
I1 corpo di lui è nella tomba ravennate, ma l’anima di lui è nella Divina Commedia. Evochiamola di là a rivelarci il gran segreto de’ secoli, e propriamente quello del medio evo, ch’ei depositò nel suo poema allegorico; e comprenderemo da qual fonte ei ne attinse le dottrine, e chi gl’insegnò a trasformare la filosofia in poesia.



LE TRE PROVE SIMBOLICHE DELLA SCIENZA OCCULTA
E LE TRE DELLA DIVINA COMMEDIA SI CORRISPONDONO

Innanzi alla porta the introduceva ai misteri egiziani, trasmessi ai posteriori, leggevasi una inscrizione, riportata da Terrasson e da Lenoir, la quale indicava all’aspirante tutto il corso delle prove simboliche a cui doveva egli sottomettersi. « Cette inscription sententieuse étoit conçue en ces termes: Quiconque fera cette route sans regarder en arrière et sans se retourner[1], sera purifié par le Feu, par l’Eau et par 1’Air: et s’il peut vaincre la frayeur de la mort[2] il sortira de la terre, reverra la lumière, et aura le droit de préparer son âme à la révelation des mystères de la grande déesse Isis » (Lenoir). Alla enigmatica Iside Dante sostituì l’enigmatica Beatrice. E le citate parole dimostrano quel ch’egli ha fatto nell’uscir dalla terra, e riveder la luce, poiché il vedrem gradatamente purificarsi pel Fuoco, per l’Acqua e per 1’Aria, secondo la stessissima successione de’ Misteri Egiziani. Ne questa è pratica antica o scaduta, ma attuale e permanente: di che ci assicura il Reghellini con queste parole: « Nous conservons encore l’inscription qu’on lit sur le sarcophage d’Hiram dans le souterrain: Quiconque aura fait ce voyage seul et sans crainte sera purifié par le Feu, par l’Eau et par 1’Air; et ayant pu vaincre la frayeur de la mort, ayant son âme préparée à recevoir la lumière, il aura le droit de sortir du sein de la terre, et d’étre admis à la revelation des grands mystères. C’etait la même inscription que l’initié aux grands mystères de la déese Isis trouvait à la fin de ce cours (Apulejus); c’est la resurrection a une nouvelle vie »[3].
Vediamo dunque come Dante ottenne Vita Nuova.


ARTICOLO I

Prima Pruova
.
Quando Virgilio additò al suo seguace il lunghissimo corso che gli proponea di fare, gli disse fin dalle prime mosse del triplice viaggio: « Prima udrai le disperate strida » de’ dannati, e « poi vedrai color che son contenti nel foco », cioè i purganti; quasi che 1’essenza del Purgatorio si restringesse alla sola ultima classe degli spiriti ch’ei colà visita, i quali son coloro che son contenti nel foco.
Giustissima idea, che deriva dalla mitologia! Il fuoco che in greco dicesi pur (πυρ) è la radice di Purgatorio e Purgazione: quindi color che son contenti nel fuoco son color che si purgano. Ed è questa l’ ultima P che gli resta a cancellar dalla fronte. E vuolsi notare che fra tutte le pene che in quel monte s’ incontrano, la pruova del foco è la sola cui egli soggiaccia: le altre le osserva, ma questa la soffre. E la comun opinione mal sa disgiungere Purgatorio e fuoco: tutt’i quadri che lo dipingono stan lì per attestarlo ad ogni sguardo, ed ogni predicatore chiaramente lo esprime, come io stesso ho più volte udito: Purgatorio e fuoco sono inseparabili. Dante 1’ha riserbato come l’ultima delle sette purgazioni, onde collegar questa pruova con le altre due seguenti.
Dante nel dipingere 1’Aquila che lo rapì in alto, mentre in sua mente era peregrina dalla carne, cantò:

In sogno mi parea veder sospesa
Un’ aquila nel ciel con penne d’ oro,
Con l’ ale aperta ed a calare intesa;....

Poi mi parea che più rotata un poco,
Terribil come, folgor discendesse,
E me rapisse suso infino al foco.

Ivi parea ch’Ella ed Io ardesse,
E si 1’incendio immaginato cosse
Che convenne che il sonno si rompesse.

Ci piaccia andar infino al fuoco ch’è la suso, dove l’Aquila-Lucia lo rapì, per considerare che cosa gli accade.
« II nuovo pelIegrin d’Amore »[4] continua il preso cammino fra i due poeti che lo scortano, Virgilio e Stazio « che a poetar gli davano intelletto»; ed ecco apparire un gran fuoco, dentro cui ardono gli amanti, « il cui peccato fu ermafrodito » [5]. Due soli ne son da lui nomati, cioè Arnaldo Daniello, detto il gran Maestro d’Amore in Provenza, e Guido Guinicelli che fu uno de’ primi maestri d’Amore in Italia. Né potea sceglier due altri che meglio indicassero il suo intento, poiché tutti e due furono Gran Maestri amatoriae atgue mysticae artis, tutti e due avevano il grado di Erm-Atena.

D’uom-donna, tanto bella e dilicata (Rime antiche).

Ciò risulta dalle carte loro, sino al punto the il Guinicelli, nella sua Canzone oscura sulla natura d’Amore scrisse di se stesso « Donna, Dio mi dirà». Ecco in qual senso il lor peccato fu Ermafrodito, e non in quell’altro in cui fu comunemente preso, e di cui Dante nulla saper potea, dopo tanti anni che il Provenzale e il Bolognese erano morti e sepolti. Alta è la venerazione che per entrambi ci mostra, e massima mente pel Guinicelli, ch’ei denomina « il padre mio e degli altri miei miglior che mai rime d’Amor usar dolci e leggiadre ». Essi che son nel seno del grande Ardore, mentre i1 fuoco gli abbrucia, cantano lietamente, perchè son contenti nel fuoco.
Qui potremmo considerare l’azion significante di costoro, ognun de’ quali va col viso incontro all’altro, e si baciano uno con uno, e passan oltre sens’arrestarsi, per mostrare che fanno quella cerimonia rituale di cui scrive il Reghellini: « La cérémonie de l’osculum fra ternitatis fut adoptée des Chevaliers Templiers qui la transmirent aux Frères Maçons ». Potremmo considerare perché Dante augura al Guinicelli che « la sua maggior voglia sia tosto sazia, sì che 1’alberghi il ciel ch’é pien d’Amore », cioè il terzo cielo; e perché il Bolognese si raccomanda al Fiorentino nel vederlo andare al chiostro « nel quale è Cristo abbate del collegio ». Potremmo considerare perché il Provenzale scongiura l’Alighieri per quel valore che lo guida al sommo della scalina, cioè della scala simbolica; ma senza arrestarci su tal minuzie, procederemo all’ esame della pruova del fuoco. la quale è la sola (giova ripeterlo) a cui egli in tutto il Purgatorio soggiaccia.
Dante non può giungere a Beatrice, se pria 1’incendio immaginato nol cuoce, come lo cosse nel sogno, quando L’Aquila-Lucia lo rapì insino al fuoco. Ei si spaventa a quella vista, ma dee traversarlo, poiché chiunque s’ iniziava ne’ misteri « étoit oblige de le traverser » (Lenoir). Una voce grida:
« Più non si va oltre, se pria non vi morde il fuoco: entrato in esso. Virgilio conforta il suo seguace ad entrar nelle fiamme; ma pur costui a tal vista rifugge.
Virgilio prega e riprega, ma quegli sempre resiste, e narra:

Quando mi vide star pur fermo e duro,
Turbato un poco disse: Or vedi, o figlio,
Tra Beatrice e te è questo muro....

Poi dentro al fuoco innanzi mi si mise (Purg., XXVII).

