Poteri occulti

Uccisi dal sistema - Pasolini

poteriocculti - Dom Gen 18 2009, 20:41:46
Oggetto: Pasolini
Di Stefania Nicoletti






«Io sono un gattaccio torbido che una notte
morirà schiacciato in una strada sconosciuta…»
– Pier Paolo Pasolini, 1966 –

LA VICENDA

PREMESSA
«Io so i nomi dei responsabili delle stragi italiane». Così scriveva Pier Paolo Pasolini il 14 novembre 1974 sul Corriere della Sera, in un articolo che sarebbe stato poi ricordato come il “romanzo delle stragi”.
Un anno dopo, il 1 novembre 1975, rilascia un'intervista a Furio Colombo per La Stampa. Titolo dell'intervista, per espressa volontà di Pasolini: "Siamo tutti in pericolo".
Il giorno dopo, il 2 novembre 1975, giorno dei morti, il corpo del grande poeta viene trovato privo di vita all'Idroscalo di Ostia.
Pino Pelosi detto la Rana, un “ragazzo di vita” romano di 17 anni, fermato dai carabinieri a un posto di blocco, confessa immediatamente l’omicidio.
Pelosi racconta di come Pasolini quella sera l’ha convinto a “farsi un giro” sulla sua auto, un’Alfa GT. Arrivati all’Idroscalo, Pasolini vuole un rapporto sessuale ma Pelosi si rifiuta. Ne nasce una lite che presto sfocia in una rissa di inaudita violenza, che si chiude con la morte del poeta. Picchiato a sangue, massacrato, e schiacciato con l’auto durante la fuga di Pelosi.
Un delitto maturato nell’ambiente degradato delle borgate romane. E un delitto omosessuale. Niente di più facile.
Se non fosse che tante, troppe cose non quadrano nella ricostruzione giudiziaria che ne è stata fatta. Tante, troppe cose non quadrano nelle ore successive al ritrovamento del corpo, nelle indagini condotte dalla squadra mobile, negli interrogatori dello stesso reo confesso.

Procediamo per punti.


1. I CLAMOROSI ERRORI (ORRORI?) DELLA POLIZIA.
Una serie di errori ha intralciato il normale svolgimento delle indagini, soprattutto nelle prime (e fondamentali) 48 ore successive al delitto. Solo una coincidenza fortunata, in un posto di blocco dei carabinieri sul lungomare di Ostia, ha permesso di mettere le mani su Pelosi.
La polizia, giunta all’Idroscalo di Ostia alle 6.30 di domenica mattina 2 novembre, trova una piccola folla intorno al corpo di Pasolini: folla che gli agenti non pensano minimamente di allontanare. La polizia non si cura di recintare il luogo del delitto e impedire così la cancellazione di tracce importanti. E infatti, non essendo stata circondata la zona, tutte le eventuali tracce sono andate perdute dal passaggio di auto e pedoni diretti alle baracche o all’adiacente campo di calcio, oppure da semplici curiosi.
Nel campo di calcio lì vicino, inoltre, dei ragazzi giocano a pallone e il pallone ogni tanto esce dal rettangolo di gioco, finendo proprio vicino al cadavere di Pasolini.
Nessuno ha pensato di tracciare i punti esatti dei vari ritrovamenti.
Non si disturbano neanche di notare che sul sedile posteriore dell’Alfa GT di Pasolini c’è, bene in vista, un golf verde macchiato di sangue. E che lontano dal cadavere, tra le immondizie, c’è una camicia bianca, anch’essa macchiata di sangue. Se ne accorgeranno tre giorni dopo.
Inoltre fino a giovedì mattina l’Alfa GT è rimasta sotto una tettoia nel cortile di un garage dove i carabinieri depositano le auto sequestrate. L’auto è aperta e senza sorveglianza. Chiunque avrebbe potuto mettere o togliere indizi, lasciare o cancellare impronte.
La polizia torna sul luogo del delitto solo nella tarda mattinata di lunedì 3 per tentare una ricostruzione del caso, ma senza nessuna misura precisa, e con le tracce ormai inesistenti.
Solo da giovedì gli investigatori iniziano a interrogare gli abitanti delle baracche e i frequentatori della Stazione Termini (luogo in cui Pelosi ha raccontato di essere stato “adescato” da Pasolini).
Infine – e questo ha davvero dell’incredibile – sul luogo del delitto non è mai stato convocato il medico legale. E il cadavere venne lavato prima di completare gli esami della scientifica.
È chiaro che polizia e carabinieri, certi di poter archiviare il caso come omicidio omosessuale, oltretutto con l’assassino reo confesso già in carcere, hanno ritenuto superfluo ogni accertamento sul cadavere che poteva invece servire per le successive indagini.
È possibile che la polizia abbia commesso così tanti e clamorosi errori tutti insieme? È possibile che vengano trascurate le più elementari procedure investigative per un omicidio di tale portata?
Dopo questa pessima conduzione delle indagini, ci si aspetterebbe che il massimo responsabile venisse quantomeno sospeso dall’incarico. Invece il dottor Ferdinando Masone, capo della squadra mobile di Roma durante le indagini, ha fatto carriera: è diventato questore di Palermo e poi di Roma, e in seguito addirittura Capo della Polizia. Ruolo che ha ricoperto fino al 2000, quando è stato “promosso” ulteriormente, diventando segretario generale del CESIS: il Comitato Esecutivo per i Servizi di Informazione e Sicurezza, cioè l’ente che coordina l’attività dei servizi segreti (SISMI e SISDE) in nome del presidente del consiglio.

2. LE CLAMOROSE BUGIE DI PELOSI.
Gli interrogatori di Pino la Rana, a cominciare dal primo, la notte stessa del 2 novembre, sono farciti di bugie, peraltro mal raccontate. Pelosi sembra recitare una lezione imparata male.
Innanzitutto, il mistero dell’anello. Pelosi racconta agli inquirenti di aver perso, durante la colluttazione, un anello d’oro con una pietra rossa, due aquile e la scritta “United States Army”. Verrà poi accertato che quell’anello non poteva averlo perso in quel modo, ma poteva solo averlo lasciato di proposito sulla scena del delitto. Perché? Per lanciare un segnale a qualcuno? Per “farsi incastrare”? O perché qualcuno per lui aveva deciso di usare Pelosi prima come esca e poi come capro espiatorio, incastrandolo con l’anello?
Pasolini fu colpito violentemente non con un oggetto solo, ma con due bastoni, uno più lungo e uno più corto, e con due tavolette di legno. Pelosi descrive la colluttazione come una scena violentissima, in cui la Rana, dopo una strenua lotta all’ultimo sangue, ha avuto la meglio su Pasolini. Risulta però difficile credere che un paletto di legno marcio possa provocare simili ferite e contusioni. Soprattutto risulta difficile capire come un ragazzo di 17 anni, magro e di corporatura esile, abbia potuto, da solo, avere la meglio su un uomo alto, atletico, sportivo, esperto di arti marziali com’era Pasolini. Anche perché il Pelosi non aveva sul corpo nessuna ferita di rilievo, e i suoi indumenti non presentavano alcuna traccia di sangue.
Esame approfonditi di tutti i dati obiettivi (sopralluogo, interrogatori di Pelosi, reperti, bastone, tavola, vesti, lesioni di Pasolini), da una parte smentiscono il racconto di Pelosi sulla dinamica di tutta l’aggressione, e dall’altra inducono ad avanzare con fondatezza l’ipotesi che Pasolini sia stato vittima dell’aggressione di più persone. Pelosi non può aver fatto tutto da solo.

3. LA CLAMOROSA RAPIDITA’ DEL PROCESSO.
Il caso Pasolini si risolve in pochissimi mesi. La sentenza di primo grado viene proclamata il 26 aprile 1976. Pino Pelosi (difeso dall’avvocato Rocco Mangia, lo stesso che ha difeso i fascisti che ammazzarono Rosaria Lopez nel massacro del Circeo) viene dichiarato colpevole di omicidio volontario in concorso con ignoti e condannato a 9 anni, 7 mesi e 10 giorni di reclusione. Ma se il Tribunale dei Minori, presieduto dal giudice Alfredo Carlo Moro (fratello del presidente della Dc Aldo Moro), ha contemplato il “concorso di ignoti”, nella sentenza di appello tale ipotesi verrà scartata e di fatto cancellata definitivamente dalla Cassazione nel 1979.
In ogni caso, l’impressione è che non solo gli inquirenti avessero fretta di chiudere il caso, ma anche i giudici avessero la stessa preoccupazione di chiudere in fretta il processo.
Un processo che in realtà non vedeva imputato (solo) Pino Pelosi. Ma anche (e soprattutto) Pasolini stesso. L’obiettivo del processo è uno solo: fare di Pasolini un mostro. Un omosessuale pervertito che corrompe e violenta i ragazzini. E per questo è stato usato Pelosi. Che però pagherà caro. Pagherà per delle colpe che non erano sue o non lo erano del tutto. Sarà il vero capro espiatorio utilizzato da dei mandanti (e manovratori) rimasti, come sempre, ignoti e impuniti.

4. LA CLAMOROSA (E TARDIVA) RITRATTAZIONE DI PELOSI.
Il 7 maggio 2005, però, c’è il colpo di scena: Pino Pelosi fa una rivelazione choc. Nel corso della trasmissione televisiva “Ombre sul giallo”, confessa di non essere stato solo quella sera del 2 novembre 1975, come invece aveva sostenuto fin dal primo interrogatorio e sempre ribadito. Trent’anni dopo, invece, rivela di non essere stato lui a uccidere Pasolini, ma tre uomini che parlavano con accento siciliano o calabrese.
Perché dunque all’epoca ha mentito e si è accollato colpe che non gli appartenevano? Perché ha aspettato trent’anni e non ha parlato prima? «Ero un ragazzino – dirà Pelosi – avevo 17 anni. Avevo paura, perché quelli che hanno ucciso Pasolini mi hanno picchiato e hanno minacciato di morte me e la mia famiglia se avessi raccontato la verità». E allora perché raccontarla adesso la verità? Non ha più paura, Pino la Rana, di fare la stessa fine del poeta? «Sono passati trent’anni, quelli che mi hanno minacciato e che hanno ammazzato Pasolini, saranno morti o comunque vecchi». Possibile. Pelosi racconta infatti che all’epoca i tre uomini che l’hanno aggredito e minacciato erano sui quarant’anni. Ma si tratta solo degli esecutori materiali del delitto. C’è un livello superiore, quello dei mandanti, che non si fa certo scrupoli a eliminare un testimone scomodo che, con un po’ di ingenuità, crede di essere al sicuro perché “ora gli assassini saranno morti o vecchi”. L’impressione è che se non è ancora stato fatto fuori non è per i motivi che indica Pelosi, né perché siano diventati improvvisamente “buoni”, ma più probabilmente perché in questo momento Pelosi serve vivo. E perché ucciderlo significherebbe esporsi troppo. Perché farlo, dal momento che l’inchiesta, riaperta dopo le dichiarazioni di Pelosi nel 2005, è stata ancora una volta archiviata?



Molte ipotesi sono state avanzate sui mandanti dell’omicidio di Pasolini. Da alcuni è stato ritenuto un omicidio politico. Ma è evidente che così non è. Le motivazioni vere sono più complesse e pericolose: i mandanti stanno in alto, molto in alto. E stanno in un romanzo scritto da Pasolini stesso. A questo punto occorre fare un passo indietro di 36 anni.


I POSSIBILI MOVENTI. PETROLIO, IL “ROMANZO DELLE STRAGI”: IL CASO MATTEI E LA PISTA CEFIS

Nel 1972 Pasolini inizia a scrivere quello che può a tutti gli effetti essere considerato il suo vero “romanzo delle stragi”: Petrolio, così si chiamerà il suo romanzo rimasto incompiuto e pubblicato postumo. E forse è proprio in Petrolio che si trova la chiave della morte del suo autore, legata a un altro mistero italiano: la “strana” morte di Enrico Mattei. Pasolini era venuto in possesso di informazioni scottanti, riguardanti il coinvolgimento di Eugenio Cefis nel caso Mattei.
In Petrolio descrive la storia dell’Eni e in particolare quella del suo presidente Cefis. Lo fa con un espediente letterario: il personaggio inventato di Troya, ricalcato sulla figura di Cefis.

1. L’INDAGINE DEL GIUDICE CALIA.
Secondo il sostituto procuratore di Pavia, Vincenzo Calia, che ha indagato sul caso Mattei (depositando una sentenza di archiviazione nel 2003), le carte di Petrolio appaiono come fonti credibili di una storia vera del potere economico-politico e dei suoi legami con le varie fasi dello stragismo italiano fascista e di stato. In particolare, nel 2002 Calia ha acquisito agli atti tutti i vari frammenti sull’“Impero dei Troya”, da pagina 94 a pagina 118 di Petrolio, che dall’omicidio ipotizzato di Mattei guida al regime di Eugenio Cefis, ai “fondi neri”, alle stragi dal 1969 al 1980 (tra le altre cose, vi è anche una “profezia” della strage della stazione di Bologna).
Il giudice Calia ha acquisito agli atti anche il mancante Lampi sull’Eni, di cui ci rimane soltanto il titolo (sotto l’Appunto 21), essendo l’intero capitolo “misteriosamente” scomparso nel nulla, come altre 200 pagine del romanzo. Non è una mancanza di poco conto, se si considera che in Lampi sull’Eni doveva presumibilmente comparire il grosso della vicenda legata all’economia petrolifera italiana.
Negli Appunti 20-30, Storia del problema del petrolio e retroscena, Pasolini arriva a fare direttamente i nomi di Mattei e di Cefis. Vi è inoltre un appunto del ’74 in cui Pasolini scrive che «in questo preciso momento storico, Troya (Cefis, ndr) sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti). Egli con la cricca politica ha bisogno di anticomunismo».

2. LA FONTE DI PETROLIO.
Il giudice Calia ha scoperto un libro, che è la fonte di Pasolini, pubblicato nel 1972 da una strana agenzia giornalistica (Ami), a cura di un fittizio Giorgio Steimetz: Questo è Cefis. (L’altra faccia dell’onorato presidente). Si tratta di un pamphlet sulla vita, sul carattere e sulla carriera del successore di Mattei alla guida dell’Eni. Racconta alcuni passaggi biografici, da quando Cefis fu partigiano in Ossola (con alcuni risvolti poco chiari) alla rottura con Mattei nel 1962, mai perfettamente spiegata; dal rientro all’Eni al salto in Montedison. Pasolini ne riporta interi brani, ne fa la parafrasi, elenca le stesse società (petrolifere, metanifere, finanziarie, del legno, della plastica, della pubblicità e della comunicazione) più o meno collegate a Cefis, vi assegna acronimi o sigle d’invenzione.

3. LO PSEUDONIMO STEIMETZ E L’AGENZIA AMI.
Non è facile individuare chi si celi dietro lo pseudonimo di Giorgio Steimetz, ma di certo si tratta di una persona ben inserita negli affari interni dell’Eni. Il suo libro è immediatamente sparito dalla circolazione e oggi non compare in nessuna biblioteca nazionale e in nessuna bibliografia.
Scrive lo stesso fantomatico Steimetz: «Ridurre al silenzio, e con argomenti persuasivi, è uno dei tratti di ingegno più rimarchevoli del presidente dell’Eni». E Pasolini in Petrolio scriverà: «Non amava nessuna forma di pubblicità. Egli doveva, per la stessa natura del suo potere, restare in ombra. E infatti ci restava. Ogni possibile “fonte” d’informazione su di lui, era misteriosamente quanto sistematicamente fatta sparire».
Dietro l’Ami, che pubblicò solo quel titolo, c’era il senatore democristiano Graziano Verzotto, capo delle pubbliche relazioni Eni in Sicilia e segretario regionale della Dc (corrente Rumor) ai tempi di Mattei, di cui fu amico personale. Verzotto ha rilasciato a Calia una lunga deposizione, in cui per spiegare l’“incidente” aereo dell’ottobre ’62 esclude l’ipotesi delle Sette Sorelle, quella dei servizi segreti francesi e la pista algerina, arrivando ad asserire che colui al quale la morte di Mattei ha giovato di più, è il successore di Mattei stesso: Eugenio Cefis.


Pasolini era dunque venuto in possesso di documenti che provavano il coinvolgimento di Cefis nel caso Mattei e, prima di essere barbaramente ucciso, stava per pubblicare il tutto in un romanzo choc. Ma prima di lui un altro giornalista che aveva iniziato a indagare sulla morte di Mattei fece una brutta fine. Si tratta di Mauro De Mauro, che stava collaborando con il regista Francesco Rosi per il film Il caso Mattei. De Mauro venne eliminato quando ormai aveva scoperto la verità. Poco prima dell’incontro previsto con Rosi, infatti, il giornalista scomparve nel nulla.

Il lavoro di Calia è agli atti. Il mandante possibile della morte di Enrico Mattei è in Petrolio. Probabilmente anche quello dell’uccisione di De Mauro e di Pasolini.



Spesso, troppo spesso, si è detto che Pasolini è stato ucciso perché era un intellettuale “scomodo”. Ma Pasolini non era “scomodo” per via delle sue critiche al sistema, ma per le sue accuse. Fondate, precise, documentate da prove reali e da documenti riservatissimi e “incendiari” di cui egli era venuto in possesso.
Come scrisse sul Corriere un anno prima di morire, egli sapeva. Non solo perché da poeta intuiva e da intellettuale osservava la realtà come pochi sono in grado di fare. Ma perché sapeva davvero. Sapeva troppe cose. E ciò che sapeva poteva far tremare il Potere.

Pier Paolo Pasolini è stato ucciso per questo: perché probabilmente sapeva la verità sulla morte di Enrico Mattei. Sapeva chi erano i mandanti di quello strano “incidente” aereo, che in seguito si rivelò non essere stato un incidente, ma un abbattimento in volo: venne certificato infatti che nell’aereo fu inserita una bomba stimata in 150 grammi di tritolo posta dietro al cruscotto, che si sarebbe attivata durante la fase iniziale di atterraggio, forse dall’apertura del carrello. Già all’epoca dei fatti, alcuni testimoni dichiararono di aver visto l’aereo esplodere in volo. Il testimone principale, il contadino Mario Ronchi, rilasciò alcune interviste agli organi di stampa e alla RAI (che ne censurò le affermazioni), ma in seguito ritrattò la sua testimonianza. Forse qualcuno aveva pagato il suo silenzio.

Il sostituto procuratore Calia si spinse ad affermare che «l’esecuzione dell’attentato venne pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero di Stato». Il che porterebbe ancora una volta a ritenere Eugenio Cefis come il probabile mandante. Probabilmente questa era una delle scomode verità di cui Pasolini era venuto a conoscenza.
ADIKAOS - Lun Feb 23 2009, 23:39:30
Oggetto: Possibile Movente
Sicuramente questo movente è più plausibile di quello che avevo letto nel blog di Paolo Franceschetti che attribuiva l'uccisione di Pasolini al fatto che avesse girato il film Salò.
Cmq il libro Petrolio è in commercio? Quale casa editrice lo ha pubblicato?
Stefania Nicoletti - Lun Feb 23 2009, 23:52:51
Oggetto:
Veramente nel blog non avevamo mai detto che l'uccisione di Pasolini fosse da attribuire al film Salò, semplicemente perché questo E' l'articolo pubblicato nel blog.

