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Morto Licio Gelli, la sua P2 al centro dei misteri d'Italia
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MessaggioInviato: Gio Dic 17 2015, 17:11:02    Oggetto:  Morto Licio Gelli, la sua P2 al centro dei misteri d'Italia
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MessaggioInviato: Gio Dic 17 2015, 17:11:02    Oggetto: Adv






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MessaggioInviato: Gio Dic 17 2015, 20:51:53    Oggetto:  
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peppermint

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italy
MessaggioInviato: Ven Dic 18 2015, 11:05:58    Oggetto:  
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Perchè il funerale in chiesa a Licio Gelli se era un maestro della massoneria?

E oltretutto anche 'massone cattivo'?

............
Morte Licio Gelli, intervista a Stefano Bisi: "Gelli fu massone cattivo. La P2 arrecò un danno grave a noi massoni buoni"
Stefano Pitrelli, L'Huffington Post
Pubblicato: 16/12/2015 19:10 CET Aggiornato: 16/12/2015 20:10 CET


Licio Gelli fu ‘massone cattivo’: “La vicenda P2 causò un grave danno, gravissimo. Per anni si è pensato che questa fosse la massoneria italiana. E invece non era quella”.
Parola di Stefano Bisi, che nel Grande Oriente d’Italia riveste il ruolo di Gran Maestro, e fuori dal tempio è vicedirettore del Gruppo Corriere. L’Huffington Post l’ha raggiunto al telefono all’indomani della scomparsa di colui che agli occhi dell’opinione pubblica ha per decenni incarnato le ragioni della diffidenza.

È appena scomparso il “padre” di tutti i ragionamenti — più o meno complottisti — sul conto della massoneria italiana. Come si fa a passare da Garibaldi e Mazzini, contemporaneamente padri della patria e massoni, al “massone lo dici a tua sorella” pronunciato in Senato dal ministro Maria Elena Boschi? Quando e perché la parola “massone” è diventata un epiteto da restituire al mittente, e in che modo Gelli ne fu responsabile?

"La vicenda P2 ha causato un grave danno, gravissimo. Per anni si è pensato che questa fosse la massoneria italiana. E invece non era quella. [Però] l’origine dei complottismi che riguarderebbero la massoneria italiana non nasce con Licio Gelli, nasce prima. Quando Clemente XII scomunicò i massoni nel 1738, uno dei motivi era proprio [sostenere] che le logge complottassero contro l’ordine costituito. Dopo si è arrivati alla vicenda P2. Il pregiudizio è duro a morire e molti parlano senza conoscere. [Intanto però] i fratelli del GOI stanno aumentando. Questo vuol dire che nel mondo c’è bisogno di libera muratoria, di logge massoniche e di comunità massonica. Oggi noi siamo 22.754 fratelli presenti in tutti i capoluoghi di provincia […] divisi in 844 logge. E come si può vedere alla faccia della segretezza sul sito del GOI ci sono città per città tutti i nomi delle logge".

La diffidenza di oggi però ha più a che vedere con Gelli che con un pontefice settecentesco: in che modo Gelli ha inciso sulla definizione di “massone” in questo Paese?

"Le faccio un esempio. Un paio di settimane fa partecipavo a un convegno fatto dalle logge di Arezzo nella sala del consiglio provinciale, dove veniva commemorato Giovanni Severi, fra i fondatori della banca d’Arezzo (la futura Banca Etruria) e dell’associazione di volontariato Croce Bianca. Molti cittadini italiani di Giovanni Severi non conoscono l’esistenza. […] Ancora parte dell’opinione pubblica accomuna la massoneria alla vicenda P2. [Mentre ad esempio] nella città di Licio Gelli oggi vive un’associazione che distribuisce cibo a chi non ha possibilità di acquistarne".

Qual è oggi la linea di discrimine che vi permette di asserire, agli occhi dell’opinione pubblica: “Noi siamo diversi”, diversi dal modello Gelli?

"[Tutte] le logge si riuniscono, o una volta alla settimana o due al mese, i fratelli vanno nel tempio massonico, fanno i loro lavori rituali dopo aver indossato grembiule e guanti, si confrontano sull’argomento proposto dal maestro venerabile, e parlano uno alla volta, e gli altri tacciono. La [nostra] solidarietà. Come ci comportiamo nei nostri templi. Forse la P2 non si riuniva nei templi. […] Io non conosco fratelli che abbiano costruito logge come quella in cui l’aveva trasformata Gelli. Non ne conosco".

Per voi, oggi, la sua scomparsa può forse voler dire uscire dalla sua ombra?

"Il Grande Oriente d’Italia non deve sfuggire ad alcuna ombra. Deve fare il suo percorso. Noi [Gelli] lo abbiamo espulso prima che la magistratura venisse a conoscenza di quel fenomeno".

Che cosa rendeva Gelli un “cattivo massone”?