Esclama dentro le vampe: « Parmi vedere gli occhi di Beatrice »; e Dante a quello stimolo attraversa le fiamme e passa. Si cuoce sì, ma non ne riceve serio danno, poiché ne’ misteri il fuoco per cui passava il neofito era simile « à nos feux de theatre, composé d’un bois léger très-inflammable » (Lenoir).
E così si avverò il sogno, poiché, nella prima pruova simbolica, Egli e L’Aquila s’immersero nelle fiamme:

Ivi parea che’ Ella ed Io ardesse[6].

Dopo questa prima pruova, quella del Fuoco, ch’é al termine della purgazione, 1’Alighieri, per incontrar la sua donna, entra nel Paradiso terrestre; e ne’ libri rituali dell’ordine segreto io trovo scritto che il luogo ove il neofito viene introdotto così appunto si chiama: onde dal mistagogo gli è detto : « Les jardins du Paradis terrestre sont notre délicienx sejour: ici 1es ténèbres et la lumière, par un accord merveilleux, concourent a la multiplication de notre ordre.... Frère nouveau reçu, l’Esprit dont le souffle vient de m’inspirer s’est servi d’énigmes » [7]. Nel dire che lo spirito inspiratore s’è servito d’enigmi, e che le tenebre e la luce ivi s’ accordano per la moltiplicazione del loro ordine, dà il carattere della scuola che fa precedere l’errore alla verità, e la piazione all’espiazione; onde sapienza enigmatica denominavasi quella del sacerdozio egiziano, il quale, al dir d’Arnobio, solet praecepta per ambages dare.
Dall’ Egitto passò la scuola de’ misteri alla Grecia; e qui potremmo deciferare più d’una favola che presenta il tipo dell’iniziato. Tale è quell’Alcide che scese nell’ Inferno per ritrarne 1’anima d’Alceste, e che dopo varie vicende fu assunto al cielo. Ma per qual mezzo? Per mezzo del fuoco ove arse, e donde si elevò spirito purificato. Per tal modo si spogliò della camicia avvelenata, dono fatale della moglie terrestre, e divenne degno dell’ amplesso della sposa celeste. Così solo poté sorbire il liquore della immortalità, presenta togli dalla sempre giovine Ebe, che secolui si strinse in eterno conjugio. Ma senza arrestarci sui vecchiumi della mitologia, consideriamo la pruova dell’Acqua, che ci darà il significato di quell’umor porten toso di che si abbeverò Alcide, già dal Fuoco purgato. Alla pruova del Fuoco succedeva ne’ misteri egiziani quella dell’Acqua, e nel poema di Dante accade precisamente lo stesso, nel Paradiso terrestre.


ARTICOLO II.

Seconda Pruova

Questa venne già descritta da varj autori antichi, e da varj moderni ripetuta. Ella ci darà i mezzi di fare importantissime interpretazioni; onde su di essa ci arresteremo alquanto più.
Questa pruova dell’Acqua consiste in due pozioni, dalle quali risultano i due punti principali della Iniziazione, finir la vita vecchia, e cominciar la vita nuova, obblio del passato, e memoria del futuro, che con le parole del rito segreto più volte innanzi mostrammo.
In altra opera nostra presentammo sì l’uno che 1’altra coi detti del Cartari, il (quale citò scrittori antichissimi, e qui ci varremo delle parole del Fontenelle, il quale parlando dell’antro di Trofonio, i cui misteri eran derivati dagli egiziani, scrive così: « On vous conduisoit jusqu’a la source du fleuve Hircinas, et on vous faisoit y boire deux sortes d’eaux: celle du Léthé qui effaçoit de votre esprit toutes les pensées profanes qui vous avoient occupé auparavant; et celle de Mnemosyne qui avoit la vertu de vous faire retenir tout ce que vous deviez voir dans 1’antre sacré. Après tous ces preparatifs, on vous faisoit voir la statue de Trophonius, a qui vous faisiez vos priers, et on vous equipoit d’une tunique de lin ». Questa candida tunica che ricopriva il candidato indicava l’uomo purificato e nuovo, che « in novitate vitae ambulabat ». Dante ritenne 1’acqua del Lete, ed all’acqua di Mnemosine sostituì 1’altra di Eunoè che ha il me desimo signifcato, e produce il medesimo effetto. E forse fé questo cambiamento di nome per confondere la gente grossa, e per masche rare alquanto il suo disegno.
Dovea, ne’ misteri egizj, il neofito traversare un canale, e tutto in esso tuffarsi: lo stesso dovea fare ne’ misteri eleusini, dopo di che lavato e mondo passava all’Elisio. (Lenoir, p. 256). Ciò l’Alighieri dipinse nella sua propria persona. Prima ch’ei gustasse delle ultime delizie dell’Eden, vien immerso in un canale, donde emerge mondo e rinnovato; e Beatrice, la vita contemplativa, è quella che lo fa ivi tuffare; onde il familiar del poeta annota: « Matelda, la vita attiva, immerse 1’autore nel fiume, e lui rinnovò ».
Come nel Corso della pubblica istruzione le lettere precedono le scienze, e la bellezza delle une prepara la mente alla verità delle altre, così pure nel corso dell’istruzione segreta, la vita simbolica precede la filosofica. Il mistico direbbe: Lia precede Rachele, Marta precede Maria; e Dante dice: Giovanna o Primavera precede Beatrice o State: l’una vistosa per fronde e fiori, 1’altra utile per messe e frutti. Anche il Dr. Ozanam ha ciò riconosciuto; onde scrisse: « Il y a pour l’homme deux destinées ici bas: 1’ une active, ou il s’efforce d’operer par lui-même, 1’autre contemplative, ou i1 considère les operations de Dieu et de la nature. Ces deux destinées, figurées dans 1’Ancien Testament par Lie et Rachel, et dans le Nouveau par Marthe et Marie, sont représentées dans le poème de Dante par Mathilde et Beatrice ». E di ciò non v’ha dubbio.
Il familiar del poeta non dà mai altro nome a Matelda che di vita attiva, e scrive che « 1’autore pone Beatrice in simil grado con Rachele ch’è figura della vita contemplativa » Ma torniamo alla pruova dell’Acqua. Due acque bevea il neofito, prima quella dell’obblio a cui seguiva la manifestazione d’Iside, a poi quella della memoria che il preparava alla scienza d’Iside già svelata. Lo stesso vediamo in questa seconda pruova di Dante: ei bee prima di Lete, al che segue la manifestazione di Beatrice; e poscia bee di Eunoè, che il prepara ad accogliere i detti di Beatrice, perché « la scienza è beatitudine dell’intelletto », ed « ha potestà di rinnovare natura in chi la mira » (Convito).
Queste due pozioni mistiche, descritte nella divina Commedia, son ripetute in opere di altre lingue che derivarono dalla stessa scuola: ne citerò due, una inglese recentissima, l’altra francese del secolo passato.
Nel1’Epicureo del vivente Tommaso Moore, ingegnoso romanzo che tratta dei misteri egiziani, il medesimo precisamente si vede. Il neo fito prima tracanna l’acqua dell’obblio, al che segue la manifestazione d’Iside, e poi sorbisce 1’acqua della memoria, per rammentarsi di quanto in quella manifestazione gli è comunicato. Non cito parole, perché quel bel lavoro va fra le mani di molti, tradotto in tedesco, in francese, e in italiano.
Nel Sethos dell’Abate Terrasson, che pure tratta de’ misteri Egiziani, si scorge a puntino lo stesso processo simbolico. Ma piuttosto che valerci delle parole di quel muratorio romanzo, impiegheremo quelle d’un’opera dottrinale che si vale delle stesse formole di dire. Nel riferire i detti di Lenoir, riferiremo quelle di Terrasson.
In quel libro ov’egli assume a dimostrare l’Antiohità della Massoneria, troviamo che il capo della iniziazione egiziana nel presen tare la prima acqua al proselito gli dicea: « Que cette eau soit un breuvage de Léthé ou d’oubli pour toutes les fausses maximes que vous avez ouĩes de la bouche des profanes» e con ciò dal neofito era distaccato 1’uom vecchio, per preparar la nascita dell’uom nuovo, onde Virgilio:

....Animae quibus altera fato
Corpora debentur, Lethei ad fluminis undam
Securos latices, et longa oblivia potant (Æneid., VI).