Petrolio è uscito per le edizioni Einaudi, ma credo che ora lo pubblichi la Mondadori.

Comunque anche il film Salò non è da sottovalutare... è molto di più di quello che si vuol fare credere.
ADIKAOS - Mar Feb 24 2009, 00:52:28
Oggetto:
E' vero, è stata un'interpretazione che ho dato io ad un altro articolo:

[A Pier Paolo Pasolini. Scusami se, all’epoca anche io, come tutti gli altri cieco di fronte all’assurdità di un potere troppo sofisticato per essere compreso, pensai che te l’eri cercata. Ero piccolo all’epoca e non avrei mai immaginato. Stefania ti ha dedicato un articolo, tempo fa, e spero ti sia piaciuto.]

Salò non è da sottovalutare, è vero...Pasolini è stato ucciso poco prima della presentazione del film(a Venezia o Cannes, non ricordo) ed è questo che probabilmente mi ha confuso, è il fatto che cmq a tutt'oggi siano state talmente poche persone a vederlo che non poteva rappresentare un pericolo. Questa cmq è solo la mia opinione
Stefania Nicoletti - Mar Feb 24 2009, 01:00:33
Oggetto:
Però ad una lettura più profonda... Salò non è solo Salò.
I riti che vengono rappresentati, le modalità, le perversioni... La mia impressione è che Pasolini abbia usato l'espediente del gruppo di fascisti riuniti nella villa per raccontare ben altro. Qualcosa di molto più pericoloso che non avrebbe dovuto raccontare.
ADIKAOS - Mar Feb 24 2009, 01:14:54
Oggetto:
Sono perfettamente d'accordo su questo punto...è solo che un film che fino al 1991 non è stato praticamente mai visto da nessuno non poteva essere il motivo del suo omicidio(cosa che tra l'altro è un pensiero che ho attribuito io erroneamente al blog) magari è l'insieme delle due cose, magari verranno fuori altri possibili moventi. Ciò che è sicuro è che Pasolini era un personaggio "scomodo" per il potere e non ci piove che il delitto a sfondo sessuale fosse solo una montatura. Il mio parere su questo caso cmq è che a quei tempi la massoneria era meno forte di ora...perchè adesso semplicemente un personaggio di questo genere non avrebbe avuto la fama e il successo perchè non sarebbe passato in tv, (e ai tempi non esisteva certo internet) avrebbe pubblicato libri solo da case editrici "alternative" e prodotto films che avrebbero avuto distribuzione scarsa o addirittura nulla...Un personaggio vivo e aimè conosciuto solo da pochi, quindi per nulla pericoloso, il mio pensiero, a questo punto è che la situazione sia più "tranquilla" perchè il potere si è talmente radicato che non esistono più battaglie interne, contraddizioni nelle alte schiere...Solo cinepanettoni, vite in diretta, grandi fratelli, le grandi denuncie arrivano quando ormai c'è rimasto poco o nulla da fare, da conoscere sì, ma solo per mangiarsi il fegato!
novus - Mar Feb 24 2009, 11:31:33
Oggetto:
Wikipedia, alla voce "Eugenio Cefis", riporta una nota del giudice Scalia nella quale egli afferma che il vero fondatore della P2 fu proprio Cefis, che successivamente passò il testimone per la gestione della loggia al duo Ortolani/Gelli.

Credo che sia meglio fare un po' di luce su questo Cefis... Rolling Eyes
breakdown - Sab Feb 28 2009, 13:03:58
Oggetto:
Da pochi giorni è uscito, per la casa editrice Chiarelettere, un interessante libro che parla del delitto Pasolini (e non solo), dal titolo "Profondo Nero: Mattei, De Mauro, Pasolini. Un'unica pista alle origini delle stragi di Stato."

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Riporto dalla
:

Eccolo il mistero italiano. Il giornalista De Mauro e lo scrittore Pasolini avevano in mano le informazioni giuste per raccontare la verità sul volto oscuro del potere in Italia, con nomi e cognomi.
Erano gli anni Settanta.
Il primo stava preparando la sceneggiatura del film di Francesco Rosi sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni che osò sfidare le compagnie petrolifere internazionali. Il secondo stava scrivendo il romanzo Petrolio, una denuncia contro la destra economica e la strategia della tensione, di cui il poeta parlò anche in un famoso articolo sul “Corriere della Sera” (
).

De Mauro e Pasolini furono entrambi ammazzati. Entrambi avrebbero denunciato una verità che nessuno voleva venisse a galla: e cioè che con l’uccisione di Mattei prende il via un'altra storia d'Italia, un intreccio perverso e di fatto eversivo che si trascina fino ai nostri giorni. Sullo sfondo si staglia il ruolo di Eugenio Cefis, ex partigiano legato a Fanfani, ritenuto dai servizi segreti il vero fondatore della P2. Il "sistema Cefis" (controllo dell’informazione, corruzione dei partiti, rapporti con i servizi segreti, primato del potere economico su quello politico), mette a nudo la continuità eversiva di una classe dirigente profondamente antidemocratica.

Le carte dell’inchiesta del pm Vincenzo Calia, conclusasi nel 2004, gli atti del processo De Mauro in corso a Palermo, nuove testimonianze (tra cui l’intervista inedita a Pino Pelosi, che per la prima volta fa i nomi dei suoi complici) e un’approfondita ricerca documentale hanno permesso agli autori di mettere insieme i tasselli di questo puzzle occulto che attraversa la storia italiana fino alla Seconda Repubblica.

breakdown - Sab Feb 28 2009, 14:01:54
Oggetto:
Dalla Newsletter
:

DELITTO PASOLINI:
L’ULTIMA VERITA’ DI PINO “LA RANA”


Giuseppe Pelosi, detto “Pino la Rana”, condannato per l'omicidio di Pierpaolo Pasolini, racconta la sua ultima verità sull’uccisione delo scrittore: la notte tra il 1 e il 2 novembre del 1975 erano in 5 a massacrare di botte il poeta che aveva denunciato i retroscena del potere e che stava lavorando al romanzo “Petrolio” dedicato a Eugenio Cefis, indicato come il vero fondatore della P2 e il “grande manovratore” del potere più oscuro. Pelosi non incontrò casualmente il regista quella sera; c'era un appuntamento fissato esattamente una settimana prima.
Le rivelazioni di Pelosi sono state affidate a due giornalisti, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, autori del volume “Profondo nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un'unica pista all'origine delle stragi di Stato", appena uscito per Chiarelettere. Tra i cinque aggressori di Pasolini c’erano i due fratelli Borsellino, Franco e Giuseppe, morti da tempo di aids.
Il nome dei due non è nuovo. Già una informativa di due mesi dopo il delitto li indicava, assieme ad un terzo, come gli autori del massacro dell'Idroscalo. Ora Pelosi ne conferma direttamente la responsabilità ed anche il contesto in cui avvenne il pestaggio mortale e dice che sono rimasti nell'ombra gli altri tre (anche se uno potrebbe essere, nonostante le smentite di Pelosi, Giuseppe Mastini, detto “Jonny lo Zingaro”), e soprattutto che si trattò di un omicidio politico. I due Borsellino erano frequentatori della sezione dell'Msi del Tiburtino.
"Se tu uccidi in questo modo - ha raccontato Pelosi - o sei pazzo o hai una motivazione forte. Se gli assassini sono stati fatti sfuggire alla giustizia per trent'anni, pazzi non sono certamente...avevano una ragione importante per fare quello che hanno fatto. E nessuno li ha mai toccati.". E aggiunge: "Quella sera c'erano pure Franco e Giuseppe Borsellino... quei due stavano tramando qualcosa, qualcosa di brutto me ne sono accorto subito, e perciò gli ho detto chiaro che io non volevo partecipare, non ne volevo sapere nulla".
Appena arrivato all'Idroscalo sulla Gt di Pasolini - ha ricostruito Pelosi la notte del delitto - dal buio esce una macchina scura, un 1300 o un 1500 da cui scendono 5 persone. Uno, con la barba sui 40 anni, assesta a Pelosi un cazzotto. Pelosi scappa dopo essere stato minacciato. I 5 tirano fuori Pasolini dalla macchina e iniziano il pestaggio. Gli dicevano: "Sporco comunista, frocio, carogna”. Pelosi si riavvicina quando tutto è finito.
I Borsellino - dice ancora Pelosi - erano "diventati fascisti, andavano a fare politica". Pelosi conferma di aver avuto nel tempo minacce "vere e proprie", inviti a tacere. Quella data a Pasolini fu una lezione, una punizione, "forse dovuta al partito o alla politica. Pasolini stava sul cacchio a qualcuno".

Alla fine Pelosi afferma: “Ho pagato solo io”. E rivela un'altra novità. La scelta di accollarsi tutta la storia, di ridurre tutto “a un fatto di froci” gli venne suggerita dal suo avvocato difensore, Rocco Mangia, anche lui gravitante negli ambienti di destra. Questo avvocato era subentrato a due colleghi, gli Spaltro, che si erano proposti di difendere Pelosi con uno stratagemma: avevano millantato una sorta di mandato avuto da “zio Giuseppe”, solo che Pelosi non aveva alcuno zio con questo nome. Poi arrivò Mangia, portato dai genitori di Pelosi. Lui puntò tutto, diversamente dagli avvocati Spaltro, sull'occultamento del ruolo del commando dei 5 nell'omicidio. Rocco Mangia nominò come consulenti Aldo Semerari e Fiorella Carrara, i due periti utilizzati spesso dalla banda della Magliana per avere delle false perizie. Alla fine tutti i periti, compresi quelli nominati dai magistrati, sostennero che Pelosi quella sera non era in grado di intendere e di volere, ma la giuria smentì questa unanime valutazione: Pelosi si fece 9 anni, 7 mesi e 10 giorni di galera.
sR - Sab Feb 28 2009, 14:22:29
Oggetto:
grazie breakdown!
Ginevra - Dom Mar 01 2009, 09:11:38
Oggetto:
@ ADIAKOS

Salo' come traccia era in un commento all'articolo del blog, commento di cui mi prendo paternita' e responsabilita'. Stefania in due parole ha sapientemente riassunto quanto intendevo.
ZN - Sab Mar 14 2009, 10:28:10
Oggetto:
ANSA 2009-03-13 20:30

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ARRESTATO PER DROGA PINO PELOSI
ROMA - I carabinieri hanno arrestato a Roma Pino Pelosi, unico condannato per l'omicidio di Pier Paolo Pasolini avvenuto il 2 novembre del 1975 nell'idroscalo di Ostia. Gli uomini della compagnia Eur lo hanno fermato perché trovato in possesso di cocaina. Sono in corso le perquisizioni all'interno dell'abitazione di Pelosi, conosciuto all'epoca dell'omicidio Pasolini come "Pino la rana".
iosperiamochemelacavo - Sab Mar 14 2009, 13:30:02
Oggetto:
Sarà un modo per avvertirlo di tenere chiusa la bocca e nel frattempo screditarlo ancora un po....oramai sono quasi prevedibili
novus - Sab Mar 14 2009, 13:41:04
Oggetto:
ZN ha scritto:
ANSA 2009-03-13 20:30

ARRESTATO PER DROGA PINO PELOSI

Sembra che Pelosi rappresenti ancora una spina nel fianco per i mostri umani che hanno ammazzato Pasolini...

Grazie brakdown per le interessantissime informazioni! Wink
paoloantonini - Mar Mar 17 2009, 17:54:15
Oggetto:
So che Sergio Citti, quando fu riaperto il processo Pasolini in una intervista affermò di sapere bene la verità.
Diceva che era stata rubata una copia del film Salò o le cento giornate, e che Pasolini era stato contattato per contrattare il prezzo per la restituzione.
Pasolini quindi quella notte, secondo Citti, era andato ad incontrare i ladri.
Non riesco a ritrovare l'intervista ma credo di averla letta su repubblica.

A presto!
paoloantonini - Mar Mar 17 2009, 17:58:07
Oggetto:
Consiglio comunaue a tutti il sito

interamente dedicato a Pasolini e con una enorme documentazione del processo, molte notizie di sui i giornlai non hanno parlato nemmeno dopo la riapertura del processo, articoli ed interiste.
Anonymous - Mar Mar 17 2009, 18:00:23
Oggetto:
Interiste? Laughing
paoloantonini - Mar Mar 17 2009, 20:35:49
Oggetto:
Pardon! Smile
Una svista!
Interviste.
ZN - Dom Mar 22 2009, 09:39:45
Oggetto:
Anche il Blog di Beppe Grillo ha ORA deciso di dedicare un Post a Pasolini (con annesso un video dove Alberto Moravia fa un'orazione funebre su Pasolini).

Ovviamente il Post non aggiunge nulla di nuovo, essendo basato su testimonianze tratte dal libro "Profondo Nero" di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza.

Beh, il "Potere", si sà, secondo convenienza, ora tira le fila dei carnefici ora quella delle vittime (al fine di giustificare se stesso).

Sicché il sistema capitalistico, ma si sà ormai anche questo, vende di tutto, tanto le bugie quanto la verità, purché le transazioni avvengano sempre a proprio vantaggio.


Anonymous - Dom Mag 17 2009, 17:00:21
Oggetto:
Il link dell'intervista potrebbe essere questo:

E' datato 08/05/2005
E Citti è morto pochi mesi dopo, 11/10/2005, per problemi respiratori: pare che da tempo fosse molto malato. Aveva 72 anni.
Mi sembra importante anche quanto si dice qui:

Come al solito, saranno anche coincidenze, ma un dubbietto si insinua.
E poi, pare che fosse malato al punto da non riuscire neppure più a camminare e che versasse in condizioni econimiche pessime: perchè allora ha aspettato tanto tempo prima di parlare? Se non ho capito male lui già sapeva come stavano le cose prima che Pelosi vuotasse il sacco...
Boh...
Stefania Nicoletti - Mer Giu 24 2009, 20:06:10
Oggetto:
Nel giorno di San Giovanni Battista, festa della massoneria, il blog di Beppe Grillo pubblica un post (ennesimo copia incolla) sul delitto Pasolini, in cui si attribuisce persino il merito della riapertura dell'inchiesta.


La P2 e il delitto Pasolini

La P2 è responsabile, o complice, del delitto Pasolini? Pino Pelosi, l'allora ragazzino accusato dell'omicidio, è stato intervistato dal blog. Lo scorso anno dichiarò, come riportato nel libro: "Profondo Nero", che i responsabili erano cinque uomini arrivati sul posto con una moto e una Fiat targata Catania. Gli esecutori. Tra loro due frequentatori della sezione del Msi del Tiburtino, Franco e Giuseppe Borsellino. Mentre lo picchiavano a morte gridavano: "Sporco comunista!". Pelosi disse: "Se tu uccidi qualcuno in questo modo, o sei pazzo o hai una motivazione forte: siccome questi assassini sono riusciti a sfuggire alla giustizia per trent'anni, pazzi non sono certamente... E quindi avevano una ragione, una ragione importante per fare quello che hanno fatto...".
Pasolini stava lavorando a un romanzo: "Petrolio" in cui alludeva all'attentato a Enrico Mattei, presidente dell'ENI. Pasolini scrive che Eugenio Cefis, citato con il nome di fantasia di Troya, diventa a sua volta presidente dell'ENI e questo "implica la soppressione del suo predecessore". Cefis, secondo il Sismi, è il fondatore della P2. Alla sua fuga dall'Italia, nel 1977, il suo posto fu preso da Licio Gelli. Cefis teorizzava un golpe bianco, senza l'uso dei militari e della violenza, attraverso il controllo dei mezzi di informazione, come descritto in seguito nel "Piano di rinascita democratica" di Gelli. Per Pasolini, il delitto Mattei è il primo di una lunga serie di stragi di Stato. Una tesi sostenuta persino da Amintore Fanfani: "forse l'abbattimento dell'aereo di Mattei, più di vent'anni fa, è stato il primo gesto terroristico nel nostro Paese, il primo atto della piaga che ci perseguita."
La Procura di Roma ha riaperto il fascicolo sull'omicidio di Pasolini lo scorso aprile dopo un post del blog, ma forse è un caso. L'avvocato Maccioni e la criminologa Ruffini hanno depositato un'istanza di riapertura delle indagini preliminari che sono state affidate al sostituto procuratore De Martino.Sono stati chiesti accertamenti sui reperti biologici presenti nei vestiti di Pasolini conservati nel Museo Criminologico.
Se il libro "Petrolio" fosse stato pubblicato, forse Pasolini sarebbe ancora vivo. Se Saviano non fosse riuscito a pubblicare "Gomorra" forse sarebbe già morto.





Articolo sulla riapertura dell'inchiesta:


Morte di Pasolini, nuova indagine della procura
Sono stati chiesti nuovi accertamenti sui reperti biologici conservati nel Museo Criminologico. Il caso riaperto dopo 34 anni il fascicolo è stato affidato al pm Diana De Martino


La procura riapre il fascicolo sull´omicidio di Pier Paolo Pasolini. Letta l´istanza di riapertura delle indagini preliminari depositata venerdì scorso dall´avvocato Stefano Maccioni e dalla criminologa Simona Ruffini, il procuratore Giovanni Ferrara ha affidato al sostituto Diana De Martino l´incarico di riesaminare i faldoni del delitto, avvenuto 34 anni fa. La chiave per diradare le nubi sulla fine del grande scrittore e poeta romano potrebbe infatti essere nascosta nelle due teche conservate al Museo criminologico di Roma. La verità giudiziaria consegnata alla storia non ha mai convinto.

È stata un´inchiesta difficile, nata nel ´75 tra i silenzi impacciati per la scabrosità del contesto e basata sulla personalità intricata e sui ricordi confusi e contraddittori di Pino Pelosi, il ragazzino "di vita" 17enne con cui il poeta 53enne consumò un amore proibito poco prima di essere ucciso tra le sterpaglie del lido di Ostia. Era la notte tra l´1 e il 2 novembre, Pasolini caricò in auto il ragazzino in piazza dei Cinquecento e si fermò alla trattoria "al Biondo Tevere", solito tavolo. Cenò lui solo, pasta "ajo e oio" e una birra, poi ripartirono insieme sull´Alfa Gt 2000, e andò incontro alla morte sul litorale di Ostia. Lo colpirono con violenza, forse con un bastone, poi lo finirono investendolo con la sua stessa auto. Fu Pelosi, con l´aiuto di altri, dissero la prima sentenza. Fu lui solo, concluse l´appello. Al museo criminologico ci sono due teche dedicate al delitto.

Nella prima i reperti di Pasolini, nella seconda quelli di Pelosi: le scarpe acquistate da "Ramirez", l´anello con pietra rossa e la scritta "United States Army" trovato a una cinquantina di metri dal luogo del delitto. «Perso nella colluttazione», disse Pelosi in una delle sue ricostruzioni. Si dichiarò colpevole, e venne condannato a nove anni di carcere, ma nel 2005 ritrattò tutto durante un´intervista in tv. Disse che a uccidere erano stati in tre, e altrove parlò di cinque persone. Siciliani, disse. Si riaprì l´indagine, ma si impantanò ancora nelle sabbie mobili della memoria di Pelosi, che qualche verità nascosta provò pure a venderla al migliore offerente.

