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Poteri occulti

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SO FREE
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umbertoeco

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italy
MessaggioInviato: Mer Dic 25 2019, 11:40:53    Oggetto:  SO FREE
Descrizione: I Sofri - Commessi del NWO
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SO FREE
I Sofri - Commessi del NWO

‘Era questa la situazione, prima dell’invenzione delle maschere’
Black Mirror - Gli uomini e il fuoco

Wikipedia dice che il padre di Adriano Sofri è stato un ammiraglio della Marina Militare, la madre una insegnante, il fratello è storico, professore e consigliere del Museo Ebraico di Bologna. I Sofri hanno la loro influenza sulla opinione pubblica italiana, via stampa e non solo, dagli anni settanta fino ad oggi. Prima Adriano e poi Luca. Cominciamo dal padre.

1. Adriano Sofri e Lotta Continua
«ci voleva l'ingenuità d'un generale americano per pensare che un partito che si proclamava comunista volesse il comunismo»
Adriano Sofri

Il sigillo del rivoluzionario, Adriano Sofri ce l’ha dall’episodio memetico di quando, Marzo 1963, in un incontro con gli studenti della Normale di Pisa, mentre Palmiro Togliatti raccontava dello stupore di MacFarlane per la moderatezza dei comunisti italiani, si alzò per intervenire affermando che «ci voleva l'ingenuità d'un generale americano per pensare che un partito che si proclamava comunista volesse il comunismo». Alla replica, a posteriori fassiniana, di Togliatti: «Devi ancora crescere. Provaci tu, a fare la rivoluzione», Sofri chiuse con un programmatico “ci proverò, ci proverò”. In realtà questa stessa frase che Sofri indirizzò a Togliatti riverbera con una eco un po’ beffarda nell’orizzonte degli eventi legati alla vita futura dell’allora giovane rivoluzionario. Si potrebbe infatti parafrasare che “ci voleva l’ingenuità di una generazione totalmente illusa per pensare che un ragazzo che si autoproclamava rivoluzionario volesse davvero la rivoluzione”. Sofri adesso ha 77 anni e oggi si possono mettere in connessione i fatti per tracciare i’eterogenesi delle sue scelte e vedere se chi si proclamava rivoluzionario volesse davvero la rivoluzione o cosa diavolo volesse.
Lotta Continua era un giornale ed un movimento politico. Il giornale stampava in una tipografia, è storia risaputa, di proprietà della CIA, il cui socio di maggioranza era quel Robert Hugh Cunningham junior, che una volta finita l’avventura con la tipografia entrerà nel governo Reagan come responsabile del Partito Repubblicano in Europa, per l'informazione. Il padre di Robert Hugh Cunningham Junior, stesso nome ma Senior, era un collaboratore stretto di Richard Helm quando Richard Helm era capo della CIA.
l’11 aprile ’72 esce il numero uno di Lotta Continua quotidiano (registrazione del Tribunale di Roma 14.442 del 13 marzo ’72). Il logo di Lotta Continua (logo qui, primo a sx:
), molto bello, sembra un po’ la cifra ricorrente di tutti quei gruppi rivoluzionari di matrice CIA che si sono visti poi nelle varie ‘rivoluzioni colorate dei Balcani, nelle primavere arabe, fino ai recenti moti del Venezuela, ma in fondo è un pugno chiuso, simbolo testosteronico di lotta da sempre.
Il giornale, antimperialista per definizione, in un mondo senza internet dove le informazioni di politica internazionale passano solo dai grandi filtri dei quotidiani nazionali, lascia passare, in rosso, dei messaggi che, anche se da un estremo opposto, finiscono per soffiare in modo sospetto nella stessa direzione del grande vento imperialista americano. In Cile, ovviamente, Lotta Continua simpatizza per il Movimiento de Izquierda Revolucionaria, anch’esso pesantemente manovrato, finanziato ed eterodiretto dalla CIA (su questo ci sono i documenti CIA desecretati via Freedom of information act, si trovano su internet cercando CIA-Movimiento de Izquierda Revolucionaria-FOIA) per destabilizzare Allende, sul quale Lotta Continua picchia duro una volta su due: ‘Allende spara sui proletari’, ‘Allende, il Socialista con lo yacht’, fino al quel 11 Settembre del ’73 (undici Settembre è una data che piace), quando Pinochet risolverà definitivamente il problema dello yacht di Allende con i carri armati. Qualcuno doveva farlo.