A ciò seguiva la manifestazione d’ Iside che teneasi per maschio e femina: «Les Égyptiens donnaient à Isis la forme des deux sexes et l’appelloient Dieu ». (Lenoir). E perciò Plutarco fa dire ad Iside Sive tu Deus, sive tu Dea (De Iside)[8]. Onde que’ sacerdoti a lei diceano: « Isis, o grande déesse des Égyptiens, donnez votre esprit au nouveau serviteur, qui a surmonté tant de périls et de travaux pour se présenter à vous. Tous les prêtres répétoient en choeur le voeu. — Lorsqu’ils avoient terminé le chant, le hierophante relevoit le pro sélite et lui presentait une liqueur confortative, en lui disant: Que ceci soit un breuvage de Mnémosyne, ou de mémoire, pour toutes les leçons que vous recevrez de la Sapesse » (LENOIR).
Questa Sapienza è appunto Iside ερμαφοδιτος, cioè maschio e femmina, che dava il suo spirito al suo nuovo servitore, alla quale Dante sostituì Beatrice, di cui si dichiara servitore nella Vita Nuova.
È superfluo 1’applicare minutamente questa seconda pruova de’ misteri antichi alla seconda pruova del nostro poema. L’Alighieri tuffato in Lete bee I’acqua dell’oblio; dopo ciò gli angeli cantano a Beatrice quasi le stesse parole che i sacerdoti cantavano ad Iside:

Volgi, Beatrice, volgi gli occhi santi
(Era la lor. canzone) al tuo fedele[9]
Che per vederli ha mossi passi tanti ;
Per grazia fa lui grazia che disvele
A lui la bocca tua, sì che discerna
La seconda bellezza che tu cele.
0 isplendor di viva luce eterna!

sclama il fedel di Beatrice, al veder qual gli apparve costei, quando ella, solvendosi nell’aere aperto disvelò la bocca, il che indica manifestazione orale. Dopo ciò al fedele è fatta bere 1’acqua di Eunoè, cioè della buona memoria, che «La tramortita in lui virtù ravviva » (ivi), affinché si ricordi della scienza arcana, che la bocca della personificata Sapienza Beatrice gli andrà rivelando in tutto il corso della terza cantica.
Adunque il poeta, nel bere le due acque di opposto effetto, espresse chiaramente la Seconda Pruova della iniziazione, la quale si usa ancora negli attuali misteri. Onde il Ragon, parlando della Loggia cui egli presiede, scrive: « Dans les premières années de la loge des Thrinosophes ces deux brenvages étaient donnes au recipiendaire »
E distingue le due bevande così, nel porgerle al proselito: « Qu’elle soit pour vous un breuvage de Léhté ou d’oubli, à 1’egard des fausses maximes que vous avez puisées parmi les profanes ». « Qu’elle soit un breuvage de Mnemosyne ou de mémoire, pour les leçons quo vous recevrez de la Sapesse » (p. 91).
E Dante in corrispondenza:

Da questa parte con virtù discende
Che toglie altrui memoria del peccato,
Dall’ altro d’ogni ben fatto la rende.

Quindi Letè, così dall’ altro
lato Eunoè si chiama, e non adopra
Se quinci e quindi pria non è gustato. (Purg., XXVIII)