Quel che è certo è che su quei reperti non sono stati effettuati mai i riscontri scientifici che le tecniche investigative di allora non conoscevano, e quelle di oggi sì. Una pista sostenuta anche dal colonnello Luciano Garofano, comandante del Ris dei carabinieri. Ma il contesto in cui stavolta ci si muove, e il movente verso cui ci si indirizza, sono ben diversi da quelli antichi di una ribellione dopo un rapporto omosessuale, o di un´aggressione fascista.

No, stavolta si punta altrove. «È necessario fugare i dubbi dopo le dichiarazioni rese da Pelosi il 12 settembre e pubblicate nel libro "Profondo Nero", e soprattutto dalle indagini del pm Vincenzo Calia sulla morte di Enrico Mattei», dice l´avvocato Maccioni. La tesi è suggestiva, allaccia con un unico filo tre grandi misteri: la morte del petroliere, quella del giornalista Mauro De Mauro e quella di Pasolini. "Petrolio", il romanzo che uscì postumo, avrebbe potuto svelare la verità sull´omicidio di Mattei, camuffato da incidente aereo, rendendo pubblico qualcosa che aveva scoperto e non gli hanno permesso di raccontare. Lo stesso destino che potrebbe essere stato fatale a De Mauro.

(02 aprile 2009)
Stefania Nicoletti - Mer Giu 24 2009, 23:04:29
Oggetto:
Pino Pelosi intervistato dal blog di Grillo.


sR - Mer Giu 24 2009, 23:42:05
Oggetto:
cut and paste
uber alles
FabioTheNewOrder - Gio Giu 25 2009, 14:46:52
Oggetto:
Neanche a farlo apposta ieri sera a Lecco abbiamo presentato il libro "profondo nero" alla presenza dell'autore Giuseppe Lo Bianco...

A mio avviso (ma non solo mio, devo dire) è un Gatekeeper di primo modello. Quello che mi dà da pensare sono due ragionamenti che ha esposto durante la serata: primo, dire che Pelosi non confessò tutto e subito perchè aveva paura dei picchiatori presenti all'idroscalo la notte della morte di Pasolini. Pur sapendo che se avesse confessato avrebbe fatto finire in carcere immediatamente i due fratelli Borsellino più il killer romano. Pelosi non confessò perchè sapeva che se lo avesse fatto non sarebbe morto solo lui (come dichiara in più interviste) ma anche la sua famiglia e i suoi conoscenti. Un po' troppo per dei picchiatori fascisti...

Secondo, alla domanda su che cosa ne pensasse dell'implicazione massonica nella creazione del cosìddetto "antistato" ha glissato con un giro di parole impressionante, riuscendo a tirare in ballo Calvi e i conti alle Cayman della mafia.

Inoltre, contiamo pure il fatto che vorrebbe arrivare ad una verità definita per vie processuali... da uno che ha scritto un libro sui poteri forti d'Italia mi aspetterei un po' più di buonsenso... Oppure sta guidando il popolo a combattere contro i mulini a vento??

Non so, io ci andrei coi piedi di piombo...
iosperiamochemelacavo - Dom Lug 05 2009, 13:45:58
Oggetto:
ho trovato quaesta canzone di De Andre dedicata a Pasolini

Stefania Nicoletti - Lun Lug 06 2009, 13:40:21
Oggetto:
Grazie, iosperiamochemelacavo. Conoscevo la canzone di De André, ma ascoltarla abbinata alle immagini di Pasolini è sempre un piacere.
(beh, un piacere fino a un certo punto... nel senso che mi fa sempre piangere Crying or Very sad)


E' una storia da dimenticare
è una storia da non raccontare
è una storia un po' complicata
è una storia sbagliata.

E' una storia vestita di nero
è una storia da basso impero
è una storia mica male insabbiata
è una storia sbagliata.

Per il segno che c'è rimasto
non ripeterci quanto ti spiace
non ci chiedere più come è andata
tanto lo sai che è una storia sbagliata
tanto lo sai che è una storia sbagliata.
Turista21 - Lun Lug 06 2009, 17:02:17
Oggetto:
Stefania ha scritto:
Grazie, iosperiamochemelacavo. Conoscevo la canzone di De André, ma ascoltarla abbinata alle immagini di Pasolini è sempre un piacere.
(beh, un piacere fino a un certo punto... nel senso che mi fa sempre piangere Crying or Very sad)


E' una storia da dimenticare
è una storia da non raccontare
è una storia un po' complicata
è una storia sbagliata.

E' una storia vestita di nero
è una storia da basso impero
è una storia mica male insabbiata
è una storia sbagliata.

Per il segno che c'è rimasto
non ripeterci quanto ti spiace
non ci chiedere più come è andata
tanto lo sai che è una storia sbagliata
tanto lo sai che è una storia sbagliata.


Sia questa canzone che "Titti", uscite in 45 giri, sono di DeAndrè-Bubola.
Lo stesso Bubola che nella foto dell'intervista pubblicata su XL vestiva una curiosa camicia western bianca adorna di rose rosse.
In un articolo che aveva la grafica caratterizzata da rose.

Che volete, sarà un caso... Twisted Evil
Stefania Nicoletti - Lun Lug 06 2009, 17:11:03
Oggetto:
Turista21 ha scritto:
Stefania ha scritto:
Grazie, iosperiamochemelacavo. Conoscevo la canzone di De André, ma ascoltarla abbinata alle immagini di Pasolini è sempre un piacere.
(beh, un piacere fino a un certo punto... nel senso che mi fa sempre piangere Crying or Very sad)


E' una storia da dimenticare
è una storia da non raccontare
è una storia un po' complicata
è una storia sbagliata.

E' una storia vestita di nero
è una storia da basso impero
è una storia mica male insabbiata
è una storia sbagliata.

Per il segno che c'è rimasto
non ripeterci quanto ti spiace
non ci chiedere più come è andata
tanto lo sai che è una storia sbagliata
tanto lo sai che è una storia sbagliata.


Sia questa canzone che "Titti", uscite in 45 giri, sono di DeAndrè-Bubola.
Lo stesso Bubola che nella foto dell'intervista pubblicata su XL vestiva una curiosa camicia western bianca adorna di rose rosse.
In un articolo che aveva la grafica caratterizzata da rose.

Che volete, sarà un caso... Twisted Evil


E naturalmente è sempre un caso che la canzone sia dedicata non solo a Pasolini, ma anche a Wilma Montesi
, la ragazza uccisa sulla spiaggia di Capocotta
, di cui parlammo nell'articolo su Rino Gaetano
, partendo da questa sua frase:

C'è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio. Io non li temo. Non ci riusciranno. Sento che in futuro le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni. E che grazie alla comunicazione di massa, capiranno cosa voglio dire questa sera! Apriranno gli occhi e si chiederanno cosa succedeva sulla spiaggia di Capocotta.
Stefania Nicoletti - Lun Nov 02 2009, 16:55:37
Oggetto:
- Dedicata a Pier Paolo Pasolini, nel 34° anniversario del massacro di Ostia -



A PIER PAOLO PASOLINI


Voce umana
vestita di bellezza
era quella che ci davi
Umana e bella
anche se duramente accusava

Amore semplice umano
la tua vita
Amore e paura per l’uomo
per il progresso fede
e lo sviluppo insopportabile per te

V’erano momenti in cui ascoltando
le parole scorrere dalle tue labbra
riudivo i versi di Rimbaud
“Sono nato troppo presto o troppo tardi?
Cosa sto a fare qui?
Ah, tutti voi,
pregate Iddio per l’infelice”

No Pier Paolo
non sei nato né presto né tardi
ma peccato che tu sia partito
mentre la verità si combatte
mentre tanti si scontrano
senza sapere perché
senza sapere dove vanno

Mentre le religioni cambiano faccia
e le ideologie diventano religioni
e molti vestono paraocchi di nuovo
tu non dovevi andare via.


-Alekos Panagulis-



_________________
Ginevra - Lun Gen 04 2010, 16:13:17
Oggetto:
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Pasolini - Patti Smith

La poesia di Patti "italy (the round)" da Babel e' sottotitolata "per pasolini" ed include riferimenti al film. Quasi alla fine troviamo questi versi:

the actress blows kisses to pierre pa-olo rising from the sea.
victim of fascists and faggots and the purity of his art. waving
goodbye. the thrust of his arm. the trust of his view.

pasolini is dead. et morte. shower of petals. . . .



Qualcuno ha sottomano il libro di Patti Smith, Babel, edito dall Sugar&Co, per dare un'occhiata al testo? Tra l'altro, vi e' anche un'altra poesia' Easter, in cui la cantautrice si riferisce a Pasolini.
bendis - Dom Gen 10 2010, 23:31:32
Oggetto:
ho appena finito di leggere petrolio (edizione oscar mondadori)
nella nota filologica scritta da aurelio roncaglia ho trovato queste notizie:

nel 1975 pasolini pubblicò la divina mimesis, in questo libro lo stesso pasolini indicava in una nota (Per una "Nota dell'editore" p.161) il progetto di pubblicare un libro a strati dove (riporto le parole scritte in nota da roncaglia che citano lo stesso pasolini):
"Questa non è un'edizione critica. Io mi limito a pubblicare tutto quello che l'autore ha lasciato. Il mio unico sforzo critico, molto modesto d'altra parte, è quello di ricostruire il seguito cronologico, il più possibile esatto, di questi appunti"
questa nota è datata 1966/67, e quello che è descritto è il metodo su cui si è asato anche roncaglia nell'organizzare gli appunti di petrolio (avrebbe dovuto essere un libro di circa 2000 pagine ma pasolini ne scrisse circa 600)

ma l'elemento che colpisce di più è la situazione immaginata da pasolini per giustificare quel progetto e cioè che l'autore dell'opera incompiuta "è morto ucciso a colpi di bastone, a Palermo, l'anno scorso"

roncaglia commenta la coincidenza citando di nuovo pasolini "Non c'è niente di più 'allucinatorio' del 'verificarsi', in atto, di qualcosa che si era prevista e descritta come... possibilità" (Lettere luterane, Einaudi, Torino 1976, p.141)
Stefania Nicoletti - Mar Mar 02 2010, 16:47:08
Oggetto:
SARA' SVELATO ALLA XXI MOSTRA DEL LIBRO ANTICO DI MILANO
«Uno scritto inedito di Pasolini
sui misteri dell'Eni»

L'annuncio di Dell'Utri: «L'ho letto: è inquietante»

MILANO - Il senatore del Pdl e noto bibliofilo Marcello Dell'Utri ha annunciato una scoperta che sarà svelata all'apertura della XXI mostra del libro antico di Milano: un dattiloscritto scomparso di Pierpaolo Pasolini («inquietante per l'Eni» ha commentato il parlamentare) e che avrebbe dovuto costituire un capitolo del romanzo incompiuto Petrolio. «L'ho letto ma non posso ancora dire nulla - ha affermato Dell'Utri - è uno scritto inquietante per l'Eni, parla di temi e problemi dell'Eni, parla di Cefis, di Mattei e si lega alla storia del nostro Paese e di Mattei».

Pur non volendo anticipare il contenuto del capitolo, Dell'Utri non ha esitato a parlare di «giallo» a proposito del destino del dattiloscritto. «Credo - si è limitato a dire - che sia stato rubato dallo studio di Pasolini». Allo scrittore e poeta, di cui quest'anno ricorre il 35/o anniversario della morte, la mostra del libro antico che si terrà al Palazzo della Permanente a Milano dal 12 al 14 marzo dedicherà una retrospettiva con fotografie inedite e con tutte le prime edizioni delle sue opere. E proprio all'interno di questa sezione sarà esposto il misterioso dattiloscritto. Accanto a questo giallo, solamente anticipato da Dell'Utri, la mostra riserverà come da tradizione grandi sorprese per i bibliofili italiani e stranieri: tra i gioielli in esposizione ci sono alcune stampe rare, come la «ventisettana» del Decameron di Boccaccio, la prima edizione italiana di Don Chisciotte risalente al 1622, una Grammaire Turque del 1730 che costituisce il primo esemplare di incunabolo in caratteri latini stampato a Istanbul. (Fonte: Ansa)


+C.S.P.B.+ - Mar Mar 02 2010, 17:10:35
Oggetto:
quello del "noto bibliofilo" (a me era noto per altre cose...) è decisamente un messaggio; peccato che non sapremo mai per chi e perchè...
Stefania Nicoletti - Mar Mar 02 2010, 19:00:45
Oggetto:
Sì, anche secondo me è un messaggio.
Infatti (come ho scritto sul blog) a mio parere questo episodio, il fatto che esca proprio adesso, e il fatto che se ne faccia "portavoce" Dell'Utri, si inserisce nella lotta tra poteri in atto in questo periodo.
Anonymous - Mer Mar 03 2010, 07:05:28
Oggetto:
Assolutamente d'accordo!
Stefania Nicoletti - Ven Mar 12 2010, 15:24:51
Oggetto:
Come era prevedibile...

IL CAPITOLO SCOMPARSO DI PASOLINI RITIRATO DALLA MANIFESTAZIONE MILANESE
«Petrolio», il mistero in mostra
Dell’Utri: «Non sarà esposto, ma l’ho visto: 70 veline con
appunti a mano». Il vero titolo: «Lampi su Eni»


Questa è la strana storia di gente che dice e non dice, che afferma e poi si tira indietro, che allude e si guarda bene dal confermare, che ricorda e poi perde la memoria. Tanto che anche chi non avesse nessuna tendenza al complottismo a tutti i costi, alla fine qualche brutta idea se la fa venire per forza. Per esempio: il senatore Marcello Dell’Utri annuncia, in coda a una conferenza stampa di presentazione della Mostra del Libro Antico (martedì 2 marzo), che (probabilmente) verranno esposti i famigerati fogli di Petrolio, l’ultimo romanzo (rimasto incompiuto) di Pier Paolo Pasolini, misteriosamente scomparsi dopo la sua morte. Annuncio clamoroso. I giornali ovviamente si scatenano e, a poco a poco, col passare dei giorni, la notizia perde credibilità: sì, forse, ma... e alla fine non se ne fa niente. La Mostra si inaugura (oggi alla Permanente di Milano) e i fogli non ci sono: «La persona che me li ha promessi è scomparsa ». Ma lei li ha visti? «Li ho avuti tra le mani per qualche minuto, sperando di poterli leggere con calma dopo». Che fisionomia avevano? «Una settantina di veline dattiloscritte con qualche appunto a mano». Poi si preciserà che sono esattamente 78 «di un totale di circa duecento ». Potrebbe essere il famoso capitolo mancante, intitolato Lampi sull’Eni? Risposta: «Più esattamente Lampi su Eni». Che la preposizione sia semplice o articolata, si tratterebbe, dunque, delle pagine del famoso Appunto 21 che nel romanzo coincidono con un foglio in bianco e che, secondo alcuni, dovevano contenere il racconto «sconvolgente» della scalata di Cefis all’ente petrolifero italiano e forse il mistero della morte di Mattei. O più probabilmente rivelazioni sull’oscuro passato partigiano dello stesso Cefis in val d’Ossola.
Ma cosa che già non si sappia? E cosa che non sia contenuto in un libro, Chi è Cefis? L’altra faccia dell’onorato presidente, firmato con lo pseudonimo Giorgio Steimetz, pubblicato nel ’72 dall’Ami (Agenzia Milano Informazioni) e fatto immediatamente sparire dalla circolazione? Pamphlet di cui—è acclarato—Pasolini possedeva una delle rarissime copie sopravvissute e a cui lo scrittore attinse a piene mani per costruire il suo romanzo. Quel che rimane del presunto documento destinato alla Mostra sono esili tracce: sarebbe stato proposto a Dell’Utri da una persona di Roma che spaventata dal rumore seguito all’annuncio avrebbe pensato bene di tirarsi indietro (dopo aver offerto il libro di Steimetz, che invece è regolarmente esposto, accanto a un altro volume raro, intitolato L’uragano Cefis, a cura di Laura Betti, Giovanni Raboni e Francesca Sanvitale, pubblicato sotto la sigla editoriale EGR e privo di data). Insomma, tanti condizionali d’obbligo, a questo punto, se non si riesce neppure a capire come mai sia stato dato l’annuncio del sorprendente ritrovamento (sia pure in forma dubitativa) quando ancora l’acquisizione per la Mostra non era certa. Mistero gaudioso. O doloroso, a seconda dei punti di vista.

Ora, la soluzione più comoda sarebbe quella di tagliare la testa al toro e sentenziare che quel testo non è mai esistito e che si tratta solo di ipotesi fantasiose di impenitenti dietrologi, allineandosi così tranquillamente alle dichiarazioni degli eredi Pasolini. I quali hanno sempre escluso recisamente che dopo il 2 novembre 1975 sia avvenuto un furto in casa dello scrittore (peraltro smentiti dalla testimonianza di Guido Mazzon, un altro cugino di Pasolini). Affermazione che non basta, perché quelle carte potrebbero, eventualmente, essere state sottratte secondo modalità «lecite», magari in seguito a sopralluoghi delle forze dell’ordine (fatto di cui la famiglia non ha più memoria). È questa un’altra ipotesi che circola presso ambienti universitari. Alessandro Noceti, che ha curato l’esposizione pasoliniana alla Mostra milanese, conferma che quelle pagine ci sono e non dispera che vengano fuori nei prossimi giorni. Ma rimane tutto appeso ai condizionali, come l’intera vicenda.

Il dato di fatto, interno al testo, è che all’Appunto 21 (quello mancante) viene fatto esplicito riferimento nel capitolo successivo come a un brano già compiuto: «Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado il misto, della formazione partigiana guidata da Bonocore, ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato "Lampi sull’Eni", e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria ». (In Petrolio, Mattei viene chiamato Bonocore, mentre a Cefis spetta il cognome, non proprio lusinghiero, di Troya). Ora, è pur vero che il romanzo si presenta in forma di brogliaccio, ma proprio per questo l’autore avrebbe dovuto sorvolare sui nessi interni quando ancora non erano certi, per precisarli in una fase successiva. Del resto, è lo stesso Pasolini a confessare: «Il mio non è un romanzo "a schidionata", ma "a brulichio" e quindi è comprensibile che il lettore resti un po’ disorientato». Forse non avrebbe immaginato che il disorientamento sarebbe stato accresciuto trentacinque anni dopo da troppe omertà. O dall’uso strumentale cui si presta un’opera ancora dolorosamente attuale.

Paolo Di Stefano
12 marzo 2010


novus - Ven Mar 12 2010, 19:50:17
Oggetto:
Stefania Nicoletti ha scritto:
«La persona che me li ha promessi è scomparsa ». Ma lei li ha visti? «Li ho avuti tra le mani per qualche minuto, sperando di poterli leggere con calma dopo»

Mah... probabilmente qualcuno gli avrà fatto notare che esporre un importante documento sullo stragismo di Stato non è una cosa conveniente per il suo padrone.