Ma Lotta Continua era anche un movimento politico extraparlamentare nato proprio mentre intorno alle grandi fabbriche italiane si stava a fatica tentando di organizzare un grande partito dei lavoratori. Lotta Continua con un lavoro capillare e strutturato, direttamente nelle fabbriche e a contatto con gli operai, attrae su di se tutte le energie della sinistra lavoratrice e non solo, in un periodo in cui le idee politiche tendevano a radicalizzarsi nella forte polarizzazione rossi-neri, Lotta Continua si prende la scena rossa e diventa ‘la sinistra extraparlamentare’, quella che poi si dovrebbe prendere sulle spalle la responsabilità e le energie del nascente progetto di un grande partito dei lavoratori, progetto che farà abortire definitivamente sacrificando se stessa, a Rimini, il 31 Ottobre del 1976. Dei grandi progetti rivoluzionari, della sinistra extraparlamentare e soprattutto del partito dei lavoratori, resterà niente: un po’ di sigle impronunciabili, i gatti randagi di Prima Linea e tutti quei gatti domestici che diventeranno gatti grassi, qualche anno dopo, sui vari media di massa nazionali e berlusconiani. C’è un morto in tutto questo, sul quale la violenza verbale del foglio di Lotta continua si è abbattuta come tutti sapete, e questo morto, si è saputo dopo, sembrava che con le sue indagini fosse particolarmente fastidioso per chi invece, con il gladio in mano, teneva le fila, riforniva di armi, e sovrintendeva alla strategia della tensione in stile impero, sia a destra che a sinistra. Il morto era Calabresi, che guarda caso, proprio in quei giorni, si stava occupando del traffico d’armi tra la Jugoslavia e l’Italia, le armi venivano scaricate in cittadine del litorale adriatico, tra Rovigo e Ferrara, alle foci del Po. Ancora una volta, per motivi diametralmente opposti, la rabbia di Lotta Continua, lo sdegno di Adriano Sofri, andava nella stessa direzione ed aveva lo stesso bersaglio del ‘sistema’ imperialista, quello più occulto e manovriero. Coincidenze che coincidevano e continueranno a coincidere troppo spesso. Dicevo più di uno, i morti, perché ci metto anche Rostagno tra le vittime di quegli accadimenti, ucciso proprio prima di deporre allo stesso processo Calabresi. In una intervista videoregistrata da Gianni Lo Scalzo, per il mensile Frigidaire, ripresa poi da un TG Rai, ci sono queste parole che Curcio ha pronunciato in lacrime:
‘Mauro lo hanno ucciso perché stava vivendo senza porsi il problema di quanto costa dire ciò che si sa. Perché non si era posto il problema del potere e non se lo voleva porre. Perché sapeva che lo avrebbero ucciso e non ha voluto nascondersi. Ha detto ciò che nessuno vuole dire in questa società. Ha detto, non dicendole, delle verità che squassano gli assetti del potere politico. Perché ha tradito la solidarietà di chi, infine, si è aggregato a gruppi di potere che lui non amava, che lui non poteva accettare e ai quali lui non è mai appartenuto. E l'hanno ammazzato per questo. [...] Perché ci sono tante storie di questo Paese che vengono taciute e non potranno essere chiarite per una sorta di sortilegio: come piazza Fontana, come Calabresi, che sono andate in certi modi e che per ventura della vita nessuno più può dire come sono realmente andate, sorta di complicità tra noi e i poteri, che impediscono ai poteri e a noi di dire che cosa è veramente successo. E allora Mauro resterà un grande enigma, una grande storia irrisolta e tanti cercheranno di dire perché la mafia lo ha ucciso, perché qualche amante deluso lo ha ucciso. Ma niente di tutto ciò ci racconterà la storia di Mauro. Perché Mauro non è morto per nessuna di queste ragioni e la ragione per cui è morto resterà a noi, come a tanti altri, per molto tempo ancora, inconfessabile, impossibile da raccontare. Ma nel nostro cuore noi sapremo perché è morto. Nel nostro cuore gli vorremo bene. E piangeremo. È tutto’
Le parole di Curcio sono pesanti e sembrano accusare di fatto proprio le collusioni di Lotta Continua con ‘i poteri’ e citando proprio il caso Calabresi. In seguito Curcio, in aula processuale (processo Calabresi), smentirà tutto e dirà di essere stato male interpretato ed estrapolato strumentalmente.