Quel che abbiam detto di questa pruova seconda potrebbe bastare, ma ripetiamo essere essa tanto essenziale da potersi dire la principale fra le tre, anzi il germe del misticismo onde risulta la vita nuova del neofito, e di cui Dante sparse moltissimi cenni in corrispondenza, nel Convito, nella Vita Nuova e nella Commedia stessa.
È mestieri perciò arrestarci alquanto più su di essa per darle in certo modo la preferenza, pria che ci dirigiamo alla Terza Pruova.
E prima osserverò che Dante nel farsi immergere in Lete, con che muore a rinasce, giusta l’espression di Virgilio, impiegò per compare e commare (o compadre a commadre) Stazio che ha carattere Tolosano, e Matelda, che l’ha Romano: infatti costei « donnescamente disse: Vien con lui », e invitò l’altro a concorrere alla mistica funzione. Ciò esigeva quel Volgar bisense, che corrisponde ai due figurati generanti; onde il poeta-filosofo scrisse nel Convito: « Questo mio Volgare fu congiungitore delli miei generanti che con esso parlavano.... perché manifesto è lui essere concorso alla mia generazione, e così essere alcuna cagione del mio essere ». E il suo essere è come quello del suo Volgare. L’uno ha corpo ed anima, l’altro ha il fuori e’l dentro; l’ornamento e la sentenza, la bellezza che diletta e la bontà che giova: in somma la poesia che illude e la filosofia che disinganna, dette altrimenti, la lettera e lo spirito: la prima vien dalla madre, fautrice della Chiesa Romana, ma il secondo dal padre, a quella avverso. Ecco la commadre e il compadre che concorsero alla sua generasione a vita nuova. La lettera uccide, lo spirito vivifica, alla prima si rinunzia, al secondo si aderisce, la prima si deve obliare, il secondo rammentare: effetti di Lete e di Eunoé.
Il Cartari scrive che l’iniziato ne’ misteri greci, dopo aver be vuto « de’ due fonti, uno della obblivione, del quale bevea prima per scordarsi di tutto il passato, l’altro della memoria, per ricordarsi di ciò che riportasse dall’oracolo » veniva a quella deità introdotto; ed a significare che la prima acqua avea prodotto il suo effetto, ei veniva spinto in un antro, ove rimanea tanto sbalordito che non si ricordava più di se stesso né di altri; ma gli sacerdoti lo mettevano in un seggio, che si denominava la sede della memoria, e gli sovveniva, allora tutto quello che avea visto o udito, e raccontavalo a que’ sacerdoti ». Dante del pari, a dinotar lo stesso concetto, dopo aver bevuto di Lete, dice alla sua donna Non mi ricorda ch’io mi stra niassi da voi[10]. E colei risponde: «Se ricordar non te ne puoi, è perché beesti di Lete; e se dal fumo si argomenta fuoco, cotesta obblivione chiaro conchiude colpa nella tua voglia, altrove intenta ».
Scrivea Sinesio: « Alius dicat quod sit laetheum, sive oblivionis poculum illud animabus exeuntibus dari solitum; animae certe in hanc vitam ingressae exhibitum poculum nihil aliud est nisi vitae hujus dulcedo et voluptas ». Ecco chiaramente distinte le due bevande, quella che si da all’anima che esce dalla vita vecchia, e quella che si dà all’ anima che entra nella vita nuova.
In questa vita nuova si rinasce persona parvola, e l’ora in cui dicesi ciò avvenire è il mezzodì. «Quel âge avez-vous comme Apprendif ? Trois ans. Quells heure est-il? Près de midi ». (Maçonn. Adonhir.). E Dante rinacque persona parvola appunto nel mezzodì; poiché quando tornò dalla pozione di Ennoé, rifatto e rinnovato, come piante novelle, « Teneva il sole il cerchio di merigge ». (Purg.; ult). Il merigge nella Chiesa latina si chiama l’ora sesta, tal è massimamente nell’ equinozio. Dante che ne discorre nel Convito, volendo anche indicare perchè scelse quell’ ora pel suo morire come uomo vecchio, scrive « ch’era quasi ora sesta quando morìe, ch’è a dire lo colmo del dì perocché la sesta ora, cioé il mezzodì, è la più mobile di tutto il dì e la più vertuosa »; ma appena il tocca, e « lasciando la sesta nel mezzo del dì per la ragione che si discerne »; e passa all’ ora seguente, in cui si volge al terzo pellegrinaggio con la sua donna Nove: «e però sappia ciascuno che la diritta Nona sempre dee sonare nel cominciamento della settima ora del dì; e questo basti alla presente digressione, e poi volgi » ; e troverai il principio della terza cantica, in cui la volontà e 1’intelletto personificati si dirigono alle sfere, dove li contempleremo ben tosto[11].
Virgilio pose quasi nel mezzo della sua Eneide il figurato processo della Iniziazione: così fece il suo seguace. Dal punto ch’ei si tinge di pianta vecchia, sino a quello in cui divien pianta novella (come più giù vedremo) ei sempre tratta della Iniziazione sua. Ne solo nel mezzo del laberinto allegorico, ma quasi in mezzo delta chiave eleusina ei situò l’essenza del misticismo. E ci avverte in quell’enigma che alcune parole, le quali poteano disingannare gl’illusi, le avrebbe poste quasi in mezzo, cioè nella seconda cantica. Onde fa dirsi da Amore (cioè dice egli stesso) riguardo alla sua donna: « Conciossiaché veracemente sia conosciuto per lei alquanto lo tuo segreto per lunga consuetudine, voglio che tu dica certe parole per rima, nelIe quasi tu comprenda la forza ch’io tengo sopra te per lei; e come tu fosti suo tostamente dalla tua puerizia[12]. .... E per questo sentirà la tua VOLONTÀ, la quale sentendo conoscerà le parole degl’ingannati. Queste parole fa che sieno quasi in mezzo[13] . . . . falle adornare di soave armonia, nella quale io sarò tutte le volte che farà mestieri ». E così è: ne’ punti più significanti della Divina Commedia, e massime nel mezzo, o seconda cantica, adorna di soave armonia, un tale Amore non manca mai d’essere visibile a chi sa riconoscerlo. E già lo mostrammo alla porta della iniziazione con l’Angelo portinajo e le due chiavi, ed or lo mostreremo con le tre pruove, di cui questa è la seconda.
Ognun comprende che Dante, il quale, tuffato in Lete, bee di quell’ acqua[14], vale Dante che perde la memoria del passato. Ivi muore in lui l’uomo vecchio, e lo vedremo rigenerato intelletto nuovo e volontà nuova, come da tanti ritraemmo, e da Dante medesimo, di cui van qui ripetute le parole, quand’ei dichiara che l’uso del suo animo è quel ch’ei chiama sua, BEATITUDINE o sua BEATRICE: « L’uso del nostro animo è sommamente dilettoso e quello ch’è sommamente dilettoso a noi, quello è nostra BEATITUDINE; e qui s’intende animo solamente la parte razionale, cioè la volontà e l’intelletto » (Convito). E perciò con significantissime parole ei ci disse aver fatto due parti di se, che sono appunto quelle che ha qui espresse, e di aver mandato la sua visione enigmatica ai fedeli d’Amore, ch’eran pure così divisi.
AI morir dell’ uomo vecchio ed al nascer dell’ uomo nuovo è relativa quella pianta misteriosa ch’è svelta appena risorge, e perciò l’un simbolo vale l’altro: consideriamolo.
Potea mai Dante dire: “Io cessai d’essere pianta vecchia e cominciai ad essere pianta nuova o neo-fito?” In chiare note no, ma in mistiche figure sì; e così fece.
Apriamo il primo e 1’ultimo canto del Purgatorio, cioè il principio e il termine dell’arcana purgazione, e confrontiamoli. Negli ultimi quattro versi dell’ uno ei si dichiara pianta vecchia, e, dopo la settemplice esPIazione, negli ultimi quattro dell’altro ei si dichiara piante novelle, perché Intelletto e Volontà.
Nel primo canto, ei si fa cingere d’ un giunco, bagnato dalle acque: appena è svelto il giunco vecchio, tosto nasce il nuovo: il vecchio cinge Dante, e il nuovo resta appo quell’onde: ecco Dante dichiararsi pianta vecchia.
Nell’ultimo canto, ei torna dalla pozione dell’acqua seconda in cui risorge, con che si annunzia piante novelle. Vediamo qui due luoghi correlativi.
Ei narra che Virgilio lo cinse del giunco vecchio:

Quivi mi cinse, si come altrui piacque:
Oh maraviglia! Ché qual egli scelse
L’ umile pianta cotal si rinacque,

Subitamente là onde la svelse.
(Purg., I, ultimi versi).

Avulso primo, non deficit alter (Æneid., VI), avea cantato Virgilio della corrispondente pianta misteriosa, e per la stessa significazione, là dove adombra i Misteri Eleusini.
Dante scrive così negli ultimi quattro versi del Purgatorio:

Io ritornai dalle santissime onde [d’Eunoè)
Rifatto si come piante novelle,
Rinnovellate di novelle fronde,

Puro e disposto a salire alle stelle.

E dice piante novelle pl. per ciò che abbiamo innanzi esposto. E qui rifletto che Dante cinto di giunco,umile pianta, ricorda Amore con viso dipinto d’umiltà, o vestito di vili drappi. ( Vita Nuova).
Ond’egli scrisse del giunco di cui si cinse: « Null’altra pianta che facesse fronda, o indurasse, vi puote aver vita, Però che alle percosse non seconda (Pur., I), cioè, perché non cede, e si arrende agl’impeti. Spogliato dell’umile pianta ei riprende, dopo l’esPIazione, la sua dignità, e diviene come piante novelle, rinnovellate di novelle fronde), e non quella che non fa fronda. Ogni minima espressione è una conferma.
Dante mette in relazione que’ due simboli corrispondenti, cioè il giunco presso le acque a pié della montagna, e la pianta che mette fronda sul giogo di essa, onde scrive nel Convito: « Vedemo certe piante lungo le acque piantarsi, e certe sopra i gioghi delle montagne. - Dov’è da sapersi che la nostra buona e diritta natura ragionevolmente procede in noi, siccome vedemo procedere la natura delle piante in quelle. - Questo seme divino, di cui si è parlato di sopra, nella no stra anima incontanente germoglia, mettendo e versificando per ciascuna potenzia dell’Anima secondo la esigenzia di quella; germoglia dunque per la vegetativa, per la sensitiva e per la razionale » E perciò « Homo tripliciter spiritatus est, videlicet vegetali, animali et rationali » (Vuigari Eloquentia). Qui direbbe Lucrezio:

Jam triplex animi est igitur natura reperta (Lib., III).

Oh quant’altro aggiunger potremmo circa questa seconda pruova! Ma è tempo di chiuderla, per considerar l’ultima.


ARTICOLO III

Terza Pruova.