Comunque Ste ho trovato da scaricare il famigerato: "Questo è Cefis. L'altra faccia dell'onorato presidente" che a quanto pare è una delle fonti da cui avrebbe attinto Pasolini per scrivere il capitolo mancante di Petrolio

Stefania Nicoletti - Ven Mar 12 2010, 21:39:03
Oggetto:
OH GRAZIE MILLE NOVUS!!!!!!!!
Non sapevo che si trovasse su internet.
Vedo che nella presentazione viene citato il libro di Gianni D'Elia, che è stato la fonte principale del mio articolo. Questo mi fa piacere, perché finalmente qualcuno cita il primo autore ad aver scritto di Pasolini-Cefis-Eni-Mattei, e non il libro uscito l'anno scorso per la Chiarelettere che è stato solo un copia incolla.


Cito dalla presentazione del link di Novus:

"Non si trattava di un libro-inchiesta destinato a circolare presso il pubblico, ma di un libro in piccola tiratura, anonimo, scritto dalla stessa Agenzia che lo stampò (cioè da Corrado Ragozzino), con funzione di avvertimento o di minaccia, il cui fine era di raggiungere un solo e potente destinatario e i suoi amici, come dice lo stesso "Steimetz" nell'introduzione."

Un avvertimento o una minaccia... Corrado Ragozzino... CR...
Anonymous - Ven Mar 12 2010, 22:02:40
Oggetto:



PASOLINI: VELTRONI, BONDI INTERVENGA PER RECUPERARE PETROLIO

l ministro Bondi intervenga per recuperare l'ultimo capitolo 'perduto' del romanzo Petrolio, opera postuma di Pier Paolo Pasolini. Lo chiede con una interpellanza urgente Walter Veltroni che ricorda l'intricata e oscura vicenda che, in queste ultime settimane si sta svolgendo attorno a quelle pagine inedite. 'Alcune settimane fa - dice Veltroni nell'interpellanza - la stampa aveva dato ampio risalto alla notizia della esposizione, nell'ambito della manifestazione denominata 'Mostra del Libro Antico', di un appunto dattiloscritto inedito dell'autore. Ora si apprende che questo testo non verrebbe esposto e sarebbe in mani misteriose'.
Stefania Nicoletti - Ven Mar 12 2010, 22:12:46
Oggetto:
kojiki ha scritto:
http://www.repubblica.it/ultimora/24ore/PASOLINI-VELTRONI-BONDI-INTERVENGA-PER-RECUPERARE-PETROLIO/news-dettaglio/3760978


PASOLINI: VELTRONI, BONDI INTERVENGA PER RECUPERARE PETROLIO

l ministro Bondi intervenga per recuperare l'ultimo capitolo 'perduto' del romanzo Petrolio, opera postuma di Pier Paolo Pasolini. Lo chiede con una interpellanza urgente Walter Veltroni che ricorda l'intricata e oscura vicenda che, in queste ultime settimane si sta svolgendo attorno a quelle pagine inedite. 'Alcune settimane fa - dice Veltroni nell'interpellanza - la stampa aveva dato ampio risalto alla notizia della esposizione, nell'ambito della manifestazione denominata 'Mostra del Libro Antico', di un appunto dattiloscritto inedito dell'autore. Ora si apprende che questo testo non verrebbe esposto e sarebbe in mani misteriose'.


A proposito di Veltroni, mi è venuto in mente questo articolo di 3 anni fa, che avevo salvato quando stavo scrivendo il mio articolo:


Gianni Borgna: «Plausibile una chiave legata al romanzo Petrolio»
Veltroni e la controinchiesta su Pasolini
Il comune di Roma ai pm: Pelosi fu soltanto un'esca, ucciso da un gruppo. Già raccolte 700 firme


ROMA — E adesso? Adesso che tentano di stanarlo con una proposta impossibile — fare il sindaco di Roma e insieme il segretario del primo partito di un governo in grave difficoltà — Walter Veltroni anziché rifugiarsi in Africa si inoltra nel proprio passato. E riapre un caso degli anni in cui iniziava la sua vita politica: l'assassinio di Pier Paolo Pasolini. Nel 1973 un gruppo di ragazzi della Fgci romana andò a trovare lo scrittore, che dal partito tempo prima era stato espulso per indegnità morale, e che era stato molto duro con il movimento studentesco.

Erano il capo dei giovani comunisti romani, Gianni Borgna, il responsabile culturale, Goffredo Bettini, un intellettuale destinato ad altri lidi, Nando Adornato, e il più giovane di tutti, un diciottenne con i capelli lunghi fin sulle spalle e un grande paio di occhiali. Racconta Walter Veltroni: «Credo di essere stato il primo del gruppo ad aver conosciuto Pierpaolo, al tempo del Sessantotto. Avevo 13, 14 anni, ero nel comitato di base del liceo Tasso, e Pasolini veniva a sentire le nostre riunioni. Era molto attento, molto curioso di quanto pensavamo e scrivevamo. Il rapporto continuò. Eravamo un bel gruppo: con Adornato, che dirigeva la nostra rivista Roma giovani, c'erano Marco Magnani, Fabrizio Barca, Giorgio Mele. Pierpaolo venne con noi in piazza di Spagna a manifestare contro la garrota e la pena di morte...». Pasolini comincia a prendere parte alla vita della Fgci romana. Va al festival di Villa Borghese del '74, poi a quello del Pincio del '75, dove tiene un dibattito fino alle 2 del mattino con 5 mila persone tra cui, seduto in prima fila accanto a Petroselli, Borgna, e Veltroni, c'è Fabrizio De André, che ha appena finito il suo primo grande concerto. Nel giugno di quell'anno, Pasolini appoggia la candidatura di Borgna alle amministrative con un appello a votare Pci — «il paese pulito nel paese sporco...» — pubblicato sull'Unità, dopo che la nomenklatura del partito aveva seguito con sospetto il dialogo tra i giovani e lo scrittore.

A novembre, Pasolini è ucciso. Dal diciassettenne Pino Pelosi «in concorso con ignoti», come stabilì il tribunale dei minori con una sentenza impugnata dalla magistratura ordinaria, secondo cui gli «ignoti» non erano mai esistiti. Due anni fa, uscito dal carcere, Pelosi parlando a Raidue ha ritrattato la confessione dell'epoca: a uccidere sarebbe stato un gruppo che avrebbe minacciato di morte lui e i suoi genitori se avesse parlato. Il Comune di Roma, per volontà di Veltroni e di Borgna, si è costituito parte offesa. E quando il caso è stato subito richiuso, il Comune ha affidato a Guido Calvi, senatore e storico avvocato del partito, una controindagine. Che ora è pressoché conclusa, e sarà depositata in procura, per chiedere una nuova inchiesta e un vero processo. Allo stesso scopo ieri mattina, mentre all'Auditorium infuriava la contestazione a Prodi, nell'attigua libreria Borgna insieme con Andrea Camilleri, Mario Martone, Dacia Maraini e Carla Benedetti presentava le 700 firme raccolte tra letterati di tutto il mondo, da Bernard-Henri Lévy in giù.

«Sono convinto che la morte di Pasolini sia un punto-chiave della vicenda italiana — dice Veltroni —. È giusto, per la memoria di Pierpaolo e per quanto è stato tolto a Roma e al paese, che si faccia luce. Il delitto dell'idroscalo è un mistero, indagato in libri e film. Ora noi chiediamo alla magistratura di andare sino in fondo». Non si tratta, sostiene il sindaco, di alimentare la retorica del doppio Stato, di evocare il fantasma delle dietrologie, o anche solo di «farsi un'idea» diversa da quella ufficiale. «Come in tutti questi casi, "farsi le idee" è compito degli inquirenti. Io posso dire qual è la mia impressione: le cose non sono andate come ha raccontato Pelosi. Se non altro per il fatto che ha cambiato troppe volte versione. È un'impressione diffusa; per questo siamo in molti a chiedere di indagare in profondità su una morte strana, oscura».

Il motivo per cui Veltroni tiene molto a riaprire il caso non riguarda solo la giustizia e la storia, ma la politica. «La fine di Pasolini fu uno degli spartiacque di quella stagione. Io non ho una visione tutta negativa degli Anni Settanta, anzi. Gli Anni Settanta sono divisi in due: una prima parte, che dura fino a metà del '76, è di fatto il proseguimento degli Anni Sessanta, una stagione di grande fermento e creatività. Certo, la violenza politica si era già manifestata, c'erano stati piazza Fontana, l'Italicus, piazza della Loggia, ma il paese aveva saputo reagire, la società italiana era percorsa da energie vitali. Poi, quasi di colpo, le cose cambiano. Tra il 20 giugno '76 e il festival del parco Lambro passano poche settimane, ma il clima è già completamente diverso. Comincia un decennio orribile, quello tra il '76 e l'86, per il quale davvero non esiste una definizione più opportuna che anni di piombo. Un periodo grigio, carico di odio, di sangue. L'assassinio di Pasolini è uno degli episodi che segnano il cambio di stagione. Un motivo in più per scoprire la verità. La notizia fu uno choc, al punto che ne ho un ricordo confuso: mi telefonarono a casa, il mattino dopo. Andammo nella sua casa di campagna, a Chia, a girare materiale d'inchiesta, c'era anche Bernardo Bertolucci...».

Ma quali sono gli elementi nuovi sulla morte di Pasolini? Borgna (che insieme a Carlo Lucarelli ha firmato l'inchiesta pubblicata da MicroMega due anni fa) ha seguito la controindagine di Calvi passo dopo passo. Era presente quando Martone filmò il dialogo tra il senatore e Sergio Citti. Poco prima di morire, Citti confermò come quella sera Pasolini avesse appuntamento alla stazione Termini con i ragazzi che avevano rubato frammenti del suo ultimo film, Salò. «Il racconto di Citti e la nostra ricostruzione combaciano con le carte del 1975, in particolare con gli interrogatori degli amici di Pelosi — dice Borgna —. È falso che Pelosi non avesse riconosciuto Pasolini. I suoi compagni raccontano di aver scherzato con lui, di avergli chiesto di fare un giro in macchina, di avere una parte nel prossimo film. Pierpaolo non si era fidato, aveva messo la sicura alla portiera e abbassato solo un poco il finestrino, per dire che aveva un appuntamento.

Non fu Pasolini ad adescare Pelosi; semmai, il contrario. Pelosi fu l'esca, non il carnefice. Pasolini fu massacrato prima ancora che lo schiacciassero con l'auto, aveva undici fratture ed era una maschera di sangue; il suo presunto assassino non aveva neppure una macchia sul vestito chiaro. Sulla macchina, incredibilmente lasciata all'aria aperta dagli inquirenti di allora, c'erano un maglione verde, un plantare e tracce di sangue che non appartenevano né a Pasolini né a Pelosi. È palese che si è trattato di un delitto di gruppo, e premeditato — conclude Borgna —. Resto convinto che sia plausibile anche una chiave politica, legata al romanzo che Pierpaolo stava scrivendo, Petrolio, in cui le sue accuse al sistema erano collegate al caso Mattei. Ma di questo non abbiamo trovato prove inconfutabili. Il suo testamento resta però l'ultima intervista, affidata a Furio Colombo, cui Pasolini aveva suggerito questo titolo: "Siamo tutti in pericolo"».

Aldo Cazzullo

20 giugno 2007
Anonymous - Ven Mar 12 2010, 23:15:46
Oggetto:
in Petrolio, l'ultima fatica narrativa di Pasolini.

Petrolio: un libro dalla copertina bianca, tutta bianca; solo il titolo è in rosso, colore archetipico, il "primario" di tutti i colori. I possibili significati del bianco nella cultura occidentale (Michel Pastoureau, Dictionnaire des couleurs de notre temps, Editions Bonneton 1992) vengono così indicati: colore della purezza e della castità, della verginità e dell'innocenza; colore dell'igiene, della pulizia, del freddo, della sterilità; colore della semplicità, della discrezione, della pace; colore della saggezza e della vecchiaia; colore dell'aristocrazia e della monarchia; colore del divino; colore dell'assenza di colore: il grado zero del colore.

........
Pasolini disse della sua ultima opera di narrativa: "Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di 'summa' di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie". Così scriveva il 10 gennaio 1975. Il nuovo libro al quale Pasolini stava lavorando – e che egli stesso aveva indicato come un corposo volume che avrebbe toccato le duemila pagine – rimase incompiuto. Tutto quanto lo scrittore era riuscito a comporre è stato pubblicato, come si è accennato all'inizio, nel 1992 da Einaudi. O, per meglio dire, il volume pubblicato comprende 133 "appunti", parecchie annotazioni o "promemoria", oltre a una lettera ad Alberto Moravia; contiene pure alcuni schizzi inseriti dall'autore nel manoscritto. .
Paolo Volponi, scrittore italiano recentemente scomparso, nel 1976, riferendosi all'ultimo colloquio avuto con Pier Paolo Pasolini, suo grande amico, a sua volta racconta: «Una volta mi ha detto, e lo ripeto cercando nel ricordo le sue parole: "Mah, io adesso, finito Salò, non farò più cinema, almeno per molti anni. Ho scritto apposta l'Abiura della Trilogia della vita, e non farò più cinema. Voglio rimettermi a scrivere. Anzi, ho ricominciato a scrivere. Sto lavorando a un romanzo. Deve essere un lungo romanzo, di almeno duemila pagine. S'intitolerà Petrolio. Ci sono tutti i problemi di questi venti anni della nostra vita italiana politica, amministrativa, della crisi della nostra repubblica: con il petrolio sullo sfondo come grande protagonista della divisione internazionale del lavoro, del mondo del capitale che è quello che determina poi questa crisi, le nostre sofferenze, le nostre immaturità, le nostre debolezze, e insieme le condizioni di sudditanza della nostra borghesia, del nostro presuntuoso neocapitalismo. Ci sarà dentro tutto, e ci saranno vari protagonisti. Ma il protagonista principale sarà un dirigente industriale in crisi"


"Poi ci sarà anche un uomo della banca. Ci saranno anche dei protagonisti a livello popolare, quasi inarticolati", aveva continuato a dirmi, "nemmeno più con dialetti perché i dialetti ormai sono finiti con questa lingua orrenda dei comunicati del telegiornale, della pubblicità, del recitativo ufficiale, per cui finirà magari che quelli più colti parleranno in un certo modo letterario con un gusto del dialetto assunto come distinzione e quelli meno colti, addirittura analfabeti, parleranno un po' come certi nostri ministri democristiani alla televisione, con tutti questi 'ione', 'enti', 'enze' ecc.".


NOTA Poiché alcuni commentatori di Petrolio sostengono ancora oggi (appellandosi nel migliore dei casi alla incompiutezza del romanzo, ma anche, in alcuni casi, alla sua "asprezza") che l'ultima opera di Pier Paolo Pasolini sia "qualcosa che non si capisce" e che "non si sarebbe mai dovuto pubblicare", si riportano nella sezione "Narrativa" di "Pagine corsare" [vedi sommario a destra)


tratto da :

Anonymous - Gio Mar 18 2010, 15:13:52
Oggetto:
Giallo su un manoscritto di Pasolini
«Adesso indaghino i carabinieri»


Veltroni presenta un'interpellanza al ministro Bondi:
«Si prefigura un reato». Replica: «Bisogna fare luce»


MILANO - Saranno i carabinieri a occuparsi del giallo dell'ultimo capitolo perduto di Petrolio, il romanzo postumo di Pier Paolo Pasolini. L'intervento delle forze dell'ordine è stato sollecitato da Walter Veltroni, che ha portato il caso in Parlamento con un'interpellanza urgente al ministro della Cultura. Lo stesso Bondi, replicando all'esponente del Pd, ha promesso di «svolgere ulteriori accertamenti, anche attraverso i carabinieri», per poi informare il Parlamento.

VELTRONI: «REATO» - Il caso era stato sollevato tempo fa proprio da Veltroni, dopo le dichiarazioni del senatore Marcello Dell'Utri sull'esistenza di un manoscritto di 70 pagine riconducibile a Pasolini. «Se questo capitolo esiste, come è arrivato nelle mani di Dell'Utri? Chi lo ha portato via da casa Pasolini, chi lo ha consegnato a mani diverse di quelle della famiglia o dei curatori dell'opera di Pasolini? - afferma Veltroni -. Ma se, come dice la famiglia, questo capitolo non esistesse, di cosa stiamo parlando?». MILANO - Saranno i carabinieri a occuparsi del giallo dell'ultimo capitolo perduto di Petrolio, il romanzo postumo di Pier Paolo Pasolini. L'intervento delle forze dell'ordine è stato sollecitato da Walter Veltroni, che ha portato il caso in Parlamento con un'interpellanza urgente al ministro della Cultura. Lo stesso Bondi, replicando all'esponente del Pd, ha promesso di «svolgere ulteriori accertamenti, anche attraverso i carabinieri», per poi informare il Parlamento.
VELTRONI: «REATO» - Il caso era stato sollevato tempo fa proprio da Veltroni, dopo le dichiarazioni del senatore Marcello Dell'Utri sull'esistenza di un manoscritto di 70 pagine riconducibile a Pasolini. «Se questo capitolo esiste, come è arrivato nelle mani di Dell'Utri? Chi lo ha portato via da casa Pasolini, chi lo ha consegnato a mani diverse di quelle della famiglia o dei curatori dell'opera di Pasolini? - afferma Veltroni -. Ma se, come dice la famiglia, questo capitolo non esistesse, di cosa stiamo parlando?». L'ex segretario del Pd non ha dubbi, «ci troviamo in una fattispecie di reato», e l'intervento del governo è indispensabile: «Non si tratta solo di una discussione di carattere letterario, ma di qualcosa di più importante che ha a che fare con la parte più oscura della storia italiana».



Veltroni (Emblema)BONDI: FARE LUCE - In Aula Veltroni ha riletto alcune interviste di Dell'Utri in cui il senatore spiegava che le pagine del manoscritto avrebbero contribuito «a fare luce sulla morte di Pasolini, su alcune vicende dell'Eni, sulla morte di Enrico Mattei, su Cefis». Secondo l'ex sindaco di Roma, «sulla morte di Pasolini deve essere fatta luce. Ci sono state sentenze contraddittorie, dal punto di vista storico rimangono moltissimi dubbi accompagnati da una parte consistente dell'opinione pubblica». Un passaggio, questo, su cui il ministro della Cultura ha convenuto: «Sono interessato a capire, a fare luce sulla vita di uno dei più grandi intellettuali del nostro Paese, sulla sua vita drammatica e su degli aspetti ancora oscuri del nostro Paese» ha detto Bondi spiegando di avere preso «contatti diretti» con Dell'Utri, «il quale mi ha confermato che effettivamente avrebbe letto un manoscritto di circa 70 pagine che avrebbe dovuto costituire un capitolo del romanzo». Veltroni ha ribadito che «Dell'Utri, come prima cosa, avrebbe dovuto rivolgersi all'autorità giudiziaria».


BONDI: FARE LUCE - In Aula Veltroni ha riletto alcune interviste di Dell'Utri in cui il senatore spiegava che le pagine del manoscritto avrebbero contribuito «a fare luce sulla morte di Pasolini, su alcune vicende dell'Eni, sulla morte di Enrico Mattei, su Cefis». Secondo l'ex sindaco di Roma, «sulla morte di Pasolini deve essere fatta luce. Ci sono state sentenze contraddittorie, dal punto di vista storico rimangono moltissimi dubbi accompagnati da una parte consistente dell'opinione pubblica». Un passaggio, questo, su cui il ministro della Cultura ha convenuto: «Sono interessato a capire, a fare luce sulla vita di uno dei più grandi intellettuali del nostro Paese, sulla sua vita drammatica e su degli aspetti ancora oscuri del nostro Paese» ha detto Bondi spiegando di avere preso «contatti diretti» con Dell'Utri, «il quale mi ha confermato che effettivamente avrebbe letto un manoscritto di circa 70 pagine che avrebbe dovuto costituire un capitolo del romanzo». Veltroni ha ribadito che «Dell'Utri, come prima cosa, avrebbe dovuto rivolgersi all'autorità giudiziaria».