Anni dopo, lo stesso Sofri rivelerà che Federico Umberto D’Amato in persona, celeberrimo capo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale - servizi segreti- in un incontro a casa sua (sua di Sofri) gli propose un patto scellerato in base al quale, con la copertura del Ministero dell’Interno e per mano di LC, si sarebbe dovuto procedere addirittura alla eliminazione fisica dei principali componenti dei Nuclei Armati Proletari. Proposta omicida che Sofri afferma di aver decisamente rifiutato, ma della cui esistenza ha taciuto per oltre trent’anni. Come scrive Giacomo Pacini ne ‘Il cuore occulto del potere, storia dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale’: ‘Perché D’Amato, per commissionare l’omicidio dei militanti nappisti, pensò di rivolgersi proprio a LC e perché Sofri, all’epoca, ritenne di non denunciare una simile provocazione, non è dato sapere… …alla luce di queste rivelazioni, inoltre, ben altro connotato assume un’affermazione (all’apparenza inverosimile) presente negli appunti scritti da D’Amato a inizio anni novanta (e dai quali, come detto, aveva intenzione di trarre un libro autobiografico), laddove l’ex capo dell’UAR , dopo aver ricordato che, al fine di raccogliere informazioni, era entrato in contatto con gli ambienti più disparati (dall’estrema destra all’estrema sinistra), sosteneva di aver avuto rapporti amichevoli pure con Sofri, con il quale “ci siamo fatti paurose e notturne bottiglie di cognac”. Poi c’è tutta la faccenda della prigionia di Sofri, che sinceramente non mi interessa.

2. Adriano Sofri e la Geopolitica
Come dice Wikipedia:’Dagli anni ottanta abbandonata la militanza politica, Adriano Sofri si è dato all'attività di studio e pubblicistica in campo storico-politico con numerosi articoli e saggi’. Articoli, soprattutto, su Repubblica, sul Foglio, e reportage dai teatri di guerra. Da Sarajevo, dalla guerra in Iraq in poi, infatti, Adriano Sofri sarà animato da uno spirito offensivo che sorprende un po’ tutti, diventa una specie di interventista dannunziano, un maresciallo Foch animato da una mistica dell’intervento bellico in difesa delle vittime di tutte quelle atrocità che molto spesso si rileveranno come ‘casus belli’ costruiti ad arte da quei poteri occulti che al tempo avevano già, abbondantemente, ‘messo pancia verso est’. E da Est parte la crociata interventista di Sofri, che cerca in ogni articolo di spiegarci che la guerra è pace: “non chiamatela guerra” (si chiama "azione militare": un igienismo), fino a Srebrenica, dove si doveva trovare il pretesto per lo smembramento dei Balcani e fu trovato, cito Andrea Catone: ’una nuova Auschwitz, un nuovo Genocidio, un nuovo Olocausto nel cuore dell’Europa, alle soglie del XXI secolo. È stata questa la geniale invenzione, il “colpo a poker” di una grande agenzia americana di comunicazioni e public relations ingaggiata nei primi anni ’90 dal leader bosniaco-musulmano Izetbegović, la Ruder&Finn (CIA), il cui direttore, James Harf, in un’intervista concessa al giornalista francese Merlino, dichiarava: “Abbiamo convinto tre grandi organizzazioni ebraiche: B’nai Brith Anti-Difamation League, American Jewish Committee e American Jewish Congress. Abbiamo suggerito loro di pubblicare un trafiletto nel New York Times e di organizzare una manifestazione di protesta davanti alla Nazioni Unite. La cosa è andata in maniera formidabile: l'ingresso in gioco delle organizzazioni ebraiche a fianco dei bosniaci fu uno straordinario colpo a poker. Automaticamente abbiamo potuto far coincidere, nell'opinione pubblica, serbi e nazisti. Il dossier era complesso, nessuno capiva cosa succedeva in Jugoslavia, ma in un colpo solo potevamo presentare una situazione semplice, con buoni e cattivi. Immediatamente ci fu un cambiamento molto netto nel linguaggio della stampa con l'uso di termini ad alto impatto emotivo, come ‘pulizia etnica’, ‘campi di concentramento’, ecc., il tutto evocante la Germania nazista, le camere a gas di Auschwitz. La carica emotiva era così forte che nessuno poteva più andarvi contro, a rischio di venir accusato di revisionismo”.