Alla già esaminata pruova dell’Acqua succedeva quella dell’Aria, terza ed ultima ne’ misteri. E pria noterò che Dante presentò in accorcio le tre pruove, ma invertite, là dove vide il carro di sua donna venir con vento, con nube, e con igne. (Pur., XXIX).
Igne vale fuoco, nube indica acqua e vento aria.
E così invertite le presenta Virgilio, là dove, adombrando i Misteri Eleusini, cantò dell’anime:

Supplicia expediunt: aliae panduntur inanes
Suspensae ad ventos; aliis sub gurgite vasto
Infectum eluitur scelus, aut exuritur igni.
Quisque suos patimur manes; exinde per amplum
Mittimur Elysium. (Æneid., VI)
.
E per l’alto Elisio vedrem mandato Dante, dopo che sospeso ai venti avrà sostenuta la Terza Pruova ed ultima, quella dell’Aria. Ed ecco in che cosa consisteva.
Una, macchina ingegnosa rapiva dal suolo il neoftto, ed innalzavalo ad una considerabile altezza, per figurarlo elevato al cielo; e facealo, così sospeso, girare intorno a ruota parecchie volte, come se lo menasse successivamente per le sfere celesti. « C’est alor que le machinisme agissoit.... Une détente faisoit mouvoir les roues, qui ébranloit le pont levis, et l’enlevoit avec 1’aspirant, qui, en faisant plusieurs fois le tour rapide qui produisoit cette mécanique, se trouvoit suspendu dans l’air, et lui faisoit.voir au dessous de lui un précipice immense » (Lenoir).
Ecco la vera immagine del terzo viaggio di Dante per le sfere celesti, ch’egli girando trascorre di stella planetaria in stella planetaria, sino alla settima, il che è chiaramente indicato dal grado ch’è detto la Chiave della Massoneria con queste precise parole: « Le sette stelle rappresentano i sette principali e diversi gradi pei quali dovete passare, onde conseguire la sommità della gloria »[15]. E perciò il neofito ne’ catechismi dice che il luogo ov’egli entrò « si chiama la casa del Sole, della Luna e delle stelle »; e ch’egli « in quel nuovo mondo gira come i pianeti nel firmamento »[16]. E se vogliam vedere che cosa lassù vedesse, seguiamo ad udir quei dottori che ce ne hanno informati.
« L’interieur du Temple où les Franc-Maçons célèbrent leurs mysteres represente le ciel: on y voit une voûte peinte en bleu d’azur, ornée des images du soleil, de la lune et des étoiles qui remplissent le firmament. Le Venerable, considéré comme la Supreme Toute-Puissance, est, comm’elle, placé à l’orient sur un trône d’or. C’est ainsi que se plaçoit dans le temple d’Isis le hierophante, chef des initiations, parce qu’il étoit veritablement un symbole de l’intelligence regulative du monde terrestre et celeste, Le hiérophante des Egyptians et des Grecs, comme le Venerable Maitre, ou le Très-Grand des Franc-Maçons, assis sur un trone d’or et d’ivoire, revêtu de la pourpre royals et orné d’une clarté eblouissante, etoit l’image vivante d’un Dieu etincelant de lumière, père de la sagesse et createur de l’astre auguste » (Lenoir). «The hierophant, that is the revealer of sacred things, in the Elisian Mysteries, was arrayed in the habit, and adorned with the symbols of the Great Creator of the world, of whom in those mysteries he was supposed to be the subsitute and revered as the embleme » (Maurice).
Ma come mai a sì alto oggetto l’anima viaggiatrice perveniva? Nella scuola persiana vedremo il come. «Les perses vouloient que notre ame aille au ciel, mais qu’il falloit qu’elle passât sept portes[17], de plomb, d’etain, d’airain, de fer, de bronze, d’argent, et d’or. Les Maçons Alchimistes établirent des doctrines analogues[18]. Ici on peut supposer que les Perses entendoient que l’âme devoit faire le pelerinage des sept planètes, avant de se reposer dans le centre de la felicitè, le soleil. On a vu Swedenborg emprunter cette idee » (Reghellini). Lo Svedese in fatti descrive, come il Fiorentino, il suo viaggio pei sette pianeti. Or qual maraviglia che il citato scrittore asserisca fermamente che Dante e Swedenborg professavano la stessa sua dottrina segreta? Nell’accennare il mistero del triplice cerchio muratorio, che l’Alighieri dipinge qual nel grado della Chiave è descritto, ei dice così : « Le Dante dans son Paradis voit l’Éternel qu’iI decrit sous le symbole de trois cercles. Le poète dans sa vision voit une transfiguration de ces cercles lumineux, en sa propre figure et ressemblance. Les anciens ont établi la forme de la Divinité sous celle de l’homme, avant le cygne d’Italie. Ainsi ont fait les Egyptiens, les Grecs, les Romains, les Chrétiens, et dernièrement Swedenborg a cru voir Dieu sous la même forme que lui.... C’est en Italie que ces doctrines se trouvent professées avant qu’elles le fussent ailleurs. — Le Dante, lorsqu’il a peint la Divinité, ne s’est servi que des symboles des Abraxas[19]. Il etait initié dans les doctrines que nous avons expliquées sur le Soleil, emblème de la Divinité. doctrines suivies par les Cabalistes et Ies Rose-Croix, établis depuis ces époques lointaines, comme nous dirons, à Florence, Venise et ailleurs »;[20].E perciò i nostri amanti platonici, e massimamente Dante, rassomigliano la loro donna-anima al sole, emblema della Divinità, come abbiam ritratto altrove dalle stesse loro parole.
E che per la scienza o 1’arte d’Amore dovesse l’Alighieri salire al ciel con 1a terrena soma è cosa che ci è fatta capire da molti di coloro che professarono tal arte o scienza, ai quali Amore medesimo,

Per volar sovra il Ciel, avea date ali,
Per le cose mortali,
Che son scala al Fattor, chi ben 1’estima. (PETRARCA)

I1 Varchi in parecchie sue Lezioni recitate nell’Accademia Fiorentina, successa alla Platonica, afferma lo stesso, ed in una scrive così: « Mi potrebbe alcuno dimandare, quale è quello strumento che m’ha dato la natura, mediante il quale possiamo ridurre all’atto questa potenza, cioè salire al cielo colla terrena soma, e divenire d’uomini, dei? Si risponde che questo strumento senza alcun dubbio è l’Amore; 1’Amore è questo strumento senza dubbio alcuno; e mediante 1’Amore non solo potemo ma dovemo ancora levarci da queste nebbie mortali, e, saliti d’una in altra sembianza a quegli splendori oltra mondani, poggiare sopra il cielo, e quivi contemplando visibilmente la prima cagione a faccia a faccia diventare lei; e per questo significare furono aggiunte l’ali ad Amore. Né sia chi reputi questa salita, e cotal visione, impossibile, perciocché ed alcuni de’ teologi l’affermano, e molti filosofi la confessano, e quel grandissimo Arabo [« Averrois che’1 gran comento feo »][21], il quale fu solo, o con pochissimi, vero filosofo dopo Aristotele, pone il sommo bene e l’ultima felicità umana in questa così fatta contemplazione, la quale egli chiama intuitiva, perciocché non si fa col discorso della ragione, ma presenzial mente con l’ occhio dell’intetletto. O maravigliosa e possentissima forza di questo grande a santissimo iddio, Amore! quanto tu dei essere amata, ringraziata, e adorata da tutt’i buoni, da tutt’i dotti, da tutt’i saggi! da te sola viene ogni quiete, ogni contento, ogni salute! »[22]. E il Ficino nel suo Comento sullo Amore o Convito di Platone ha parimente un capitolo intitolato « Che 1’Amore porta le Anime in Cielo, e distribuisce i gradi della beatitudine » e un tale Amore è da lui dichiarato sacro mistero.