Veltroni ha ribadito che «Dell'Utri, come prima cosa, avrebbe dovuto rivolgersi all'autorità giudiziaria».

Rolling Eyes ... resta da capire da chi ha avuto l'autorizzazione Dell'Utri a leggere le circa 70 pagine ... Shocked
Stefania Nicoletti - Lun Mar 22 2010, 12:48:23
Oggetto:
E la lotta tra i poteri continua...



LA LETTERA - L’ESPONENTE DEL PD: «PELOSI NON AGÌ DA SOLO. LE PROVE CI SONO»
«Il sangue, i vestiti, il plantare
Riapriamo il caso Pasolini»

Veltroni scrive ad Alfano: «Oggi la scienza
può dirci la verità su quel delitto»



Gentile Ministro Alfano, vorrei cominciare questa lettera aperta con parole che vengono da lontano nel tempo: «Ritiene il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all’Idroscalo il Pelosi non era solo». È così che il presidente del Tribunale dei minorenni Alfredo Carlo Moro fissò il suo giudizio e il senso della sentenza con la quale il Pelosi fu condannato a quasi dieci anni di reclusione per l’uccisione di Pier Paolo Pasolini, intellettuale italiano. Le sentenze successive hanno confermato la responsabilità del ragazzo ma hanno sostenuto che lui fosse solo, quella notte. La verità processuale è fissata in quel giudizio della sentenza di secondo grado: «È estremamente improbabile che Pelosi abbia potuto avere uno o più complici». «Estremamente improbabile» non significa «assolutamente impossibile». D'altra parte quel ragazzo, uno che sembrava sociologicamente e fisicamente l'incarnazione di un personaggio pasoliniano, aveva fornito una confessione piena che escludeva il concorso di altri. Dunque perché cercare ancora?
Ma l’inchiesta, come hanno documentato in modo inappuntabile su «Micromega» Gianni Borgna e Carlo Lucarelli, fece acqua da tutte le parti. Come molte indagini di quegli anni. Ho rivisto in tv, in questi giorni, le immagini girate da quel grande giornalista che si chiamava Paolo Frajese a via Fani il sedici marzo del 1978, giorno del rapimento di Aldo Moro, presidente della Dc e fratello del giudice Alfredo Carlo. Frajese faceva il suo dovere indugiando con il suo cameraman in mezzo ai corpi riversi a terra, ai berretti delle false divise, ai bossoli dei colpi sparati da terroristi e dai poveri agenti della scorta. C’erano decine di persone che passeggiavano sulla scena del più clamoroso attacco alla Repubblica. Qualcuno calpestava i proiettili, qualcun altro armeggiava con le portiere delle auto. Una follia. E non credo che ci appaia così solo perché ora tutti hanno imparato dall’America che la prima cosa da fare è isolare la scena del delitto. Era una follia, e peggio, anche allora. Era successa la stessa cosa nelle ore immediatamente successive all’omicidio di Pasolini nel buio desolato dell’Idroscalo di Ostia. Quando la polizia si era portata lì, nelle prime ore del mattino, c’erano dei curiosi attorno al corpo e di lì a poco, nel campetto attiguo, si sarebbe giocata una partita di calcio con tanto di pallone che cadeva nella zona del delitto e veniva rinviata da poliziotti gentili. Spariscono tracce, specie quelle degli pneumatici e dei passi. Indizi che credo sarebbero stati utili per accertare quante persone si fossero trovate lì e la dinamica dei fatti. L'automobile, la «stanza» fondamentale delle prove, viene consegnata alla scientifica solo quattro giorni dopo il delitto. In quella Alfa 2000 ci sono un maglione e un plantare per scarpe che non appartengono né a Pasolini né a Pelosi. C'è sulla portiera del passeggero, non quella del guidatore nella quale il ragazzo dice di essersi infilato di corsa per fuggire, una macchia di sangue, come l'impronta di una mano appoggiata. Ma l’auto, nel deposito della polizia, era rimasta aperta e sotto la pioggia.

Poi c’è un altro particolare. Pelosi ha solo un graffio sulla testa e una macchia di sangue sul polsino. È assai strano che sia così se le cose sono andate come lui ha raccontato, se c’è stata la feroce colluttazione che il ragazzo descrive nel suo volume «Io, angelo nero»: «Lui si trasformò in una belva. I suoi occhi erano rossi rossi e i tratti del viso si erano contratti fino ad assumere una smorfia disumana... Lo stesso bastone me lo tirò in testa, io mi sentii spaccare in due, il cuore mi batteva fortissimo. Lui si fermava poi ribatteva ancora... Fatto qualche metro mi afferrò e mi tirò un cazzotto sul naso...», poi il racconto di una rissa selvaggia. Pasolini verrà ritrovato pressoché irriconoscibile, un «grumo di sangue». Ma a Pelosi basta, come raccontò, fermarsi ad una fontanella. Potrei continuare. Ma vorrei tornare alle parole del giudice Moro. Non credo che fosse un «complottista». Credo avesse osservato dati di fatto e incongruenze. Chi poteva avere interesse ad uccidere Pasolini? Sulle colonne di questo giornale aveva scritto meno di un anno prima il famoso articolo «Il romanzo delle stragi », quello in cui diceva di sapere «i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer o sicari... Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore che... coordina anche fatti lontani, che mette insieme pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero».

Non so se queste parole abbiano preoccupato qualcuno, se abbia preoccupato il lavoro che conduceva per la scrittura di «Petrolio». Ma erano anni bastardi, non dimentichiamoli. Anni in cui da destra e da sinistra venivano compiuti, come fossero normali, atti inauditi. Ai quali spesso seguivano appelli ben firmati per la libertà dei responsabili. Come accade per gli assassini dei fratelli Mattei che ora sono liberi in Sudamerica. Anni bastardi, nei quali poteva bastare essere una donna e civilmente impegnata per essere sequestrata e violata, come accadde a Franca Rame. Anni nei quali si facevano stragi e si ordivano trame. Non bisogna essere «complottisti» per domandarsi cosa diavolo c'entrasse la banda della Magliana con la scomparsa di una giovane cittadina vaticana o con l'intricata vicenda del Banco Ambrosiano o con il rapimento di Moro. Ma al di là delle convinzioni personali e persino al di là della ricerca di una matrice politica del delitto Pasolini esistono una serie di evidenze sulle quali oggi forse si può fare chiarezza. E non solo perché nel 2005 Pelosi ha ritrattato tutto dichiarando che ad uccidere Pasolini erano stati tre uomini che lui non conosceva. Ha detto molte verità il ragazzo e, dunque, forse nessuna verità. Mi domando che interesse avesse, in quel momento, a riaprire una vicenda per la quale aveva già scontato la pena. Mi domando se forse il tempo passato non avesse rimosso ciò che, negli anni del delitto, gli faceva paura.

Ma non conta. Stiamo ai dati di fatto: il paletto insanguinato, i vestiti, il plantare. Oggi le nuove tecnologie investigative consentono, come è avvenuto per via Poma, di riaprire casi del passato. Anche qui voglio usare parole non mie ma quelle che nascono dall’esperienza di Luciano Garofano, che ha diretto il Reparto Investigazioni scientifiche di Parma. Garofano è coautore con il biologo Gruppioni e lo scrittore Vinceti di un libro che si è occupato del caso Pasolini. «Oltre alle analisi del Dna che si potrebbero effettuare su molti reperti (alcuni dei quali mai sufficientemente presi in considerazione: il plantare, il bastone, la tavoletta...), attraverso lo studio delle tracce di sangue e di sudore, le scienze forensi vantano oggi un nuovo, importante alleato... La disponibilità degli abiti di Pasolini ma soprattutto quelli di Pelosi, ci consentirebbe di ottenere importanti informazioni sulla modalità dell’aggressione. Dallo studio delle macchie di sangue ancora presenti, si potrebbe infatti stabilire (e magari confermare) la tipologia di armi usate per colpire, le posizioni reciproche dell’omicida e della vittima e riscontrare quindi l’attendibilità della versione fornita allora da Pelosi... Un caso che, come tanti altri enigmi del passato, non possiamo considerare chiuso».

Ecco, signor Ministro, è questo che voglio chiederle. Per questo, come per altri fatti della orribile stagione del terrore (come il caso di Valerio Verbano o gli altri che con il sindaco Alemanno abbiamo proposto alla sua attenzione) ora si può, si deve continuare a cercare la verità. Forse saranno smentite le convinzioni del giudice Moro, forse ci sarà una nuova ricostruzione. I magistrati a Roma hanno lavorato con dedizione e scrupolo alla soluzione del delitto di uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo. Ora la scienza e le tecnologie possono aiutarci a dire una parola definitiva. E lei, fornendo un impulso all’iniziativa della giustizia potrà assolvere ad una funzione assai rilevante. Conviviamo da anni con un numero di ombre insopportabile. Più ne dissiperemo e meglio sarà per tutti noi, per il nostro meraviglioso Paese. E più ancora della verità giudiziaria credo ci debba oggi interessare la verità storica. Grazie, Signor Ministro, della sua attenzione.

Walter Veltroni

22 marzo 2010



Brando - Mar Mar 23 2010, 18:01:43
Oggetto:

Riccardo Terzo - Ven Mar 26 2010, 08:59:40
Oggetto:
sono d'accordo: quello di dell'utri è un messaggio

ma chi è luomo uccizo a bastonate a Palermo?
+C.S.P.B.+ - Ven Mar 26 2010, 10:01:50
Oggetto:
secondo Il Fatto, le bastonate rigurardano la trattativa con la mafia, secondo me abbastanza verosimilmente.


Anonymous - Mer Mar 31 2010, 15:38:28
Oggetto:


Pasolini, un video con la voce di Citti
è la nuova carta della famiglia


AGLI atti di una verità processuale (e non solo) ancora monca, non mancherebbe soltanto il capitolo di un libro (Petrolio). Mancano anche trenta minuti di pellicola a "futura memoria" che nell'autunno del 2005 vennero girati in una casa di Fiumicino, accanto al letto di morte in cui si stava lentamente spegnendo Sergio Citti, l'attore e il regista che con Pier Paolo Pasolini aveva condiviso una vita. Dietro la macchina da presa, il regista Mario Martone. A porre le domande, l'avvocato Guido Calvi, legale della famiglia Pasolini. Che oggi ricorda: "Avevo saputo che la prima settimana del novembre '75, pochi giorni dopo la morte di Pier Paolo, Citti con la sua cinepresa in superotto era andato all'Idroscalo di Ostia per fissare la scena del crimine. Era una pellicola muta e nondimeno un documento eccezionale". "Perché restava e resta - continua l'avvocato Calvi - la sola ricognizione visiva di un luogo cui, diciamo per imperizia, polizia e carabinieri, la mattina del 2 novembre '75, diedero libero accesso, lasciando che venissero cancellate tracce verosimilmente utili alle indagini. Ebbene, Citti era l'unica persona in grado di commentare quelle immagini mute. E così, decisi di fargliele spiegare di fronte a una telecamera. Ricordo che con Martone ci sistemammo nel salone della sua casa di Fiumicino. Avviammo la proiezione del superotto su un grande schermo e Citti cominciò il suo racconto".

A differenza delle pagine asseritamente scomparse di Petrolio, la testimonianza di Citti sarà presto consegnata da Calvi alla Procura di Roma che ha per la terza volta riaperto l'indagine sull'omicidio. Anche perché in quelle immagini si documenta come, per quanto compromessa, la scena del crimine fosse ancora in grado di "parlare". Di confermare quello che Pino Pelosi avrebbe ammesso solo con il tempo (nel 2005). Che ad uccidere Pasolini, la notte tra l'1 e il 2 novembre del '75, furono più uomini. Una verità, questa, per altro già testimoniata 35 anni fa dalle tracce biologiche presenti sulla macchina di Pasolini (una macchia di sangue sul lato del passeggero che non apparteneva né al regista né a Pelosi), da ciò che venne ritrovato al suo interno (un maglione e un plantare di scarpa, anche questi di ignoto proprietario), dall'assenza di qualsiasi traccia di colluttazione sul corpo e sugli abiti di Pelosi al momento del suo arresto, poco dopo l'omicidio. E tuttavia mai esplorata fino in fondo. Se non con due indagini riaperte e quindi archiviate in questi ultimi anni dalla Procura di Roma.

Ricorda ancora Calvi: "Citti era convinto, e la sua testimonianza video ne dà conto, che Pasolini venne attirato in una trappola. A suo dire, erano state rubate alcune pizze di Salò e Pelosi fu l'esca che lo convinse quella notte che era possibile recuperarle e che dunque lo spinse a raggiungere Ostia". Gli assassini forse lo seguirono. Forse lo aspettarono all'Idroscalo. È certo che il regista, prima di essere sopraffatto, lottò con i suoi assassini. Il suo sangue, le ciocche dei suoi capelli vennero repertate in un raggio di settanta metri. Una mattanza di cui Pelosi fu testimone, verosimilmente senza mai scendere dalla macchina.

Su un punto, del resto, Calvi è propenso a ritenere più che attendibile la ricostruzione di Citti. "Quell'ultima notte, Pasolini cenò due volte. E per due volte raggiunse la stazione Termini. Soprattutto, percorse 150 chilometri per raggiungere l'Idroscalo di Ostia dal quartiere di san Lorenzo, poco più di 30 chilometri in linea d'aria. Una distanza dunque incompatibile per chi cercava semplicemente un luogo in cui appartarsi per un rapporto sessuale".

°°°°


Dai misteri dell'omicidio al capitolo "fantasma" del suo ultimo romanzo
La fine dello scrittore resta un giallo. Di cui oggi si torna a discutere
Chi scriverà l'ultima pagina
del mistero Pasolini
di CARLO LUCARELLI


.....

Di elementi concreti per dubitare della verità ufficiale sulla morte di Pasolini ce ne sono molti. Intanto quelli "scientifici". Il primo è rappresentato da Pasolini stesso, dal suo corpo. Come fece notare il professor Faustino Durante con la sua autopsia di parte, Pasolini non poteva essere stato ucciso soltanto da Pino Pelosi e nel modo in cui questo lo aveva descritto. Un uomo atletico ridotto ad un "grumo di sangue", come lo descrisse la perizia, da un ragazzino come Pelosi, non per nulla soprannominato Pino La Rana, che compie quel massacro con due tavolette di legno e senza sporcarsi di sangue.

Poi la macchina di Pasolini, le tracce di sangue ritrovate sulla carrozzeria ed altri elementi al suo interno, la ricognizione del luogo del delitto fatta pochi giorni dopo da Sergio Citti e ripresa in un filmato, l'assurdità del giro compiuto da Pasolini quella notte che andrebbe fino a Ostia per appartarsi con un ragazzino, tutto concorre a ricostruire una diversa dinamica dell'omicidio.

Poi ci sono le testimonianze. Quelle raccolte a caldo sul luogo del delitto e in questura tra gli amici di Pino Pelosi che stavano con lui quel giorno, quelle fornite più tardi - e mai veramente verificate - di Sergio Citti e altri amici di Pasolini. Sono testimonianze che ribaltano l'immagine iniziale di questo brutto film noir che da allora ci proiettiamo nella testa, quello del predatore, che gira per la stazione come uno squalo in cerca di un ragazzino. Fanno pensare a Pasolini che va davanti alla stazione per un appuntamento preciso. Per incontrare qualcuno.

A quelle si aggiunge la testimonianza stessa di Pino Pelosi, che nel 2005 ritratta la sua confessione e fornisce della morte di Pasolini una versione molto più in linea con le risultanze scientifiche: Pier Paolo Pasolini è stato ucciso da più persone che gli avevano teso un agguato.

Nei cosiddetti misteri italiani in assenza di una verità accettata o accettabile la spiegazione che sembra più probabile sulla base di elementi concreti va in cima alla lista.

Anonymous - Gio Apr 01 2010, 16:15:46
Oggetto:
IL CORPO INSEPOLTO DI PASOLINI
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Il corpo di Pier Paolo Pasolini è ancora ingombrante e simbolicamente insepolto, così come quello di Aldo Moro, due morti eccellenti, e per molti versi misteriose, intorno a cui si agitano politici, intellettuali, investigatori, critici, scrittori e poeti. Il 22 marzo scorso Walter Veltroni, politico di rango, e anche autore di successo, ha inviato al Ministro Alfano una lettera per chiedere la riapertura delle indagini con metodi scientifici, da RIS, del delitto di cui fu vittima la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 il poeta. All’inizio del medesimo mese un altro politico, il senatore Marcello Dell’Utri aveva annunciato l’esistenza di un capitolo “rubato” di Petrolio, opera postuma di Pasolini, trafugato, si dice, dalla casa romana dell’autore dopo la sua morte. Il capitolo, che doveva essere esposto alla mostra del Libro Antico, di cui Dell’Utri è il motore, a Milano il 12 marzo. Come i giornali hanno documentato, quel manoscritto scomparso all’esposizione non c’era: sparito prima di essere mostrato in pubblico. Una storia strana che ha dato subito da scrivere a molti per via dell’alone di mistero che aleggia intorno al senatore, intimo di Silvio Berlusconi e fondatore di “Forza Italia”. Da ultimo, l’articolo apparso sul settimanale “L’espresso” in edicola il 26 marzo, a firma di Carla Benedetti.

In questo pezzo l’autrice racconta di essere andata a verificare di persona alla mostra del libro antico e di aver constatato l’assenza del capitolo, probabilmente quello intitolato “Lampi sull’Eni”, in cui si stabilirebbe una connessione tra l’uccisione di Enrico Mattei, presidente dell’ente petrolifero di Stato, ed Eugenio Cefis, misterioso manager, capo della Montedison. Il pezzo della Benedetti e la lettera di Veltroni avanzano l’ipotesi che il delitto Pasolini possa essere collegato con ciò che il poeta avrebbe scoperto della oscura vicenda Mattei-Cefis; il capitolo scomparso di Petrolio ne sarebbe la prova. Lampi sull’Eni sarebbe perciò la vera causa della sua morte. Non dunque un delitto a sfondo sessuale, bensì un delitto politico per le verità nascoste scoperte da Pasolini. Ne darebbe ulteriore testimonianza il celebre articolo, più volte citato da molti, Cos’è questo golpe, apparso sul “Corriere della Sera” il 14 novembre 1974, e poi raccolto in Scritti corsari, in cui Pasolini diceva io so chi sono i responsabili delle stragi. Carla Benedetti cita un libro presente nella mostra di Milano, Questo è Cefis, esposto accanto alle prime edizioni di Pasolini – Dell’Utri è un celebre bibliofilo –, e insieme a un altro misterioso volume, L’uragano Cefis di Fabrizio De Marsi. L’articolo, Giallo Pasolini, prefigura un altro dei “misteri italiani”, l’ennesimo, in cui il più celebre e scandaloso intellettuale italiano, scopre i segreti di una trama che poi lo travolge. Ne è convinto il giudice Vincenzo Calia, della Procura di Pavia, che ha avviato nuove indagini sul delitto Mattei. In una conversazione notturna con la Benedetti e Gianni D’Elia, autore di un libro sull’argomento, il petrolio delle stragi (Effige 2005), Calia conferma alla Benedetti che lo scrittore può essere stato fatto fuori per quello che aveva scoperto.
Come in un romanzo giallo tutto dunque ruota intorno a un misterioso volume, presente nella mostra milanese: Questo è Cefis. Sulla copertina c’è il nome di Giorgio Steimez; l’editore si chiama Ami, ovvero Agenzia Milano Informazioni con sede a Milano, di cui era titolare il giornalista Corrado Ragozzino. Subito ritirato, il libro è un atto di accusa contro Cefis, ed è oggi una preziosità libraria per studiosi dei complotti italiani, così come l’altro citato nell’articolo dalla Benedetti, L’uragano Cefis, probabilmente edito da Flan.