A partire dal riuscitissimo colpo mediatico della Ruder&Finn le guerre jugoslave, dalla Croazia alla Bosnia al Kosovo, sono state lette secondo lo scenario evocato da Auschwitz, dove ai serbi era stata assegnata la parte degli aguzzini nazisti. È diventata celebre un’immagine – rivelatasi poi frutto di un’abile contraffazione, di un uomo scheletrito dietro un filo spinato, che fu utilizzata nei primi anni ’90 dalla ONG Médecins du Monde e dal suo dirigente Bernard Kouchner (che non a caso si guadagnerà anni più tardi la carica di “governatore” del Kosovo ed è oggi ministro degli esteri nel governo di Sarkozy in Francia -ieri nda-.) per realizzare un manifesto dal titolo “Un campo di prigionia in cui si purificano le etnie, non vi ricorda niente questo?”. E, in pieno bombardamento della NATO, nell’aprile 1999, un settimanale a grande diffusione creava in prima di copertina il capolavoro del montaggio di una mezza faccia del leader serbo Milošević e un’altra mezza di Adolf Hitler: Hitlerosevic. Non si trattava di una particolare e acritica scempiaggine, di una rozza propaganda di guerra: solo attraverso l’identificazione dei serbi coi nazisti, solo con l’evocazione dell’orrore di Auschwitz, che aveva fatto solennemente giurare ai popoli europei dopo la guerra: mai più!, poteva essere tollerata dalle popolazioni europee la violazione del tabù della guerra, con il bombardamento sistematico e continuato di un intero paese riportato indietro di mezzo secolo”. Ma Sofri scrive: ‘Qualcuno di noi ha perso il filo. Forse tutti. Ufficialmente, questa non è una guerra, e non dev'esserlo. I generali la conducono come una guerra. I commentatori, fautori o avversari, la chiamano senz'altro guerra: manuali di polemologia, Clausewitz. Ufficialmente, si chiama "azione militare": un igienismo. Javier Solana la chiama "campagna", poi si distrae un momento e dice: "La nostra guerra". Capisco bene che, arduo com'è fermare la guerra, sia ancora più arduo fermare l'abitudine a chiamarla così. Ma bisogna provare.” Bisogna anche ricordare come, oltre a tutta questa pressione di tipo interventista della propaganda mediatica, i poteri occulti esercitassero anche pressioni di ben altro tipo, come nel caso dell’omicidio D’Antona, proprio tre giorni dopo l’incontro D’Alema-Schroeder a Bari, durante i bombardamenti in Kosovo: un chiarissimo avvertimento ad un desolato Massimo D’Alema in cerca di una tregua impossibile.
Sofri da Srebrenica in poi è l’ingranaggio di questa propaganda cieca che non si chiederà mai il perché degli episodi di orrore che innescheranno altre “non guerre”, e altrettanti interventi di “polizia internazionale”, li prenderà tutti per buoni: in Siria dove scrive con emotività linee di questa caratura: “Avvertite  il nuovo pazzo di Damasco che la sua ora è suonata” o, su pagine più appiccicose, linee come “L’orrore della Siria negli occhi dei bambini”. La prosa giornalistica di Sofri è sempre, come scrive Facci, incurante del lettore, poco chiara, mai giornalistica ma definitivamente emotiva. E’ il suo ruolo: coinvolgere, pungolare le coscienze. Nel 2016 Sofri scrive anche, riferito al supposto attacco di gas nervino del 21 Agosto 2013, attribuito ad Assad: “Tre anni fa Assad violò provocatoriamente la solenne Linea Rossa fissata da un Obama renitente e illuso che non l’avrebbe mai davvero superata. Assad è un criminale all’ingrosso ma non è stupido: aveva capito bene Putin e aveva capito bene Obama. Forse aveva capito bene anche il pacifismo e il Papa...” Ma nel 2016 Sofri, volontariamente o meno, ignora che già due anni prima un documento del Massachusetts Institute of Technology dichiarerà scientificamente errate le valutazioni dell’Intelligence americana che avevano frettolosamente attribuito ad Assad l’improbabile attacco al gas nervino (link qui, se non lo rimuove il forum:
). E che la renitenza di Obama forse non era stata tale e che forse Sofri stesso in quelle righe si dimostra più realista del re. Sofri non dubiterà mai sulla veridicità delle prove che di volta in volta vengono presentate dalle intelligence o dalle agenzie occidentali: Le inesistenti armi chimiche di Saddam in Iraq (chieda pure a Blair), le fosse comuni di Srebrenica (mai trovate), i ripetuti attacchi al gas nervino di Assad (chieda al Dr. Piers Robinson, al Prof. Theodore Postol, pluripremiato Professore di Scienza, Tecnologia e Politica di Sicurezza Nazionale al MIT, oppure direttamente ai whistleblowers di OPCW) e le stragi di Gheddafi. “Non chiamatela guerra” diceva Sofri, ma cos’è oggi il Kosovo? E la Libia? Rileggere tutti gli articoli di Sofri sui conflitti dei Balcani, del Nordafrica e del medio oriente fa rabbrividire, perché quasi tutti gli interventi da lui auspicati sono poi avvenuti davvero (fortunatamente la Siria non è stata ancora spianata del tutto), e non hanno avuto quell’effetto igienico che gli articoli si proponevano come unica ed ultima ratio. Cito ancora Catone: …’La “guerra umanitaria” nella primavera del 1999 sganciò tonnellate di bombe, comprese le cluster-bombs33 vietate dalle convenzioni internazionali e proiettili all’uranio impoverito, che provocano danni irreversibili all’ambiente e alle persone per migliaia di anni. Fu distrutto un paese. Nessun obiettivo civile fu risparmiato: bombardate le fabbriche, come la Zastava che produceva automobili, o il complesso chimico e petrolchimico di Pančevo, da cui si sprigionò una nube tossica che stazionò per un mese sul cielo jugoslavo, inquinando aria, terra, falde acquifere.
Furono colpite tutte le vie di comunicazione, strade, ferrovie, i ponti sul Danubio, le cui macerie bloccarono per mesi e mesi la circolazione sul grande, mitico fiume mitteleuropeo. Non furono risparmiati neppure scuole, asili, ospedali, ospizi per anziani; si volle lasciare un intero paese senza luce, come si vantò di fare il comandante delle operazioni belliche, generale Wesley Clark. Si volle privare la popolazione della capacità di sopravvivenza, distruggendo acquedotti e reti fognarie. Indicate come pericolosi centri per la comunicazione strategica, si colpirono, violando ancora una volta il diritto internazionale, ridotto a un fantasma del passato, anche le reti televisive: 16 persone morirono mentre stavano lavorando alla TV di Belgrado.
Si minacciò di riportare con un’escalation di attacchi la Serbia al Medioevo se non si fosse arresa alla NATO. Ci furono anche – o soprattutto? – i cosiddetti “danni collaterali”, o errori, bersagli colpiti involontariamente (o volontariamente? come fu il caso dell’ambasciata cinese): treni zeppi di passeggeri, convogli di profughi in fuga. Gli aerei della NATO furono in azione quasi ininterrottamente per 78 giorni, furono impegnati in 38.400 voli e sganciarono 23.614 bombe, missili Cruise e razzi.
Fu una guerra condotta esclusivamente dall’alto da aerei irraggiungibili – “aerei invisibili”, “guerra celeste”: la “guerra umanitaria” massacrava gli umani, mieteva vittime tra i civili perché non doveva costare un morto ai celesti aggressori. È stato il primo caso della storia militare in cui una guerra fu vinta soltanto con il bombardamento aereo. Le strutture militari serbe in Kosovo ebbero danni relativamente esigui: si scoprì in seguito che la NATO aveva colpito soltanto 14 carri armati, 18 convogli militari e 20 pezzi d’artiglieria. Fu la popolazione, la sua vita, il suo futuro, il bersaglio della “guerra umanitaria”: distrutti 82 ponti, 422 scuole, 48 edifici della sanità, 74 stazioni televisive o trasmettitori, numerose centrali elettriche, fabbriche e strade, per un danno complessivo di 100 miliardi di dollari statunitensi. Più di 7000 uomini furono feriti, più di 2000 civili morirono.
Il Kosovo viene spartito: gli USA si appropriano di mille acri di terra nella municipalità di Uroševac, nel sud della provincia, e vi installano la più grande base militare in Europa, che tra soldati e personale esterno può ospitare fino a 50.000 persone: 25 chilometri di strade, 300 edifici, 14 chilometri di barriere di cemento e 84 chilometri di filo spinato. Il Kosovo esce poi dal raggio di osservazione dei media, che spengono i riflettori, soprattutto dopo che i segni tangibili del presunto genocidio, le famigerate fosse comuni, non si trovano (come le fantastiche “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein, pretesto per l’invasione anglo- americana dell’Iraq nella primavera 2003).