EPILOGO

Di alcuni punti essenziali innanzi esposti
e massime circa le Prouve esaminate

Scrive un dotto Inglese, riguardo ai misteri di Mitra-Amore: «As to Mithra himself, I have Porphyry’s express authority for asserting that his elevated station in his own temple was in the middle of the equinoctial point » ; e nell’equinozio Dante comincia il suo viaggio.
« The two hands of Mithra grasp two keys, pressed closely to the breast.... A drawn sword, if Tertullian may be credited, opposed the candidate on his very entrance »; e due chiavi al petto aderenti, ed una Spada nuda in mano ha il custode della porta, nella adombrata iniziazione della Divina Commedia. « The candidate was admitted through the north gate, where a fire, fiercely glowing with the solstitial blaze, scared but could not terrify or retard the determined aspirant: he was compelled to pass through the flame » ; prima pruova, quella del fuoco, per cui Dante fu costretto a passare.
« He was hence hurried to the south gate, where the solstitial flood awaited him: into these floods his exhausted frame was instantly plunged » : seconda pruova, quella dell’ acqua, in cui Dante fu interamente immerso.
« The honours of the initiation were then conferred upon the candidate; and first a golden serpent was placed in his bosom, as an emblem of his being regenerated, and made a disciple of Mithra; for this animal, renewing in vigour in the spring by casting its skin, was not only considered as an apt symbol of renovated virtue, but the sun himself, whose genial heat is annually renewed, when revisits the vernal signs »: ecco Dante sorto a vita nuova sotto il segno dell’Ariete, dopo la sua iniziazione, al che si collega quanto segue che riguarda la pruova dell’Aria.
Dice il citato autore che il candidato, ricevuta che avea 1’iniziazione, veniva cinto d’una zona che figurava lo zodiaco, chiaro emblema del nuovo viaggio sidereo a cui si accingeva; e che perciò veniva immaginato ch’ei facesse peregrinazione « in that sidereal metempsycosis or passage of the soul among the stars to its final abode », e chiama la dottrina di scorrere qual viaggiatore le sette sfere de’ pia neti « the doctrine of the seven superior boboons, or purifying spheres, through which they supposed the transmigrating soul to pass ».[23]
« Dans les mystères de Mithras on célébroit la trasmigration successive des âmes, après la mort, dans les diverses planètes », dice il Salvador; e il Tasso, a far comprendere con quai figure veniva antichissimamente tal peregrinazione adombrata, scrive: « Con la peregrinazione dell’animo si possono acquistar le virtù: quella di Ulisse e di Enea fra i Ciclopi, i Lestrigoni, i Lotofagi, e nell’Inferno e ne’ Campi Elisi; o pur quella di Pittagora e di Platone ai sacerdoti egizj, e di Apollonio Tianeo ai gimnosofisti, furono quasi immagini della peregrina sione della mente, con la quale sogliamo peregrinare non solo nelle concavità della terra, ma sovra il sole e sovra le stelle, rimirando le cose invisibili e i regni intellettuali, ascosi alla vista de’ mortali, e di luce divina risplendenti ».[24]
Possiamo riassumere quanto fin qui è detto con applicare al poema di Dante le parole di Lenoir: « Ainsi les épreuves usitées dans les Mystéres d’Isis et de Cérès, comme dans la Maçonnerie, etoient au nombre de trois, et on les operait par le feu, par l’eau et par l’air. Cependant j’en ajouterois une, qui est celle de la terre; car je con sidère la longue traversée que l’on faisoit faire au candidat, dans Ies immenses souterrains de Memphis, comme le double symbole de la terre et des ténèbres. Ces épreuves étoient donc une image des quatre element». A ciò si accorda quel che dice Platone, così riferito dal pittagorico Jerocle: « Plato de ascensu loquitur hoc modo: Hominem cum illa ratione superaverit quae sibi ex terra, aqua, aëre, et igne turbulenta, et rationis experientia insederint, ad prioris atque optimi habitus formam rediturum ». Apulejo infatti narra che, nella sua iniziazione ai misteri, discese all’Inferno, salì al Cielo, e scorsi i quattro elementi, ritornò sulla Terra; e che in quella occasione fu celebrato il festivissimo giorno della sua nascita come iniziato, natalem sacrorum. Eccone le parole: « Accessi confinium mortis, et calcato Proserpinae limine, per mania vectus elementa remeavi: nocte media vidi solem, candido coruscantem lumine; Deos Inferos et Deos Superos accessi coram.... Exhinc festissimum celebravi natalem sacrorum ». (Metamorph., XI). Al che Lenoir annota: « L’initié est cencé renaitre, et prendre une nouvelle vie ». Questa e non altro è la Vita Nuova di Dante. Ed è da notare che Apulejo adombrò la sua iniziazione sotto le figure d’una metamorfosi o trasfigurazione, e che della sua trasfigurazione Dante parla più volte nella sua Vita Nuova, come innanzi notammo. Da notar parimente che Apulejo nelle sue poesie si finge amante; mentre era filosofo in realtà; onde Ausonio scrisse « esse Apulejum in vita philosophum, in epigrammatis amatorem ». Tal pure fa Dante, filosofo nella vita, amatore nelle poesie: onde fingendo amare Beatrice, ch’ei dice figurare la Filosofia, descrisse la sua salita al cielo ch’egli afferma figurare la scienza. E qui cade in acconcio esaminare il Canzoniere di Dante, per isdebitarmi d’una promessa innanzi fatta. Niun miglior luogo di questo mi è venuto fra le mani per soddisfare al mio obbligo. Molto, moltissimo dirne potrei, ma io gli consacrerò tutta la Seconda Parte di questo Ragionamento, con tutti e tre i suoi Articoli, per poi tornare con maggior vigore al cominciato esame.



Da La Beatrice di dante. Ragionamenti critici, Cooperativa Tip. Galeati, Imola, 1935



[1] Questa frase vuol dire: « senza volgersi alla vita vecchia, dopo aver ricevuta la nuova ». Il concetto è convertito in azione.
[2] Gran senso ha questa frase, lo ricerchi chi può.
[3] Esprit du dogma de la Franche Maçonnerie, p. 6
[4] Espression ch'egli usa nella seconda cantica (Purg., VIII) ove si assoggetta alla pruova del fuoco; e disse nella Vita .Nuova che Amor pellegrino era in lui nel viaggiar fra gli spiriti, o pel cammin de' sospiri.
[5] Per fare quest' allusione all' uom-donna, o Mercurio-Venere (tanto vale ermafrodito (Ερμαφροδιτος), Dante non temé denigrare in apparenza uomini illustri da lui tanto stimati. Che illusione oltraggiosa !
[6] « Ella ed Io ardesse », composto d' ambo i sessi, come Erm-Atena ed Erm-Afrodite, il che divenne pel Tasso Ella ed Esso che doveva arder tra le fiamme: « Quand' EIla ed Esso è più costante in incolpar se stesso ». Rida chi vuole, ma la Gerusalemme liberata è poema mistico, e il suo autore stesso lo dice chiaro nel « Discorso sull' Allegoria » che vi premise; e io lo posso provare all' evidenza.