Che nel delitto di Pasolini vi siano molti punti oscuri è senza dubbio vero. Che le indagini non furono condotte in modo scrupoloso, come scrive Veltroni nella sua lettera al Ministro della Giustizia, è altrettanto vero, ed è anche possibile che con gli strumenti scientifici attuali – tipo carabinieri del RIS – si sarebbero chiariti molti punti oscuri. Delle contraddizioni delle indagini hanno scritto Gianni Borgna e Carlo Lucarelli in un saggio “Così morì Pasolini” (“Micromega”, 2005). L’ipotesi di fondo è che l’assassino dello scrittore e regista, Pino Pelosi, non fosse solo. Da qui si dipartono due ipotesi: la prima che sia stato ucciso da un gruppo di persone in rapporto con Pelosi collegate al sottobosco della prostituzione maschile, o qualcosa del genere; la seconda che il delitto sia invece politico, come insiste da tempo Carla Benedetti e altri con lei.

Ora l’articolo pubblicato su “L’espresso” ruota intorno al capitolo scomparso di Petrolio, che non sappiamo se esiste davvero, e sul romanzo stesso che era sul punto di smascherare il complotto contro Mattei. Il perno sarebbe appunto il libro di Steimez, una tesi esposta nell’ultimo capitolo del libro di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Profondo nero (Chiarelettere, 2009). Dunque Pasolini era a conoscenza di cose che altri non sapevano? Si era così spinto avanti nella ricerca della verità su Cefin, Mattei e l’Eni da mettere a repentaglio la propria vita? Per rispondere a queste domande basta andare in libreria e comprare l’ultima edizione di Petrolio. Non quella edita da Einaudi nel 1992, ma quella attualmente a diposizione: copertina nera con una striscia bianca; un Oscar Mondadori curato da Silvia De Laude, uscito nel 2005, e da poco ristampato in una nuova veste grafica. De Laude è la curatrice delle opere di Pasolini nei Meridiani, di cui ha composto anche le note. Nel 2005 quando ha curato l’edizione economica – sconosciuta sia agli autori di Profondo nero sia probabilmente anche a Carla Benedetti – ha aggiunto delle note particolarmente dettagliate. Riguardano le fonti utilizzate dal poeta per comporre le diverse parti di Petrolio, libri e giornali consultati. Silvia De Laude ha utilizzato due strumenti: la cartella dove Pasolini archiviava i ritagli dei giornali e le fotocopie, ora conservata al Gabinetto Vieusseux di Firenze accanto all’autografo del romanzo e un lavoro svolto per una tesi di laurea da Iolanda Romualdi, la quale ha identificato con certosina pazienza le fonti giornalistiche utilizzate. Niente di segreto, dunque, ma tutto già ampiamente noto. Nell’avvertenza De Laude elenca gli articoli di giornale consultati (dal “Corriere” all’”Unità”) e poi il fascicolo della rivista “L’Erba Voglio” di Elvio Fachinelli, dove era riportato un discorso di Cefis all’Accademia Militare di Modena, altri due discorsi tenuti dal manager, e la fotocopia del libro di Giorgio Steimetz: Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, Ami, Milano 1972. Questa gli era stata fornita da Fachinelli stesso che gli aveva procurato anche altri materiali. Nelle note al libro, a partire dalla nota numero 12, De Laude cita passi del volume e li mette in rapporto con le pagine di Petrolio. Vi si segnalano inoltre due articoli apparsi su “L’espresso”, a firma di Giuseppe Catalano, nell’agosto del 1974, che impressionarono molto Pasolini, dedicati al rapporto tra Cefis e i servizi segreti; lo scrittore aveva ripreso nel romanzo rapporti redatti dal Sid, il servizio segreto, pubblicati sul settimanale romano e riguardanti Francesco Forte, socialista, vice presidente dell’Eni. Tutto quanto sta nella cartellina al Vieusseux. Si tratta perciò di materiale già noto, citato anche da altri, che circolava nei giornali, non di rivelazioni segrete, su cui Pasolini ha intessuto la sua complessa trama narrativa che, per quanto realistica, sconfina nella particolare visionarietà che possiedono le pagine dello scrittore, una visionarietà più vera del vero stesso. Tutto questo sarebbe il materiale che giustifica il delitto politico del più famoso intellettuale italiano, cineasta celebrato in tutto il mondo, poeta e collaboratore delle pagine del “Corriere della sera”? Cosa sapeva di più e di diverso, se le sue fonti erano quelle note al mondo giornalistico dell’epoca, citate da altri, pubblicate in volumi che, per quanto presto scomparsi, potevano essere fotocopiati e diffusi da Elvio Fachinelli? Si uccide uno scrittore per questo?

La mia risposta è no. Il delitto Pasolini resta ancora oscuro, tuttavia far di lui, come accade, oltre che un santo e martire, anche lo scandaglio dei misteri italiani, mi pare eccessivo e sicuramente lontano dal vero. L’articolo di Carla Benedetti in realtà funziona come un sintomo, a sua volta veritiero, di un problema rimosso. Lo dice con evidenza la chiusa stessa del pezzo apparso su “L’espresso”, là dove la Benedetti scrive in tono sublime: “Non ci sarà pace finché il mondo resterà così fuori dai suoi cardini, con i colpevoli impuniti e le storie letterarie che raccontano di Pasolini ucciso mentre tentava di violentare un ragazzo”. La vera omissione è proprio quella: non accettare il contesto e la situazione in cui Pasolini si è trovato. Non accettare la sua omosessualità, la sua attrazione non per il mondo gay – parola che il poeta rifiutava, come si evince da due saggi compresi in Scritti corsari –, ma per i ragazzi eterosessuali, per qualcosa che oggi si chiamerebbe pederastia, su cui con la sua solita intelligenza e ironia Alberto Arbasino si è più volte soffermato. Questo è il vero problema su cui nessuno, o quasi, si misura, questo lo scandalo, nel senso evangelico della parola: pietra d’inciampo. L’omosessualità rimossa di Pasolini è trattata come una sorta di vizietto, un elemento su cui sorvolare, mentre costituisce la radice vera della sua lettura della società italiana, l’elemento estetico su cui egli ha fondato la critica della società dei consumi. Le lucciole, scomparse per via dell’inquinamento di fiumi e rogge non sono solo la metafora della modernizzazione senza sviluppo denunciata da Pasolini, ma anche della scomparsa dei ragazzi eterosessuali disposti all’incontro sessuale con lui. Le lucciole sono i ragazzi stessi.

In un libro, credo ignorato dai più, ma assai acuto e insieme delicato e poetico, Breve vita di Pasolini, edito da Guanda, il cugino di Pier Paolo, Nico Naldini, ha spiegato a suo modo, non troppo lontano dal vero, cosa successe quella notte a Ostia. L’ultimo capitolo di quel libro sarebbe da trascrivere qui tutto, ma non è possibile. Naldini dice di non credere al complotto e probabilmente neppure all’esecuzione del branco. I motivi che adduce fanno riflettere, e gettano uno sguardo differente sull’intera vicenda. Anche quella di Naldini, anche lui omosessuale, poeta e scrittore fine e sottile, è una visione. L’ultima notte Pier Paolo la trascorse al ristorante con Ninetto e sua moglie. Poi incontrò Pino Pelosi che era, in quel punto della vita, nella fase di un Kairos adolescenziale: a Pasolini rammentava le fisionomie delle sue amicizie borgatare. Questo accese il desiderio: un ritorno al passato. “Se il desiderio è solo libidine, esige un rapido appagamento. Ma se esso si allunga in aspettative voluttuose – scrive Naldini – e se l’immaginazione è colpita dal ritorno del “sopravvissuto”, gli atti che si sono succeduti in quella sera trovano una collocazione”. I due siedono al ristorante. Pier Paolo ha già mangiato, ma ordina per il ragazzo e una birra per sé, ma anche “per darsi un contegno”. Comincia a far domande. Si sente senza dubbio attratto, ma non gli basta la concupiscentia oculorum. Nella sosta al ristorante la Medusa si palesa attraverso i tratti del ragazzo, e questo “gli fa perdere il senso del pericolo proveniente da una generazione che si è smarrita nei confini tra il bene e il male”. Nell’auto avviene il primo scambio sessuale. Forse non a caso il luogo dove si trovano è quello in cui due anni prima Pasolini ha girato la scena più erotica di un suo film.

La visione di Naldini a questo punto s’inoltra in un terreno friabile, difficile, eppure pertinente. Ci dice qualcosa sul desiderio omosessuale che non si legge quasi mai se non nei romanzi, cioè nella letteratura: “A differenza di quanto avviene nella sessualità femminile, un ragazzo non può simulare attrazione”. Anche se è stato abbordato per strada o in un luogo preciso, se ha risposto all’invito di uno sconosciuto, “è il ragazzo che quasi sempre sceglie sia pure inconsapevolmente il suo partner”. In quella sera di quindici anni fa “la disponibilità del ragazzo è fatale per Pasolini”. Egli l’ha sentita probabilmente come un’apertura ad un altro genere di complicità, e proprio questo ha spinto l’uomo a compiere un gesto inequivocabile il quale ha indotto nel ragazzo un elemento di terrore, “come una rivelazione implicita o l’atto offensivo di una supposizione”. Ecco, scrive Naldini, questa è la situazione “in cui si accetta il proprio destino o lo si rifiuta; ma c’è una sospensione tra le due cose, la violenza diventa tanto maggiore”. In Pelosi si scatena una violenza inaudita: non solo violenza contro l’incubo dell’altro, ma “pura hybris di fuggire da se stesso”. Per questo fugge da sé passando e ripassando con l’automobile sul corpo dell’uomo. Quando si sederà sulla poltrona di uno studio televisivo – le dichiarazioni fatte anni dopo che hanno indotto a molti a ritenere che il delitto non fosse stato commesso da lui solo –, dice Naldini, “nessuno sa più che cosa egli sia”:“Una forma umana di genere indefinito, una forma dilavata dall’interno e fuori che può esternare qualsiasi cosa”.

Qui termina il racconto e il libro stesso. Una visione, non una certezza processuale. Ma cosa può fare un poeta, uno scrittore e persino un critico se non muoversi tra le visioni e la forma letteraria che esse prendono. Questo era il metodo stesso di Pasolini, la sua forza, per cui, come mi è capitato di scrivere, è quella di colui che ha sempre ragione anche quando ha torto. La sorpresa è dunque di scoprire che, non solo la sua particolare omosessualità venga rimossa, a sinistra come a destra, ma che la sua lezione poetica e intellettuale disattesa dai suoi seguaci e difensori. Il delitto Pasolini non è un delitto politico perché operato per far tacere uno che “sapeva” la verità su un attentato o una strage, ma perché è stato ucciso un poeta che diceva verità scomode usando la parole e le immagini, uno che gettava il suo corpo nella lotta, uno che praticava lo scandalo di contraddirsi, che non scopriva segreti occulti, ma che rivelava tutto quello che era già evidente, e che nessuno voleva davvero vedere: “Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere/ con te e contro di te; con te nel cuore,/ in luce, contro di te nelle buie viscere”.

Forse è venuto il tempo di seppellire il corpo insepolto di Pasolini, di comportarsi con lui così come lui si è comportato con noi. I maestri si mangiano in salsa piccante, dice il Corvo in Uccellacci e uccellini. Sarà un pasto duro e una digestione lunga e difficile, ma abbiamo abbastanza salsa. Dimenticare Pasolini per ricordarlo davvero. Ai poliziotti e ai tribunali spetta un altro lavoro. Non credo che sia propriamente il nostro.

Marco Belpoliti
Fonte:

Link:

1.04.2010

a questo indirizzo c'è anche la foto del cadavere di Pasolini

orribilmente sfigurato.

BS - Sab Apr 03 2010, 00:59:05
Oggetto:
kojiki ha scritto:
IL CORPO INSEPOLTO DI PASOLINI
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Il corpo di Pier Paolo Pasolini è ancora ingombrante e simbolicamente insepolto, così come quello di Aldo Moro, due morti eccellenti,...

a questo indirizzo c'è anche la foto del cadavere di Pasolini

orribilmente sfigurato.


non è solo sfigurato, è messo in posa, con il dito indice a puntare proprio "lì".
E' messo in posa come questo:


data la Pasqua, buona Pasqua*)
Riccardo De Benedetti - Gio Apr 08 2010, 12:13:09
Oggetto:
Su Pasolini vorrei riproporre un'ipotesi piuttosto allucinante che avevo già espresso sul blog più di un anno fa, cioè un legame apparentemente insignificante coi delitti compiuti dai Mostri di Firenze. Ovvero, Pasolini e Pelosi erano in auto isolati e stavano per aver un rapporto sessuale. Tutto quà. Poi per il resto non c'è nient'altro che leghi le due vicende, nessun proiettile Winchester H sparato, nessun coltello, solo oggetti contundenti per di più mai ritrovati e Pino Pelosi detto la Rana che anziché venire ucciso a sua volta viene fatto passare come unico esecutore dell'omicidio. Se poi fosse una sera di novilunio, questo lo ignoro.

Trovo interessanti anche i nomi dei due personaggi protagonisti della vicenda...
PIER PAOLO PASOLINI e PINO PELOSI, cinque PAROLE che iniziano tutte per P.
E altrettanto interessante è che il luogo dell'omicidio fu il Lido di OSTIA. Come se quella notte dovesse avvenire una sorta di COMUNIONE.

Magari, come spesso capita nei miei deliranti commenti, sono solo ipotesi campate per aria, eppure non so perché a me sembrano quasi logiche.
Anonymous - Gio Apr 08 2010, 16:46:39
Oggetto:
Talvolta le opinioni più strambe sono invece quelle più veritiere... ormai capendo la stranezza del sistema in cui viviamo mi pare logico che le verità siano tutte o quasi alquanto strane!
oscillator - Ven Apr 16 2010, 14:12:12
Oggetto: Supertestimone rivela: «Ecco l'auto che uccise Pasolini...&q
Riporto dal Messaggero di oggi:

Supertestimone rivela: «Ecco l'auto
che uccise Pasolini, so chi la riparò»

Interrogato dal pm: fa i nomi di chi conoscerebbe la verità

di Claudio Marincola:

ROMA - E’ stato ascoltato dal pm per più di due ore. Ha fatto nomi, fornito dettagli, descritto persone. Si chiama Silvio Parrello, 67 anni, in arte “er pecetto”, soprannome col quale viene citato anche nel romanzo “I ragazzi di vita” (1955). Conobbe Pasolini ai tempi in cui lo scrittore viveva in via Fonteiana, a due passi dalla case popolari di via Donna Olimpia. Per anni ha raccolto informazioni, confidenze di piccoli e grandi malavitosi, indiscrezioni, ma non solo voci.

Certe cose Parrello, insomma, le ha sempre dette. Solo che questa volta davanti a lui c’era Francesco Minisci, un pm che all’epoca aveva solo 3 anni. Parrello è stato convocato venerdì scorso come «persona informata dei fatti». La sua testimonianza era stata già registrata e raccolta dall’avvocato romano Stefano Maccioni e dalla criminologa Simona Ruffini.

Al pm “er pacetto” ha raccontato quello che nel quartiere si dice da sempre. Vale a dire che subito dopo la morte del poeta, un’Alfa Romeo quasi identica a quella di Pasolini, sarebbe stata portata in una carrozzeria sulla via Portuense. «Era sporca di sangue e di fango, aveva una botta sulla fiancata», ha detto Parrello al magistrato.

“Er pecetto” in passato era stato già sentito dall’allora presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino e dall’avvocato di parte civile Guido Calvi. Questa volta però ha fatto i nomi. Quello del carrozziere, e, in particolare, quello dell’amico dal quale ha raccolto tutte le sue confidenze. E ha anche aggiunto il nome di un altro carrozziere che vedendo l’Alfa in quello stato e collegandola al delitto si era rifiutato di ripararla.

Ad avvalorare la versione è la relazione del perito di parte Faustino Durante. Il primo ad ipotizzare subito dopo l’omicidio che a schiacciare Pasolini fosse stata un’altra auto. Lo sterrato dell’Idroscalo, scriveva il medico-legale, «era costellato di buche profonde, la coppa dell’olio situata a 13 cm dal suolo non recava tracce di strusciature e di urti, cosa che invece doveva avere. Il terminale della marmitta non evidenziava nessun segno di urti se non lateralmente, ma erano segni di vecchie ammaccature, il frontale dell’auto era privo di tracce sia di sangue, sia di capelli, sia di cuoio capelluto».

Visionario Parrello? Nuova pista? La risposta potrebbero darla i reperti conservati in uno scatolone al Museo criminologico di Roma, se analizzati con nuove tecniche investigative. Il pezzo forte è il plantare di una scarpa destra trovato nell’auto di Pasolini. Misura 41, «logoro e rovinato, non poteva appartenere certo a qualcuno ricco», indirizza i suoi sospetti Parrello. Un nome entrato e uscito dall’inchiesta, è quello di Johnny Lo Zingaro, al secolo Giuseppe Mastini, claudicante da quando in uno scontro a fuoco fu ferito al piede. Ex ergastolano attualmente in libertà vigilata.

A Parrello, un amico - di cui fa nome e cognome - avrebbe raccontato che a portare l’Alfa Romeo, «di colore azzurrino» nella carrozzeria di via Portuense sarebbe stato Antonio Pinna, esponente della malavita romana. «Pinna conosceva bene Pierpaolo e ha continuato a frequentarlo fino a pochi giorni prima dell’omicidio», ha spiegato Parrello, «Pasolini, del resto, aveva informatori e fonti personali anche in questo ambiente». In altre occasioni “er pecetto”, pittore-poeta, che ha uno studio in Via Ozenam, aveva tirato in ballo Pinna ma senza aggiungere altri particolari.

Antonio Pinna scomparve pochi giorni dopo l’inizio del processo, il 16 febbraio del 1976, «era un ottimo meccanico guidava l’auto alla grande» La sua Alfa fu trovata parcheggiata e abbandonata all’aeroporto di Fiumicino. E subito nel quartiere si collegò la scomparso al caso Pasolini. D’allora nessuno è più riuscito ad avere sue notizie. Neanche il figlio segreto, nato da una relazione prematrimoniale. Un signore che oggi ha circa 40 anni, vive nel Bergamasco e non ha mai smesso di cercare la verità sul padre.