La calda estate del 1999 in Kosovo è stagione di violenze, omicidi, sgozzamenti, rapimenti sotto lo sguardo distratto e indifferente di 50.000 soldati della NATO. 230.000 persone sono costrette ad abbandonare le loro case e a fuggire verso la Serbia, aggiungendosi alle altre centinaia di migliaia di profughi cacciati dalla Bosnia e dalla Croazia nelle precedenti guerre jugoslave. Insieme con le case dei profughi serbi, vengono saccheggiati, devastati, dati alle fiamme i monumenti più significativi della civiltà serbo-ortodossa – chiese e monasteri medievali di raro valore, patrimonio universale dell’umanità secondo l’UNESCO. Ad opera delle bande dell’UÇK, venute a seguito della NATO e legittimate dal capo dell’amministrazione provvisoria dell’ONU Kouchner, che invece del loro disarmo le fa passare armi e bagagli in un corpo militare speciale, il TMK (che anche nel nome si avvicina all’UÇK), si perpetra l’etnocidio: non si tratta soltanto di “ripulire il territorio” dalla presenza di altre popolazioni che lo abitavano da secoli, ma di cancellare ogni traccia, ogni memoria di una loro presenza passata, si tratta di cancellarli dalla storia’.
E poi la Libia, qui Sofri scrive di volere un intervento di quella che lui chiama la “Polizia del mondo”, e anche qui si alzeranno i caccia, primi fra tutti quelli di Sarkozy. La polizia dovrebbe servire a riportare ordine, e comunque non in territorio altrui, ma la Libia oggi è un cumulo di macerie, terra senza legge, di scorrerie, di bande.
L’intellettuale Sofri sembra quindi un eroe ‘mediocremente fallimentare’, per usare le sue parole: della sua rivoluzione sembrano aver fatto le spese solo i lavoratori, che si dispersero poi in mille gruppi; dei suoi reportage interventisti restano solo macerie e nazioni fatte a pezzi. Molti dei casus belli a motivo del suo interventismo si sono rivelati delle palle preconfezionate ad uso di una opinione pubblica ingenua che, apparentemente come Sofri, ha abboccato come un pesce all'amo: come le armi chimiche di Saddam, per fermarsi a quello. E poi non sembra esserci un filo, una causa: prima le istanze rivoluzionarie, poi il socialismo interventista, le ‘guerre umanitarie’; non si capisce bene cosa muove Sofri e verso dove. Si può invece, a rovescio, vedere la sua vita come un successo solo considerando Sofri come come assetto al servizio di una ipotetica agenda imperialistica, un ordine mondiale da realizzare 'in maschera'; osservata così, da questo punto di vista, la direzione di Sofri diventa immediatamente rettilinea e ficcante, acquista finalmente un senso: con la sua finta rivoluzione ha infatti disintegrato e disinnescato una spinta politica dal basso che avrebbe potuto prendere una forma solida fuori da ogni controllo; ha combattuto e screditato i fastidi che si mettevano in mezzo a questa agenda, di volta in volta: gente come Calabresi, Allende, Gheddafi. Con i suoi reportage, inattaccabili (lui era lì, voi no, voi non potete sapere, non potete capire né controbattere: lui era stato nei luoghi, aveva parlato con le persone) ha contribuito alla politica di penetrazione degli Stati Uniti nei Balcani, alla distruzione della Jugoslavia, all’eliminazione di un problema mica da poco come Gheddafi, che oltretutto si trovava proprio al gate dell’immigrazione africana verso l’Europa. Sofri ha cercato in tutti i modi di appoggiare la distruzione della Siria, che insieme a quella dell’Iran è sempre stata nell’agenda dell’intelligence Statunitense e Israeliana. Insomma se si considera Sofri come un vero e proprio agente a supporto e propaganda di un ipotetico ordine mondiale imperialista e orwelliano, la carriera di Adriano Sofri diventa improvvisamente consistente e assume una forma riconoscibile: ogni sforzo è stato compiuto nella stessa direzione, in un percorso, questa volta, lineare e logico: il percorso di qualcuno che ha lavorato duro e che non ha mai tradito la causa. Quale causa?