[7] Les Frano-Maçons etc. Amsterdam 1774
[8] Così di altre Deità: «Jovem in duas dividunt potestates, naturamque ejus ad utriusque sexus naturam transferentes, et viri et feminae, simulacro IGNIS substantiam deputantes ». (FIRMICO). Damasio, citato dal Cudworth, dice esser dottrina di Orfeo che la divinità produttrice del tutto è maschio e femmina. Infatti ne' frammenti d' Orfeo, presso Clemente Alessandrino, Giove è nominato metropator, cioè madre-padre, perché simbolo della doppia forza generatrice, attiva e passiva. Con moltissime antorità può egualmente provarsi che tanto Apollo quarto Mitra, ambo figura del Sole, eran pure considerati utriusque sexus. Degli angeli de' due sessi parla Swe denborg, e direbbe Milton nel gran poema for spirits, When they please, can either sex assume, or both.
[9] « Ora abbisogna il tuo fedele di te », o Lucia: è scritto nel secondo canto del poema. Fedel di Lucia, fedel di Beatrice, fedel d' Amore valgono lo stesso.
[10] Malizioso senso! Il qual vuole significare ch'ella con tutto i1 suo corteggio (e vedremo qual sia) apparteneva al suo uomo vecchio, onde l’uom nuovo 1'avea posto in oblio.
[11] I citati passi del Convito sono nel Trattato IV, cap. 23, verso la fine. I moderni critici non sapendo che farsi di quello e poi volgi l'hanno espunto: « e nondimeno (dicon essi) si legge in tutte le stampe, e in tutt'i codici ». Certo, poiché Dante vel pose, per dirigere il lettore iniziato alla terza cantica. Il poeta ivi tratta delle varietà della vita nobile, e nel citato capitolo parla dell’appetito dell’animo, e dice: « qui s'intende animo sola mente quello che spetta alla parte razionale, cioè la volontà e l' intelletto », che sono appunto le piante novelle, rinnovellate di novelle fronde, che si dirigono al sidereo pellegrinaggio; laonde scrisse e poi volgi, se vuoi vederlo.
[12] L' alta virtù, cbe già m'avea trafitto
Prima che ancor di puerizia uscisse (Purg., XXX)
[13] Quasi in mezzo portano moltissime antiche e moderne edizioni, e non già quasi uno mezzo come quella di Firenze nel 1839, il che guasta il gergo di Dante.
[14] «Onde convenne ch' io l'acqua inghiottissi ». (Purg., XXXI). Imitato da quel di Virgilio:
« Lethaei ad fluminis undam Securos latices et longa oblivia potant ». (Æneid., VI).
[15] « The seven stars represent the seven principal and different degrees to which you must come, to attain the height of glory ». (Light on Mas., p. 261).
[16] Ne riportammo altrove le parole originali.
[17] « Per sette porte entrai con questi savi », cantò Dante con altra analoga figura, già esaminata.
[18] Quanti trattati d'alchimia nel media evo e dopo! e son tutti in gergo. Scrivea uno di questi alchimisti, autore d'un trattato De philosophia occulta, queste parole: « Io potrei dire molte cose di quest'arte alchimica, se non avessi giurato, come sogliono fare quelli che si consacrano ai misteri, di tacerle. Ed è questo silenzio costantissimamente e religiosamente osservato dagli antichi filosofi e scrittori ». E dopo aver parlato di quest'arte nel linguaggio convenzionale, ne indica il geloso oggetto così: «Sarei stato sacrilego rompendo il giuramento, ma io lo dirò per circuito di parole, sì che non m' intenderanno se non i figli dell' arte che sanno i segreti suoi »; e lo esprime in fatti con quel gergo. CORNELIO AGRIPPA, Della vanità delle science, cap. 90, traduzione di Lud. DOMENICHI. Vedi I trattati d' alchimia d'ARNALDO DI VILLANOVA e di RAIMONDO LULLI, contemporanei di Dante, e il Tesoro di Alfonso X re di Castiglia, suo antecessore.
[19] Symboles des Abraxas, cioè del Sole, spiega il Reghellini stesso, che ne dà l'etimologia e il
significato.
[20] REGHELLINI, Esprit du Dogma de 1a Franche Maçonnerie, p. 253. La Maçonnerie considerée ecc., pp. 344-375.
[21] Dante situò questo filosofo arabo una col suo Virgilio, Seneca, Tullio ed altri mistici, come Platone, Aristotele, Empedocle ecc. nel nobile castello con sette mura e sette porte di cui già dicemmo.
[22] Lezione copra il sonetto del Buonarrotti. « Non ha l'ottima artista alcun concetto».
[23] Th. MAURICE, Indian Antiquities, vol. I, p. 38; vol. VI, pp. 615, 618, 622, 623. Parlano dell' ascensione misteriosa dell' anima, celebrata ne' mi steri di Mitra, S. Giustino, S. Geronimo, Origene, Tertulliano, Porfirio, Plutarco, non che altri antichi scrittori sacri e profani; e fra i moderni, moltissimi, fra i quali SAINTE-CROIX, Mystères du Paganisme.
[24] Dialogo, intitolato « Il Porzio, ovvero delle Virtù ».

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MessaggioInviato: Mer Mar 17 2010, 16:55:20    Oggetto:  
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“O Voi che avete gl’intelletti sani
mirate la dottrina che s’ asconde
sotto il velame delli versi strani”


Mi meraviglia che l'autore dell'articolo, nella critica di questo famoso tristico e nel senso generale dell'articolo, non si sia mai riferito al Trattato secondo del Convivio né alla famosa lettera di Dante a Cangrande della Scala. Forse la dottrina che s'asconde sotto il velame degli strani versi poteva essere meno esotericamente illustrata.
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MessaggioInviato: Sab Lug 10 2010, 18:47:30    Oggetto:  
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L' ALIGHIERI AVREBBE PARTECIPATO NEL 1320 A UN RITO NEGROMANTICO ORGANIZZATO
DA CANGRANDE DELLA SCALA E DA GALEAZZO VISCONTI PER UCCIDERE IL PAPA AVIGNONESE

DANTE Congiure e magie contro Giovanni XXII

Il rituale di un' uccisione a distanza secondo Cardini verosimile
L' ambigua figura di Pietro Nan, stregone alla corte di Verona