La riapertura del caso era stata auspicata anche da Walter Veltroni, membro della Commissione parlamentare Anti-mafia e sollecitata dal ministro della Giustizia Angiolino Alfano. Pasolini fu ucciso all’Idroscalo di Ostia la notte del 1° novembre del 1975. Per l’omicidio fu condannato a 9 anni e 4 mesi di carcere Pino Pelosi che all’epoca aveva solo 17 anni. «Quella notte con me c’erano anche i due fratelli Borsellino», rivelò al Messaggero, nel luglio del 2008, Pino “la Rana”. Ammise per la prima volta di aver conosciuto Pasolini anche prima di quella notte fatale, «mi offrì da bere in un bar alla Stazione Termini, fu lui a presentarsi».

Fonte: Il Messaggero

Stefania Nicoletti - Mar Nov 02 2010, 17:32:13
Oggetto:
Adesso si svegliano tutti... dopo 35 anni.


LA NOTTE TRA L'1 E IL 2 NOVEMBRE DEL 1975
Pasolini, Ruffini: «Il movente della morte è più alto, occulto»
La criminologa che ha fatto riaprire il caso, concentra l'attenzione sul volume 21 di ''Petrolio''


Il mistero è ancora lontano dall'essere sciolto. La notte tra l'1 e il 2 novembre del 1975 Pier Paolo Pasolini veniva ucciso dal ragazzo di vita Piero Pelosi, reo confesso. Passano trentacinque anni: il 18 marzo 2010 Walter Veltroni svolge un'interrogazione parlamentare, chiedendo al Ministro Sandro Bondi di reperire il capitolo 21 del romanzo incompiuto "Petrolio" di cui il senatore Marcello Dell'Utri ha dichiarato di aver letto 78 delle 200 pagine. Il 23 marzo 2010 la Procura di Roma accoglie la richiesta di riapertura del caso, avanzata un anno prima dall'avvocato Stefano Maccioni e dalla psicologa specializzata in criminologia Simona Ruffini (audio) per conto del cugino di Pierapolo Pasolini, Guido Mazzon. La psicologa specializzata in criminologia è convinta che «la chiusura del caso è stata troppo frettolosa, non è plausibile. Sono state trascurate molte cose. Il movente è più alto, occulto».

Quali sono gli elementi e gli indizi da cui si riparte?
«Purtroppo l'auto dell'omicidio è stata distrutta molti anni fa, quindi non c'è più. Ma ci sono i reperti che si trovavano al suo interno. Stiamo spettando le operazioni peritali al Ris di Roma. Le impronte e le tracce su questi reperti erano notevoli».

A che punto sono le ricerche del capitolo finale del romanzo “Petrolio”?
«Dopo le dichiarazioni di Marcello Dell'Utri, non si è saputo più nulla. Il senatore dice di aver maneggiato queste veline, ma non sa riferire da chi le ha avute. Non esiste un capitolo “fisico”. Anche se chi ha letto il libro, sa perfettamente che non era neanche necessaria la presenza di quel capitolo: dal materiale che c'è si capisce di cosa si sta parlando».

Qual è secondo lei il reale movente della morte di Pasolini?
«In virtù delle acquisizioni ottenute in questi ultimi due anni, ci siamo resi conti che il movente per un litigio nato da una motivazione sessuale, è incompatibile rispetto alle risultanze emerse sia dalla scena del crimine, sia dalle acquisizioni delle varie testimonianze. La chiusura del caso è stata troppo frettolosa, non è plausibile. Sono state trascurate molte cose. Il movente è più alto, occulto».

E il reo confesso Pelosi?
«I ragazzi tirati in ballo rappresentano una manovalanza criminale utilizzata, forse anche a loro insaputa, per delle motivazioni più alte. Abbiamo acquisito testimonianze che parlano di legami di Pasolini con ambienti precisi nei quali stava indagando, legati al capitolo 21 di “Petrolio”. Forse Pasolini era giunto ad informazioni che stava o per rivelare o che avrebbe rivelato, che avrebbero messo in difficoltà persone importanti».

(valentina venturi)2010-11-02 16:10:04




"In virtù delle acquisizioni ottenute in questi ultimi due anni, ci siamo resi conti che il movente per un litigio nato da una motivazione sessuale, è incompatibile rispetto alle risultanze emerse sia dalla scena del crimine, sia dalle acquisizioni delle varie testimonianze." Ma va???
Conte Senza Palazzo - Sab Nov 06 2010, 15:33:24
Oggetto: Ucciso altre cento volte ancora
Da Repubblica Roma di mercoledì 3 novembre 2010, pagina 19
Ostia, il Pdl contro il sindaco "No al museo per Pasolini" - Ostia, il municipio contro Alemanno "Museo Pasolini, progetto calato dall'alto"
di Savelli Flaminia

La commemorazione di Pasolini è stata l'occasione per presentare ufficialmente il futuro dell'Idroscalo dedicato allo scrittore friulano: un polo museale da due milioni di euro d e ntro l' antica Tor San Michele e un parco naturale. Ma una consistente fetta della maggioranza ha preferito disertare in segno di protesta: «A Ostia ci sono già una scuola e un parco in memoria di Pasolini—dice Monica Picca (Pdl), presidente della commissione cultura del XIII municipio — lo spazio di quel museo potrebbe essere usato in molti altri modi e per altri artisti magari contemporanei. Inoltre, è gravissimo che non sia stato comunque prima valutato e discusso con noi: èl'ennesimo progettocalato dall'alto. Ma non resteremo a guardare». E la polemica rischia di surriscaldarsi: «Mi lascia perplesso che un uomo come Pasolini, con il passato che h a avuto, possa rappresentare un esempio per i giovani», ha aggiunto Pierfrancesco Marchesi (Pdl), presidente commissione lavori pubblici. Il primo cittadino è comunque deciso ad andare avanti:«!' progetto di recupero dell'Idroscalo — ha detto durante la corn-memorazione—rientranelproget-to di recupero integrale del Water-front di Ostia». Intanto, in memoria di Pasolini, è stata inaugurata anche una mostra fotografica: "Scatti per Pasolini" di Mario Dondero. La mostra, aperta gratuitamente al pubblico fino 30 novembre, è all' interno della sede del municipio invia della Stazione Vecchia.

Commento del sottoscritto.
L'ignoranza ormai, in Italia, non ha piu' confini. Ecco un tale Pierfrancesco Marchesi (Pdl), aprire bocca e dargli fiato, perdendo una grande occasione per stare zitto (stando zitti si puo' anche fare bella figura): «Mi lascia perplesso che un uomo come Pasolini, con il passato che h a avuto, possa rappresentare un esempio per i giovani». Diamogli il premio "sottovuoto spinto" (quello che ha in testa).
Stefania Nicoletti - Dom Nov 07 2010, 13:24:45
Oggetto:
Anche Massimo Fini ha perso una grande occasione per stare zitto.



LE COLPE DI PIER PAOLO

DI MASSIMO FINI
ilfattoquotidiano.it

Ho incontrato per la prima volta, nel settembre del 1974, Pier Paolo Pasolini, di cui ricorre in questi giorni, mi pare senza particolari celebrazioni, il 35° anno dalla tragica morte, una morte molto pasoliniana. Lo andai a trovare nella sua casa romana, all’Eur, per intervistarlo sul “Fiore delle Mille e una notte” uscito da poco. Non c’era intorno a lui alcun odore di zolfo. Normale, piccolo borghese, era il quartiere dove abitava, così come la sua casa, con i centrini sotto i vasi di fiori, i ninnoli, i comodini e tutto quanto. Una casa piccolo borghese. Mentre parlavamo sulla terrazza, in un dolce mattino di fine estate, lo osservavo con attenzione. Non aveva, Pasolini, a differenza di tanti altri intellettuali italiani (parlo di quelli di allora, s’intende), la conversazione spumeggiante, il linguaggio pirotecnico, la citazione seducente, ma il modo di parlare piano, pacato, rettilineo, modesto di chi è profondamente consapevole della propria cultura e perciò non la esibisce. E in questa atmosfera anche le cose che diceva, le stesse che scritte suscitavano scandalo, irritavano o entusiasmavano, parevano cose normali, elementari e quasi banali.

I gesti erano misurati, tranquilli. Solo il volto di Pasolini era un po’ diverso, un volto profondamente segnato, un volto quasi da Cristo, ma un Cristo molto diverso dal terribile “Cristo putrefatto” di Matias Grünewald o, tanto meno, dal Cristo oleografico dell’iconografia cattolica. Insomma, anch’esso, un Cristo molto normale, un Cristo piccolo borghese.

Pasolini non aveva, nei gesti, nel parlare, nel modo di porgersi, nulla della “checca”. Era anzi piuttosto virile. La scena cambiò quando sulla terrazza entrò la madre e vidi quest’uomo infantilizzarsi, sdilinquirsi in bacini e bacetti, in un puci-puci imbarazzante. Era lì, come sempre, l’origine della sua omosessualità. Mi invitò a pranzo. Per Pasolini infatti l’intervista non era, come di solito, una partita burocratica in cui l’intervistato cerca di stendere sul tappeto le proprie bellurie, disinteressandosi completamente dell’interlocutore. Era un incontro. Mi fece molte domande, su di me, sul mio lavoro, sulla mia vita. Nel pomeriggio arrivò Ninetto Davoli e cominciò a manifestarsi il Pasolini sulfureo. La sera mi caricò sulla sua Bmw e mi portò, come sarebbe accaduto un altro paio di volte, a cena in una bettola di un quartiere periferico, mi pare la Magliana. Ogni tanto si avvicinavano dei ragazzi, le classiche “marchette”, e ci scambiava due chiacchiere. Uno di questi lo avrebbe ucciso. L’intellighentia di sinistra italiana, nella sua ipocrisia, non ha mai accettato che Pasolini fosse morto com’è morto. Come minimo doveva essere stato un complotto dei “fascisti”, fantasticheria cui diede voce per prima la Fallaci che aveva orecchiato qualcosa dal parrucchiere. E invece andò proprio così. “Pino la rana” si ribellò a una richiesta sessuale particolarmente umiliante di Pier Paolo e contando sui suoi diciassette anni, nonostante Pasolini fosse ancora un uomo atletico (giocava a calcio, che gli piaceva moltissimo) lo ha ammazzato. Così come questa intellighenzia non ha mai capito che il fondo oscuro di Pasolini era proprio l’humus necessario al suo essere artista e, soprattutto, un grande, un grandissimo intellettuale.

Non si può trattare qui, in poche righe, l’opera di Pier Paolo Pasolini, mi piace solo ricordarne una frase che scrisse nel 1962 inserita ne “Le belle bandiere”: «Noi ci troviamo alle origini di quella che sarà probabilmente la più brutta epoca della storia dell’uomo: l’epoca dell’alienazione industriale».

Masimo Fini
Fonte:

Link:

6.11.2010
Anonymous - Lun Nov 07 2011, 12:05:29
Oggetto:
Delitto Pasolini, nuove indagini dei Ris:
trovato il dna di un terzo uomo





Citazione:
ROMA - La notte di quel primo novembre di 36 anni fa all’Idroscalo di Ostia Pier Paolo Pasolini e Pino Pelosi non erano soli. A dirlo non è un pentito o un testimone sbucato dal nulla. È la prova scientifica. Dalle indagini condotte sui reperti conservati per anni al Museo di criminologia di via Giulia sono emerse tracce ematiche che non appartengono a nessuno dei due. Il dna estratto dalle tavolette trovate sul posto, utilizzate per colpire lo scrittore e dagli indumenti, appartiene a un soggetto terzo.

È una verità affiorata più volte, sostenuta per anni dai difensori, ipotizzata anche nella sentenza di I grado. Ora viene chimicamente consegnata alla cronaca ma soprattutto alla storia di quegli anni. Potrebbe confermare che si trattò di un agguato, e che uno dei delitti più oscuri del nostro Paese è da riscrivere. Che la sentenza pronunciata dal Tribunale dei minori e dal presidente Alfredo Moro, che condannò Pino «la rana» per omicidio «in concorso con ignoti», fu accolta male perché era scomoda, troppo vicina alla verità.

I Ris, il Reparto carabinieri investigazioni scientifiche ha ultimato gli accertamenti condotti nella caserma di Tor di Quinto. Resta da scrivere solo la relazione finale. Il pm Francesco Minnisci, che ha disposto il riesame dei reperti e secretato i risultati, è pronto a sentire nuovi testimoni. Le indagini sono andate avanti nel segreto più assoluto. Lo stesso generale Luciano Garofalo, l’ex comandante dei Ris che ha seguito gli esami in qualità di perito, è stato tenuto all’oscuro dell’esito finale proprio per evitare fughe di notizie. Ma i segreti non possono durare in eterno.
Le informazioni tecnicamente più rilevanti riguarderebbero appunto il sangue trovato sulle due tavolette. Ma anche delle impronte digitali lasciate da chi le impugnò come arma quella notte. Va da sé che il tempo trascorso e il rischio di inquinamento dei reperti sono stati finora l’ostacolo maggiore.

La riapertura del delitto dell’Olgiata e di quello di Via Poma insegnano che grazie all’applicazione delle nuove tecniche oggi è possibile quello che fino a ieri era impensabile. I reperti esaminati dai Ris hanno fatto emergere «notizie utili al fine della prosecuzione delle indagini». Erano stati custoditi per anni in uno scatolone al Museo criminologico di via Giulia. Gli indumenti e gli oggetti personali, la camicia modello Missoni, gli stivaletti alla moda, il maglione verde che i parenti dello scrittore esclusero fosse di Pasolini, i jeans, gli occhiali scuri, il tesserino dell’Ordine dei giornalisti, il plantare e il famoso anello trovato nel fango dell’Idroscalo. Tutto è stato micro-analizzato.
Il pm Minnisci è intenzionato ad andare avanti. Le indagini hanno stabilito che Pasolini morì per schiacciamento del torace; la foto con le tracce di pneumatico sulla sua canottiera vengono ancora oggi mostrate dai periti dell’epoca che oggi sono docenti universitari. Definito il «come, restava da stabilire «chi» lo uccise. La P2? Le trame nere? Lo sapremo mai?

Farsi illusioni puntando tutto sulle analisi biologiche è sconsigliato. Le informazioni scientifiche raccolte andranno perciò confrontate e intrecciate, serviranno nuove testimonianze. Prima fra tutti quella di Johnny lo Zingaro, al secolo Giuseppe Mastini, che secondo molti era presente quella sera. Non più tardi di due anni fa, Pino Pelosi rivelò al Messaggero che si trattò di un’aggressione alla quale avrebbero partecipato i due fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, entrambi minorenni e scomparsi negli anni ’90. Non fece altri nomi. Smentì i giudici, ma soprattutto se stesso.


Lunedì 07 Novembre 2011 - 11:26



mariatere - Gio Mar 29 2012, 18:25:43
Oggetto:
ecco che ,dopo anni, spunta un testimone che afferma di aver fatto delle dichiarazioni all'epoca, ma di non essere stato ricontattato dagli organi competenti.. strano Shocked !!?



Rinoceronte78 - Ven Ott 12 2012, 20:32:46
Oggetto:
per non dimenticare....


Stefania Nicoletti - Lun Gen 07 2013, 19:22:43
Oggetto:




Rinoceronte78 - Mer Gen 16 2013, 14:16:05
Oggetto:

Rinoceronte78 - Lun Feb 11 2013, 23:55:34
Oggetto:
il successo è l'altra faccia della persecuzione......


Stefania Nicoletti - Mer Gen 15 2014, 21:39:26
Oggetto:
Perché il Processo
di Pier Paolo Pasolini

Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani Mondadori, Milano 1999
(“Corriere della Sera”, 28 settembre 1975; poi in Lettere luterane)


Il 28 agosto del 1975, Pasolini aveva pubblicato un articolo sul “Corriere della Sera”. dal titolo “Bisognerebbe processare i gerarchi DC”. In esso sosteneva che occorresse giungere ad un “processo degli esponenti democristiani che hanno governato in questi trent’anni (specialmente gli ultimi dieci) l‘Italia”. E aggiungeva: “Parlo proprio di un processo penale, dentro un tribunale. Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati, come Nixon, sul banco degli imputati. [...] E quivi accusati di una quantità sterminata di reati [...] Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese”. L’articolo che segue è una risposta al quotidiano “La Stampa” che aveva risposto a Pasolini attaccandolo e sbeffeggiandolo.

Tra il 1949 e il 1979 Pasolini subì trentatré processi: a ogni nuova uscita di un suo libro o di un suo film seguiva una denuncia e relativo procedimento giudiziario. In nessuno dei processi affrontati Pasolini ebbe mai alcuna sentenza di condanna (e, pensate, non vi furono né prescrizioni né rinvii, né ricusazioni di giudici eccetera eccetera…). Più odiato che amato in vita – soprattutto a causa della sua critica inesauribile al potere politico costituito (quello dei governi democristiani in carica e quello dell’opposizione comunista) – la sua opera multiforme (comprendente narrativa, poesia, saggistica, giornalismo, cinema, teatro, pittura) iniziò dopo la sua scomparsa ad essere oggetto di studi sistematici. Considerato dagli storici letterari uno dei maggiori scrittori del XX secolo, è oggi uno tra i più letti. Le rappresentazioni teatrali di suoi lavori sono seconde in Italia soltanto a quelle di Luigi Pirandello.

La notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini fu barbaramente assassinato a Ostia.