Nota poscritta - Come è noto i dissidenti antisovietici di Solidarnosc ricevettero finanziamenti sia dalla banca vaticana, lo IOR diretto da monsignor Marcinkus, presunto piduista, che dalla banca della P2, il Banco Ambrosiano diretto dal piduista Calvi, che forse verrà assassinato proprio perché in procinto di rivelare i maneggi di monsignor Marcinkus (Calvi fu impiccato al ponte dei ‘frati neri’). Certo gli americani non erano affatto dispiaciuti (eufemismo) di queste operazioni che sicuramente incoraggiavano (eufemismo, ancora), e i risultati si vedono ancor oggi, infatti, in Europa, i paesi dell’est sono sicuramente i più filo-americani tra tutti. Una volta occidentalizzati i Balcani, il Regno Unito ha vivacchiato nella Comunità Europea giusto il tempo necessario a forzare l’ingresso dei paesi balcanici dentro questa, salvo poi togliere la Regina dal merdaio delle regole comunitarie alla prima occasione con Brexit. Adesso l’Europa Unita può iniziare davvero, bellamente, per gli altri. E’ la Brexit, o meglio: bereshit (parashah), la genesi, l’inizio dell’unione degli stati.

3- Luca Sofri
Prima aveva solo un blog, Wittgenstein, che c’è ancora, e qualcosa alla radio (Condor: curiosamente il nome in codice di un agente CIA nel bel film di Pollack), poi sono stati celebri i vestitini che Ferrara (simpaticamente informatore CIA, amico di famiglia) gli confezionava a Otto e Mezzo, quando co-presentavano il programma, ma diciamo che Sofri Luca entra definitivamente nel mondo dell’informazione, insieme ad altri più o meno quarantenni, nel 2010, quando si verifica quella specie di ricambio generazionale del giornalismo italiano che vede nascere quasi contemporaneamente IlPost e la versione web del Fatto Quotidiano: il rosso e il blu. Il Post nasce infatti il 19 Aprile e la versione web de Il Fatto nasce il 22 Giugno dello stesso anno. Il rosso e il blu sono gli opposti in massoneria, e ai poteri occulti piace mettere in campo e gestire gli opposti come nel teatro dei pupi, dove il burattinaio muove contemporaneamente il buono e il cattivo.
Se lasciamo fuori i dinosauri del giornalismo italiano come ‘la Repubblica’, 'il Corriere’, ’la Stampa’ e tutti gli altri che non sono ancora, e forse non lo saranno mai, preparati alla comunicazione in rete, Il Fatto e il Post si prendono tutta la scena ancora abbondantemente libera del web a scansione quotidiana, prendendosi tutta quella fetta di quaranta/cinquantenni che smanettano su internet in cerca di informazioni con un tono e una scrittura meno ingessata e ‘più web’. Il rosso si prende tutta quella fetta di indignati che una volta era la sinistra estrema, e oggi che le coordinate dei meridiani si sono un po’ disciolte è tutto ciò che è a sinistra di Renzi o oltre Renzi (Grillo), e il blu si prende il centro sinistra Renziano e tutta la politica in ‘camicia bianca’ (Renzi, Obama, anche, rido, Guaidò). La destra-destra interessa meno, è meno tecnologica, piuttosto a lato di questa scena.
Luca Sofri segue le orme del padre e facendo finta di tutto lavora sempre per il verso del pelo, se consideriamo la pelliccia tutto quel franchising giornalistico che viene identificato come ‘giornalismo libero e indipendente’ solo nei film di Hollywood tipo Bourne Ultimatum: Guardian, BBC, Washington Post, e NYTimes (quello della campagna TRUTH alla fashion week di New York, per intenderci), e che nella vita reale si identifica meglio con la sigla MSM, che sta per MainStreamMedia. Di fatto ilPost è una specie di corriere dei ragazzi per boomers (ovviamente, Star Wars a manetta: la bibbia a fumetti), che con un giornalismo semplicistico e dal tono vagamente divulgativo, ma affettatamente ‘sui fatti’, offre una visione delle cose preconfezionata e sigillata con un buon packaging (Spiegatabene®), sempre perfettamente in linea con quel franchising di cui sopra.