di MARZIO BREDA


Il complotto scatta la sera del 12 gennaio 1320. In un palazzo milanese, due uomini si chiudono in una stanza e ordinano che nessuno li disturbi. Gli armigeri si mettono alla porta, confortati dal clangore del catenaccio che li esclude da quanto sta per avvenire lì dentro: un rito infernale. A far gli onori di casa è Antonio Pelacane, filosofo naturalista e medico dei Visconti. L' ospite appena giunto da Verona è Pietro «Nan» da Marano, consigliere di Cangrande della Scala e negromante. Sul tavolo c' è un libro di magia nera procurato dal giudice eretico Scoto da San Gimignano. E c' è, a scintillare sotto la lucerna, una statuetta d' argento lunga un palmo e di figura umana, che ha incise sulla fronte le lettere «Iacobus, papa Johannes», mentre sul petto vi si leggono segni cabalistici e una specie di password per accedere alle potenze infere: il nome del demone Amanyon * . Pietro «Nan», così chiamato per le sue deformi proporzioni, svita un coperchio sulla testa del simulacro e vi filtra succo di napello e altri decotti velenosi, recitando formule malefiche e alzando fumi sino all' alba. Il sortilegio si trascina per nove notti, e per 72 giorni ** successivi la scultura è alternativamente esposta al gelo e suffumigata. Una volta consumati i liquidi, l' effetto dovrebbe essere la morte del Santo Padre, che si mantiene però in perfetta salute nonostante i suoi 75 anni e che viene subito informato della trama ordita contro di lui nelle capitali ghibelline del Nord. Una spia gli riferisce tutto, ad Avignone: è il chierico Bartolomeo Cagnolato, un esperto d' arti magiche che i lombardi tentano di coinvolgere nell' operazione e che si fa invece reclutare come agente provocatore, per cui va e viene tra la curia, Milano e Verona. Nelle carte del processo pontificio, è raccontato ogni dettaglio. Compreso un particolare che alita zolfo su quello che è fin da allora un personaggio di spicco: Dante. Infatti il chierico a un certo punto racconta di quando Galeazzo Visconti decide di far ripetere l' atto di stregoneria estrema e pensa di affiancare a Pietro «Nan» un altro esperto di arti occulte, il «magistrum Dantem Aleguiro de Florencia». Sì, proprio il poeta che di papi ne aveva già spediti alcuni all' inferno, nella Commedia. Inspiegabilmente, da questo momento sul tentato omicidio a distanza documentato nell' Instrumenti Miscellanea cala il mistero. Si sa solo che a settembre Cagnolato è interrogato per l' ultima volta in Francia, dove ha portato la fatidica statuetta trafugata con l' inganno e dove poi resta, compensato per il servizio reso al Pontefice, il quale camperà altri 14 anni. Subito dopo, e fino ai giorni nostri, del giallo si trovano solo labili cenni in qualche studio sulle due signorie. Nessuno chiarisce il ruolo di Dante nella congiura magica, anche se più di una coincidenza consentirebbe a un inquisitore di chiamarlo in causa. Luoghi e cronologie, a esempio, sono compatibili con un suo coinvolgimento: tra gennaio e giugno di quell' anno, il poeta lascia Ravenna e va a Verona, per una pubblica «quaestio», e poi s' incontra con i Visconti, tra Piacenza e Milano. E ci sono anche altre circostanze indiziarie: il suo «lato oscuro», per cui la gente crede abbia facoltà sovrumane (secondo Boccaccio lo si giudica un mago, dato che «scende nell' inferno e torna quando gli piace»), la sua esplicita avversione a quel papato e il fatto che la statuetta, una volta nelle mani del Pontefice avesse inciso sulle spalle il nome di un altro demone, Meruyn, a riprova di un secondo rito. Ora, nonostante questi elementi, si rinuncia a perseguirlo, mentre i mandanti (già scomunicati) sono dichiarati eretici. Perché questo riguardo? Per Franco Cardini, medievista che entra subito in empatia con gli enigmi, la curia fa un uso politico-propagandistico dell' affaire: vera o meno che fosse la denuncia, le basta lasciarla trapelare, in modo che getti su Dante l' ombra del diavolo, una delegittimazione più forte di una condanna. «Ciò non significa che il papa snobbi la faccenda. Anzi, di sicuro è impaurito all' idea di un maleficio, e forse adotta contromisure rituali», aggiunge lo storico. «Sono gli anni in cui una magia alta scavalca le frontiere e può intaccare la verità religiosa, e si teme un' apostasia generalizzata. L' esoterismo, sfociato nell' atteggiamento faustiano di una volontà di potenza dell' uomo, rischia di diventare un detonatore sociale. E la Chiesa, che fra il 1307 e il 1314 ha processato i templari, replica con gli interdetti e la caccia alle streghe». Una reazione che non angoscia le corti, dove i signori continuano a mantenere maghi e sciamani: «Federico di Montefeltro ha al fianco Guido Bonatti da Forlì, mentre Ezzelino si proclama addirittura "figlio del diavolo", e persino le battaglie si pianificano con l' avallo degli astrologi». Dunque, la maligna liturgia decisa tra Milano e Verona sembra a Cardini «assolutamente verosimile». Ma è verosimile pure che il poeta vi abbia avuto parte? «Se pensiamo alla sua ortodossia e alla sua pietas, dovremmo escluderlo. Ma se riflettiamo su una certa parte del suo imprinting culturale, l' ipotesi non è priva di suggestioni. Dante era stato allievo di Brunetto Latini, che visse a lungo nella reggia spagnola di Alfonso X detto il Savio, cioè il sapiente, il mago: poteva non aver appreso qualcosa delle forme sapienziali e dei misteri ermetici che vi avevano portato gli arabi? Io opto per un "mai dire mai" di niente, nella storia». Insomma: il busillis resta senza soluzione. Ci si potrebbe strologare sopra all' infinito, come quando si esplora la Commedia cercandovi simmetrie nascoste e obliqui messaggi da setta segreta. Un mistero in più, e intanto i protagonisti della vicenda escono via via di scena, alcuni in modo singolare. Dante si spegne pochi mesi dopo a Ravenna. Matteo Visconti, che volle il primo incantesimo, spira nel 1322, e i figli fanno sparire la salma perché temono che la Chiesa non ne conceda la sepoltura. Il negromante Pietro «Nan» è colto da una crisi di coscienza sul letto d' agonia, nel 1340, e paga le porte della chiesa vicentina di San Lorenzo (dov' è tutt' ora visibile un suo profilo scolpito) per salvarsi l' anima. E Cangrande? Il condottiero valoroso, il principe colto al quale Dante dedica il XVII canto del Paradiso, muore nell' assedio di Treviso, il 22 luglio 1329, e, siccome a ucciderlo è un' infezione intestinale, c' è chi parla di veleno. Si era lasciato coinvolgere nel complotto dai Visconti, ma senza troppa convinzione, ed era stato martellato di anatemi dal papa. Qualcosa di strano aleggia pure su di lui, e lo si scopre 592 anni dopo il suo funerale. Il 27 luglio 1921 viene aperta la sua arca gotica, a Verona, e se ne trova il corpo mummificato, curvo su un cuscino di piume e ramoscelli di fiori, avvolto in preziose stoffe orientali e protetto da una spada. La ricognizione del sepolcro è voluta e pagata dal conte Pieralvise di Serego-Alighieri, il quale spera forse di trovarvi il tesoro più importante che lo scaligero possedesse: il testo manoscritto del Paradiso, che il suo antenato aveva spedito da Ravenna all' amico Cangrande, come riferiva il Boccaccio. Per quanto si frughi nel sudario, quelle pergamene non saltano fuori. E così la nobile delegazione si limita a mettere a verbale le misure del corpo («1.82 d' altezza, con un' apertura di spalle di cm. 45»), e a descrivere commossa i capelli «biondi e ricci», la «bella mano arpeggiata» e altre minuzie. Quando alla fine il sarcofago viene richiuso, qualcuno riflette che mancano anche altre cose: una croce o un qualsiasi simbolo cristiano.



http://archiviostorico.corriere.it/2001/luglio/07/DANTE_Congiure_magie_contro_Giovanni_co_0_0107072348.shtml




* E' probabilmente lo stesso demone che viene evocato nei riti sacrificali della Golden Dawn, e in particolare dell'ordine interno della Rosa Rossa.

** Naturalmente, trattandosi di un rito esoterico, i numeri non sono scelti a caso, ma al contrario sono altamente simbolici.
9 è un numero importante nella Divina Commedia: 9 sono le gerarchie angeliche, 9 sono i Cieli, 9 sono i cerchi dell'Inferno, e 9 è anche il numero sacro a Beatrice (anche nella Vita nova).
72 (che tra l'altro è un multiplo di 9) è anche questo un numero dall'alto valore simbolico: 72 sono i nomi di Dio nella Cabala, e 72 furono i principali dignitari dell'Ordine del Tempio fatti imprigionare da Filippo il Bello.

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MessaggioInviato: Gio Lug 15 2010, 13:05:18    Oggetto:  
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"L'esoterismo di dante" R. Guenon 106p. Adelphi.
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MessaggioInviato: Ven Mar 18 2011, 15:28:38    Oggetto:  
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L’Inferno dantesco torna nelle Grotte di Castellana, stavolta per restarci il più a lungo possibile. L’effetto è sempre molto teatrale e l’ambientazione suggestiva della Grave, l’inquietante caverna d’accesso delle Grotte, sarà un palcoscenico perfetto per la rinnovata versione di Hell in the Cave, lo spettacolo che debuttò nel dicembre 2008 con non pochi problemi tecnici, molti dei quali dovuti alle asperità oggettive del luogo.
...
«Hell in the Cave» è una rappresentazione moderna dell’Inferno dantesco. Che tipo di drammaturgia ha scritto? «Ho evidenziato in scena i personaggi più noti per conciliare le loro storie con la modernità. Pier Delle Vigne, per esempio, è l’emblema della fedeltà alle istituzioni. Ciacco simboleggia, tra le altre cose, la sottile invidia che serpeggia in politica. Di Paolo e Francesca ho sottolineato la bellezza del loro amore, più che le bassezze meramente sessuali. Di Ugolino ho evidenziato l’amore filiale, mentre di Brunetto Latini mi interessava l’emarginazione a cui si viene relegati dall’essere “diverso”. Ulisse, infine, è l’eroe per eccellenza, quello che ci ricorda che “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”».


da:
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=412545&IDCategoria=1

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