Cari colleghi della «Stampa», «il Processo» avete scritto in un fondo del 14 settembre «e poi?». Bene, se i prossimi dieci anni della nostra vita contano (sono, cioè storia) poi si sarà saputo qualcosa. Se invece quelli che contano sono i prossimi diecimila anni (cioè la vita del mondo), poi tutto è pleonastico e vano.
Io, per me, tendo a dare infinitamente maggiore importanza ai prossimi diecimila anni che ai prossimi dieci: e, se mi interesso ai prossimi dieci, è per pura filosofia della virtù.
Che cosa è necessario sapere, o meglio, che cosa i cittadini italiani vogliono sapere, affinché i prossimi dieci anni della loro vita non siano loro sottratti (come è stato per gli ultimi dieci)?
Ripeterò ancora una volta la litania magari a costo di fare, a dispetto della virtù, del mero esercizio accademico.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto benessere si è speso in tutto fuorché nei servizi pubblici di prima necessità: ospedali, scuole, asili, ospizi, verde pubblico, beni naturali cioè culturali.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta tolleranza si è fatta ancora più profonda la divisione tra Italia Settentrionale e Italia Meridionale, rendendo sempre più, i meridionali, cittadini di seconda qualità.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta civiltà tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici, abbandonando, sempre selvaggiamente, a se stessa la campagna.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto progresso la «massa», dal punto di vista umano, si sia così depauperata e degradata.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto laicismo l’unico discorso laico sia stato quello, laido, della televisione (che si è unita alla scuola in una forse irriducibile opera di diseducazione della gente).
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta democratizzazione (è quasi comico il dirlo: se mai «cultura» è stata più accentatrice che la «cultura» di questi dieci anni) i decentramenti siano serviti unicamente come cinica copertura alle manovre di un vecchio sottogoverno clerico-fascista divenuto meramente mafioso.
Ho detto e ripetuto la parola «perché»: gli italiani non vogliono infatti consapevolmente sapere che questi fenomeni oggettivamente esistono, e quali siano gli eventuali rimedi: ma vogliono sapere, appunto, e prima di tutto, perché esistono.
Voi dite, cari colleghi della «Stampa», che a far sapere tutte queste cose agli italiani provvede il gioco democratico, ossia le critiche che i partiti si muovono a vicenda – anche violentemente – e, in specie, le critiche che tutti i partiti muovono alla Democrazia cristiana. No. Non è così. E proprio per la ragione che voi stessi (contraddicendovi) sostenete: e cioè per la ragione che, ognuno in diversa misura e in diverso modo, tutti gli uomini politici e tutti i partiti condividono con la Democrazia cristiana cecità e responsabilità.
Dunque, prima di tutto, gli altri partiti non possono muovere critiche oggettive e convincenti alla Democrazia cristiana, dal momento che anch’essi non hanno capito certi problemi o, peggio ancora, anch’essi hanno condiviso certe decisioni.
Inoltre su tutta la vita democratica italiana incombe il sospetto di omertà da una parte e di ignoranza dall’altra, per cui nasce – quasi da se stesso – un naturale patto col potere: una tacita diplomazia del silenzio.
Un elenco, anche sommario, ma, per quanto é possibile, completo e ragionato, dei fenomeni, cioè delle colpe, non è mai stato fatto. Forse la cosa è considerata insostenibile.
Perché, ai capi di imputazione che ho qui sopra elencato, c’è molto altro da aggiungere – sempre a proposito di ciò che gli italiani vogliono consapevolmente sapere.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna.
Ma gli italiani – e questo è il nodo della questione – vogliono sapere tutte queste cose insieme: e insieme agli altri potenziali reati col cui elenco ho esordito. Fin che non si sapranno tutte queste cose insieme – e la logica che le connette e le lega in un tutto unico non sarà lasciata alla sola fantasia dei moralisti – la coscienza politica degli italiani non potrà produrre nuova coscienza. Cioè l’Italia non potrà essere governata.
Il Processo Penale di cui parlo ha (nella mia fantasia di moralista) la figura, il senso e il valore di una Sintesi. La cacciata e il processo (istruito – dicevo – se non celebrato) di Nixon dovrebbe pur voler dire qualcosa per voi, che credete in questo gioco democratico. Se contro Nixon in America si fosse svolto un gioco democratico, quale sembra esser da voi concepito, Nixon sarebbe ancora lì, e l’America non saprebbe di sé ciò che sa: o almeno non avrebbe avuto la conferma, sia pur formale (ed è importante) della bontà di ciò che essa reputa buono: la propria democrazia.
Ma se (come mi pare evidente, con immedicabile mortificazione) l’opinione pubblica italiana – che anche voi rappresentate – non vuole sapere – o si accontenta di sospettare -, il gioco democratico non è formale: è falso.
Inoltre se la consapevole volontà di sapere dei cittadini italiani non ha la forza di costringere il potere ad autocriticarsi e a smascherarsi – se non altro secondo il modello americano -, ciò significa che il nostro è un ben povero paese: anzi, diciamo pure, un paese miserabile.
Ci sono inoltre delle cose (e a questo punto continuo, più che mai, nel puro spirito della Stoà) che i cittadini italiani vogliono sapere, pur senza aver formulato con la sufficiente chiarezza, io credo, la loro volontà di sapere: fatto che si verifica là dove il gioco democratico, appunto, è falso; dove tutti giocano con il potere; e dove la cecità dei politici è ormai ben assodata.
Gli italiani vogliono dunque sapere ancora cos’è con precisione la «condizione» umana – politica e sociale – in cui sono stati e sono costretti a vivere quasi come da un cataclisma naturale: prima, dalle illusioni nefaste e degradanti del benessere e poi dalle illusioni frustranti, no, non del ritorno della povertà, ma del rientro del benessere.
Gli italiani vogliono ancora sapere che cos’è, che limiti ha, che futuro prevede, la «nuova cultura» – in senso antropologico – in cui essi vivono come in sogno: una cultura livellatrice, degradante, volgare (specie nell’ultima generazione).
Gli italiani vogliono ancora sapere che cos’è, e come si definisce veramente, il «nuovo tipo di potere» da cui tale cultura si è prodotta: visto che il potere clerico-fascista è tramontato, e ormai esso ad altro non costringe che a «lotte ritardate» (la condanna a morte degli antifranchisti, i rapporti tra la vecchia e la nuova generazione mafiosa nel Mezzogiorno ecc.).
Gli italiani vogliono ancora sapere, soprattutto, che cos’è e come si definisce il «nuovo modo di produzione» (da cui sono nati quel «nuovo potere» e, quindi, quella «nuova cultura»): se per caso tale «nuovo modo di produzione» – introducendo una nuova qualità di merce e perciò una nuova qualità di umanità – non produca, per la prima volta nella storia, «rapporti sociali immodificabili»: ossia sottratti e negati, una volta per sempre, a ogni possibile forma di “alterità”.
Senza sapere che cosa siano questo «nuovo modo di produzione», questo “nuovo potere” e questa «nuova cultura», non si può governare: non si possono prendere decisioni politiche (se non quelle che servono a tirare avanti fino al giorno dopo, come fa Moro).
I potenti democristiani che ci hanno governato in questi ultimi dieci anni, non hanno saputo neanche porsi il problema di tale «nuovo modo di produzione», di tale «nuovo potere» e di tale «nuova cultura», se non nei meandri del loro Palazzo di pazzi: e continuando a credere di servire il potere istituito clerico-fascista. Ciò li ha portati ai tragici scompensi che hanno ridotto il nostro paese in quello stato, che più volte ho paragonato alle macerie del 1945.
È questo il vero reato politico di cui i potenti democristiani si sono resi colpevoli: e per cui meriterebbero di essere trascinati in un’aula di tribunale e processati.
Non dico, con questo, che anche altri uomini politici non si siano posti i problemi che non si son posti i sacrestani al potere, o che, come loro, non abbiano saputo risolverli. Anche i comunisti hanno per esempio confuso il tenore di vita dell’operaio con la sua vita, e lo sviluppo col progresso. Ma i comunisti hanno compiuto – se hanno compiuto – degli errori teorici. Essi non erano al governo, non detenevano il potere. Essi non derubavano gli italiani. Sono coloro che si sono assunti delle responsabilità che devono pagare, cari colleghi della «Stampa», che, sono certo, siete perfettamente d’accordo con me…
Un’ultima osservazione che mi sembra, del resto, capitale.
L’inchiesta sui golpe (Tamburino, Vitalone…), l’inchiesta sulla morte di Pinelli, il processo Valpreda, il processo Freda e Ventura, i vari processi contro i delitti neofascisti… Perché non va avanti niente? Perché tutto è immobile come in un cimitero? È spaventosamente chiaro. Perché tutte queste inchieste e questi processi, una volta condotti a termine, ad altro non porterebbero che al Processo di cui parlo io. Dunque, al centro e al fondo di tutto, c’é il problema della Magistratura e delle sue scelte politiche.
Ma, mentre contro gli uomini politici, tutti noi, cari colleghi della «Stampa», abbiamo coraggio di parlare, perché in fondo gli uomini politici sono cinici, disponibili, pazienti, furbi, grandi incassatori, e conoscono un sia pur provinciale e grossolano fair play, a proposito dei Magistrati tutti stiamo zitti, civicamente e seriamente zitti. Perché? Ecco l’ultima atrocità da dire: perché abbiamo paura.




Stefania Nicoletti - Mer Gen 15 2014, 21:42:37
Oggetto:
Era proprio necessario rimarcare che i testimoni sono 120 e scriverlo ben tre volte nelle prime righe dell'articolo? Quel 120 mi ricorda qualcosa... "Salò o le 120 giornate di Sodoma", film che Pasolini aveva ultimato pochi giorni prima di essere ucciso... non sarà che in questo articolo e nell'intera operazione è celato qualche messaggio? Casualmente è proprio nel film in questione che si può trovare uno dei moventi dell'omicidio. In Salò PPP aveva raccontato ciò che accade all'interno delle organizzazioni che detengono il potere. Ora spuntano fuori questi "120 testimoni" interrogati...



03/12/2013 06:06
DELITTO PASOLINI
Ecco i sospetti sui complici di «Pino la rana»
L’inchiesta a una svolta. Ascoltati oltre centoventi testimoni. Molti di loro non erano mai stati sentiti in precedenza.


Delitto di Pier Paolo Pasolini, l’inchiesta a una svolta. Ascoltati oltre centoventi testimoni. Molti di loro non erano mai stati sentiti in precedenza. Nessuno sapeva i loro nomi e cognomi e nessuno, quindi, li aveva mai fatti sedere davanti a un magistrato o a un investigatore per cercare di far luce sull’omicidio del giornalista, sceneggiatore, poeta, regista, attore e scrittore ucciso la notte fra il primo e il 2 novembre del 1975 all’Idroscalo di Ostia.

Non si sono mai fermate, infatti, le indagini sull’assassinio di Pasolini, per individuare chi avrebbe partecipato, oltre a Pino Pelosi, all’omicidio e per capire quale possa essere stato il movente. Adesso, c’è stata una vera e propria accelerazione nelle indagini, tanto che gli investigatori hanno ascoltato oltre 120 testimoni e hanno eseguito, tra l’altro, esami del Dna di decine di persone sospettate di aver partecipato al delitto.

La procura di Roma sta infatti esaminando dalla scorsa estate i risultati investigativi, passando sotto la lente d’ingrandimento gli interrogatori degli oltre centoventi testimoni e sta esaminando la documentazione depositata dagli investigatori che stanno portando avanti indagini sul cold case.

Tra le carte sul tavolo degli inquirenti, anche i risultati compiuti dai carabinieri del Ris di Roma, che hanno esaminato 19 profili genetici. Non solo. Sulle scrivanie del palazzo di Giustizia, ci sono pure i risultati delle indagini sui presunti complici di «Pino la rana», condannato per l’omicidio dello scrittore.

In base a quanto hanno accertato finora gli inquirenti, ci sarebbero elementi che confermerebbero il fatto che a partecipare all’omicidio sarebbero state più persone.

Insomma, l’inchiesta sul delitto di Pier Paolo Pasolini potrebbe arrivare a una svolta in tempi brevi, non appena, cioé, la procura di Roma terminerà di passare al setaccio la numerosa documentazione depositata dagli investigatori.

Per lungo tempo l’opinione pubblica venne tenuta all’oscuro sugli sviluppi delle indagini e del processo, restando del parere di un delitto scaturito in circostanze «oscure». Tra le numerose ipotesi del delitto dello scrittore, «giochi» di potere, lotta al petrolchimico e a trame internazionali. Nel 2010 spuntò un «super» testimone che sollevò il coperchio sul fatto che Pelosi non avesse agito da solo. Ma da quella testimonianza non ci furono sviluppi investigativi concreti. Soltanto un anno dopo, nel 2011, gli inquirenti ripressero in mano il fascicolo dell’omicidio del poeta e a far confluire in un unico fascicolo processuale tutti i documenti che facevano riferimento al delitto del regista.

Quindi, appena le carte sono state raccolte in un unico procedimento, due anni fa è ricominciata la caccia ai complici. Tanto che gli investigatori negli ultimi due anni hanno anche recuperato i reperti esaminati in passato per riavviare nuove analisi utilizzando tecniche scientifiche che precedentemente non esistevano. Adesso la parola è passata al magistrato romano titolare dell’inchiesta, che da mesi ha sulla scrivania i risultati investigativi che portano a ipotizzare, in base a nuovi accertamenti, che Pelosi non abbia agito da solo. E non è escluso che dalle decine e decine di testimonianze possa emergere anche il movente finora rimasto un mistero.

Augusto Parboni



Stefania Nicoletti - Mer Gen 15 2014, 21:46:06
Oggetto:
Non è che sapeva come sarebbe morto, e nemmeno ha anticipato o profetizzato la sua morte, come viene detto. Invece è il contrario: l'hanno ucciso come il personaggio di questa sua opera inedita ora pubblicata. Legge del contrappasso. La stessa cosa che fecero con Rino Gaetano e la sua canzone "La ballata di Renzo".



31 DIC 2013 13:04
PASOLINI SAPEVA BENE COME SAREBBE MORTO - PUBBLICATA DOPO 45 ANNI UNA SCENEGGIATURA DELLO SCRITTORE-REGISTA IN CUI SI RACCONTA DI UN GAY PICCHIATO A MORTE
Arriva in libreria “La Nebbiosa”, script cinematografico del 1959 in cui Pasolino descrive un omicidio uguale al suo: la storia di un omosessuale picchiato a morte - Il film doveva essere ambientato nella Milano del boom economico, piena di violenza, intolleranza e teppisti che scimmiottano i teddy boys…


Gianpaolo Serino per "Libero"

È il 1959 e Pier Paolo Pasolini, in una sceneggiatura cinematografica rimasta sino a oggi inedita, anticipa lo stesso scenario che lo vide morire assassinato nel 1975. Un gruppo di teppisti sequestra un omosessuale, lo conduce in uno spiazzo deserto e lo picchia a sangue fino alla morte. Nel film non siamo a Roma, ma a Milano, nella Milano del boom economico, sfavillante dei primi grattacieli, dei bar di periferia, dei teppisti che scimmiottano i teddy boys inglesi pur essendo figli della borghesia cittadina.

Di quel film per molti anni si dubitò persino dell'esistenza: apparvero soltanto pochi frammenti nel volume dei Meridiani Mondadori Pasolini e il cinema, ma solo ora La Nebbiosa, questo il titolo del progetto cinematografico, viene pubblicato nella sua edizione integrale da Il Saggiatore (pp. 192, euro 14), a cura di Graziella Chiarchiossi, cugina ed erede dei diritti pasoliniani.

La stessa Chiarcossi che, in una serie di inchieste che scrissi per Repubblica nel 2006 rivelando l'esistenza della sceneggiatura, dichiarò che di quel film negli archivi non esisteva traccia. Oggi, finalmente, La Nebbiosa appare nella sua interezza e si tratta di una scoperta che fa luce non solo su un Pasolini inedito, ma sulla visione profetica di uno scrittore che per primo, negli stessi anni della Milano popolare descritta da Giovanni Testori, raccontò quella città nera che nei decenni successivi riempì le strade di giovani teppisti della rivoluzione.

Perché Pasolini da una parte colse il lato più grottesco di una spirale di violenza ancora lontana dal divenire, anticipando le trame noir di Giorgio Scerbanenco e dei poliziotteschi che negli anni '70 avrebbero sbancato i botteghini dei cinema; dall'altra intuì che proprio quella spirale di violenza sarebbe divenuta presto una triste e sanguinosa realtà.

Pasolini per quasi un mese soggiornò a Milano frequentando quei teddy boys che lui stesso, proprio un mese prima, nell'ottobre del 1959, sulla rivista Vie Nuove, aveva, se non giustificato, almeno tentato di spiegare come una «gioventù insofferente e incattivita»: «Non possono che nutrire disprezzo per la morale vigente: disprezzo non critico, naturalmente, e quindi anarchico, improduttivo, patologico.

Alla superficialità dei padri rispondono con la superficialità, alla crudeltà con la crudeltà. In realtà sono proprio i teddy boys i figli reali dei nostri avvocati, dei nostri professori, dei nostri luminari». Pasolini intuisce che il disagio giovanile nasce non solo nelle periferie descritte da Testori, ma nella Milano più borghese.

Quasi tutti i protagonisti della Nebbiosa, infatti, sono figli di papà (e anche qui Pasolini anticipa un tema che avrebbe affrontato a proposito della rivoluzione del '6Cool: Il Teppa, Toni detto "Elvis", il Contessa, il Gimkana, il Rospo rappresentano la «disperata vitalità » dei figli di una classe media stritolata dalle illusioni al neon del boom economico.

Gli stessi dialoghi della sceneggiatura alternano l'uso di uno slang giovanilistico al dialetto milanese dei sciuri, dei signorotti arroccati nelle loro case mentre i figli sfrecciano sulle loro moto Guzzi per le vie deserte. Una Milano notturna, come la descrive Pasolini proprio all'inizio della sceneggiatura: «Un luccicante bar della zona Metanopoli: splende il neon sulle vernici, sui metalli. Dalle grandi invetriate si vede l'esterno: un panorama crudele di file di luci e di palazzi di vetro, simili a globi di chiarore». È l'ultima notte dell'anno e i teddy boys decidono di festeggiare a modo proprio: niente "sbarbate", ma una notte all'insegna della violenza più sfrenata.

Tutto si svolge in una sera, l'ultima dell'anno, che decidono di inaugurare aggredendo una coppietta, appartata: il classico cumenda e la sua giovane segreteria, sorpresi a fare l'amore in macchina in un prato della periferia: «Sono due tipici milanesi medi», scrive Pasolini, «lui, piccolo commerciante o viaggiatore di commercio, un po' spelacchiato e congestionato: sta per arrivare l'infarto. Lei una bruna, dura, coi capelli neri lisci».

I teddy boys li insultano, li prendono a bastonate per poi fuggire. Proseguono la nottata decidendo di rubare una macchina per dirigersi a tutta velocità a Bollate, dove rubano i gioielli che addobbano la Madonnina della chiesa. Quando si accorgono che sono falsi non si perdono d'animo e nel loro cinismo li usano per rivestire una barbona che dorme per la strada. Non contenti rapiscono tre signore della Milano bene e le fanno ubriacare sino a costringerle a un'orgia dove nessuna perversione viene risparmiata.

Alle tre vanno in un night club del centro per ballare il rock' n'roll e subito trasformano la festa in una rissa perché non sopportano questa gente elegante: «La nostra bella classe dirigente immersa nello sterco fino al collo... questi democristiani bigotti e opportunisti... Si divertono, eh, alla faccia del popolo...», scrive Pasolini.

Fino all'epilogo: l'alba è vicina e i ragazzi caricano in macchina un omosessuale, lo portano in uno spiazzo isolato, lo spogliano e lo massacrano a sangue. Una scena che sconvolge perché ricorda molto da vicino proprio le modalità con cui Pasolini verrà ucciso nel 1975 al Lido di Ostia. Talmente da vicino che, se stessimo scrivendo un giallo e non un articolo, potremmo ipotizzare che chi ha ucciso Pasolini avesse letto il copione e avesse tutto l'interesse a farlo scomparire. Quasi che La Nebbiosa potesse contenere quei segreti sulla morte dello scrittore che nemmeno la magistratura è mai riuscita del tutto a chiarire...




pichiricky - Dom Mag 31 2015, 21:55:17
Oggetto:
ragazzi

e' morto per lo stesso motivo
di osho
di rudolf steiner
di giordano bruno
di richard bach ma non quello dei fiori
di lucio battisti
di de andre'
di rino gaetano
di mozart
di antoine de saint exupery

insomma ne sono morti in molti e per un'unica cosa
l'anima
immortale unica sincera semplice vera

un'unica fonte o matrice o campo energetico che si esprime in ognuno di noi

questa sarebbe la vera consapevolezza di essere
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