"Non sono così bravo da interpretare anche il pensiero di Gelli. [Ma] Gelli fu massone cattivo perché la loggia P2 non era una loggia che si riuniva come tutte le logge del GOI. Non faceva riunioni regolari, il tesseramento non era regolare. Per quello fu espulso. Il massone buono è uno che rispetta il pensiero degli altri prima di tutto, che non interrompe un altro quando parla. Dev’essere consapevole di un’associazione di uomini che cerca di fare del bene e che tutelano il libero pensiero. Questa è una definizione — la faccio mia — che diede Mario Calvino, il babbo di Italo Calvino, un fratello che fece molto del bene. È semplice e a me piace molto"

Quali sono i “peccati” del massone cattivo?

"Innanzitutto quello di non partecipare alle riunioni, che noi chiamiamo “tornate”, della propria loggia. Un massone deve frequentare la propria loggia. Lì impara".

Una mera questione d’ortodossia?

"Quando abbiamo espulso Gelli non sapevamo quello che la P2 faceva o avrebbe fatto, o ciò che Licio Gelli faceva o avrebbe fatto. Non è che siamo magistrati. Fu espulso ben prima. Fu espulso perché la loggia P2 non era regolare. Non si riunivano, e il tesseramento, il proselitismo non avveniva come in tutte la altre logge. Il [problema metodologico] non è questione da poco".

Ci sarà qualche altro aspetto del passato di Licio Gelli a contribuire a renderlo “meno fratello”. Come il fatto, magari, di essere stato condannato per depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna.

"Penso di sì, da quello che ho letto e quello che ho capito. Non solo marco le distanze: non è quello il tipo di massoneria che ovviamente a me piace. Ovviamente. Poi sulle cose che ha fatto ci sono state le condanne e le sentenze si devono solo rispettare. Ma lo ripeto: Licio Gelli fu espulso dal Grande Oriente prima che venissero fuori le vicende di cui si è parlato".

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MessaggioInviato: Mer Dic 30 2015, 19:49:40    Oggetto:  
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'Gelli fu un depistatore non uno stragista, l'oro di Dongo il suo segreto'
L'ex gran maestro Gianfranco Pecoraro traccia un inedito ritratto del Venerabile

La fortuna economica di Licio Gelli iniziò con l'oro di Dongo che diventerà uno dei suoi segreti. Non era uno stragista ma venne utilizzato per i vari depistaggi. Ad un certo punto scaricò Berlusconi. Sono alcune delle rivelazioni di Gianfranco Pecoraro, meglio conosciuto come Carpeoro, ex gran maestro della legittima e storica Comunione di Piazza del Gesù, rilasciate nel corso del programma radiofonico Border Nights, in onda ogni martedi alle 22 su Web Radio Network.

«È scomparso un personaggio che trova le sue radici nella gran confusione dell'Italia del dopoguerra. Gelli si è riciclato talmente bene che da fascista è diventato partigiano, partecipando all'operazione della sparizione dell'oro di Dongo. Quello rimane il segreto principale della sua vita che gli ha permesso di ricattare gli unici che potevano dargli problemi, cioè i comunisti. Con l'oro di Dongo iniziò a costruire le sue fortune imprenditoriali. Per lui era inoltre facile avere indiscrezioni sulle oscillazioni della borsa. Dedicava 24 ore al giorno alla ricerca delle informazioni che poi utilizzava per varie finalità».

Accostato più volte alle stragi secondo Carpeoro il suo ruolo si era però limitato a quello di depistatore: «era un personaggio di riferimento di certi equilibri politici, veniva utilizzato per depistare. Non era l'organizzatore delle stragi. Veniva semmai utilizzato dai servizi segreti, dei quali fu collaboratore stimato e sempre utilizzato: serviva ad evitare che si arrivare ad individuare connivenze un po' particolari. Non era uno stragista, non ne sarebbe stato neanche in grado. Si occupava di un altro aspetto: quello che non si arrivasse mai alla verità. Gelli era un massone che aveva tradito la massoneria, i suoi stessi compagni di strada. Si sentirono traditi da lui personaggi come Giulio Caradonna o Alliata di Montereale. Per opportunismo non guardava in faccia a nessuno».

La famigerata P2 era in questa ottica lo strumento di potere di Gelli che però non aveva ramificazioni tali per andare oltre ed intaccare davvero il tessuto istituzionale: «L'operazione P2 era ramificata e potente in termini di seconde linee iper permettere a Gelli di avere potere e fare affari. Ma non per condizionare la politica italiana. Finché era dentro il Goi infatti era soggetta ad altri organismi. Non bisogna mai dimenticare che in un rigurgito di perbenismo, la P2 venne buttata fuori dal Goi. Quando scoppiò lo scandalo erano già passati sei anni da quell'espulsione. C'era una parte della lista P2, che Gelli non ha fatto ritrovare, che era composta da ecclesiastici».

L'ex gran maestro si è sentito anche danneggiato dall'azione di Gelli: «Mi ha fatto la guerra. Non avendo più una organizzazione massonica di riferimento, negli anni '90 voleva appropriarsi della mia, la più storica d'Italia, sufficientemente piccola per i suoi scopi. Fece una serie di manovre in questo senso per impossessarsene provocandomi una serie di danni. Non mi prestati ed anche per questo ho “chiuso” la mia obbedienza. Sapevo che ne avrei pagato le conseguenze, ma non me me sono mai pentito».

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