4- Luca Sofri, le FakeNews®, il giornalismo magico, la causalità geneticamente modificata e gli argomenti ‘vinti’
Bisogna dare atto a Sofri che IlPost, almeno per quanto riguarda il nostro paese, detiene i diritti d’autore del termine FakeNews®, per averne introdotto il concetto nel desolato orizzonte giornalistico italiano per primo e da subito; dal 2010. Le FakeNews® sono, d’altra parte, uno strumento indispensabile ai poteri che si fondano sulla menzogna sistematica, almeno da quando internet ha dato una voce a tutti ed almeno fino a quando (c’è ormai poco) le maglie censorie di google e dei social non si saranno strette a modo. Il controllo dell’informazione prima di internet è stato un lavoro duro ma fattibile, in fondo ogni giornale, ogni network televisivo, ogni casa editrice non è che una piramide della quale basta controllare il vertice, che a cascata farà rispettare le regole tramite la corruzione del denaro e il gioco pavloviano delle gratificazioni e delle frustrazioni. Con internet, almeno all’inizio, non c’era modo di controllare una opinione che arrivava per la prima volta non solo dal basso ma da tutte le direzioni possibili, e c’era una sola via per ristabilire le gerarchie informative ed avere un minimo di controllo su un flusso ingestibile di informazioni non filtrate: trasformare internet in una fogna maleodorante. Inquinare quell’acqua, letteralmente, buttandoci dentro palate di merda. E così è stato fatto. Tutte le cretinate dei terrapiattisti e la stragrande parte dei siti complottisti sono sotto il controllo e l’azione di troll prezzolati che sparano disinformazione a raffica radiale per inquinare internet e trasformare tutto questo in un liquame dal quale è impossibile distinguere informazioni sensate da quelle parzialmente modificate a quelle totalmente false. E questo, oltre a screditare l’informazione indipendente rende automaticamente autorevoli le voci ufficiali, che hanno solo da puntare il dito sulle infinite scemenze della rete per guadagnare crediti di credibilità, anche se poi proprio redazioni come il Post sono la prima manifattura di fabbricazioni giornalistiche tanto imbarazzanti quanto palesemente accrocchiate per la generazione di meme progressisti: la ridicola intervista al black block ‘Sangermano’ (il Conte di Saint Germain non poteva di certo mancare) e le foto dei finti selfie delle turiste asiatiche davanti alle auto bruciate nella settimana delle proteste No Expo (la celeberrima Sfashion week), sono già di per sé il festival del fake e del posticcio da quattro soldi.
La generazione di meme, anche quella apparentemente accidentale, fa parte di tutto quel lavoro subliminale che potremmo chiamare ‘giornalismo magico’, in cui dei contenuti apparentemente neutri si pubblicano perché si possano installare nel cervello dei lettori come concetti in forma larvale, per poi crescere autonomamente e svilupparsi dal di dentro in una forma virale che farà poi strada alle opinioni più articolate che si vogliono far passare per buone. Questa magia simpatica è una pratica di cui si fa abbondantemente uso sul Post del Peraltro (è così che lo chiamano). Il ‘giornalismo magico’ del Post fa spesso uso di notizie scientifiche di tipo genericamente divulgativo che oltre a sembrare semplicemente quello che sono e dare al giornale quell’inconfondibile tono geek, servono come sostegno memetico e mimetico alle tesi che la redazione vuole far passare in sottotraccia. Se, ad esempio, in piena fase #Metoo un paio di articoli della Siviero in fascia scarlatta non si rivelassero abbastanza efficaci alla messa al bando del testosterone (il testosterone è così ribelle e distruttivo), IlPost pubblicherà un innocente articolo naturalistico-divulgativo dal titolo: ‘C’è una specie di pesci che non ha (quasi) bisogno dei maschi’ (
) dove si disquisisce della Poecilia Formosa, una specie di pesce che ha solo esemplari femmina che si riproducono in autonomia, di cui una recente ricerca scientifica illustra i vantaggi evolutivi (RecenteRicercaScientifica®, RecentiStudi® e DiversiStudi® sono marchi depositati).
E’ il ‘giornalismo magico’ (baby) ed è giornalismo magico anche l’articolo sulle pecore dal titolo: ‘Pecorone a chi?’ (
), dove si fa una ode sublime della società del futuro, Testosterone free, facendo finta di parlare di pecore, l’animale simbolo dell’ubbidienza e dell’incapacità di ribellione, rivalutandolo e descrivendolo infatti come l’uomo auspicato di un futuro non molto lontano; quell’uomo, cioè, ‘intelligente, capace di complesse interazioni sociali, di una vasta gamma di sentimenti e di emozioni articolate, omosessuale o asessuale, che vive in una comunità disciplinata, incapace di fuga e ribellione’. La pecora è ‘una figata’, peccato che sembriamo proprio noi. Questi articoli ovviamente provengono tutti dal Guardian, dalla BBC, o dal NYTimes.
Adesso la realtà dei fatti non è stata solo tolta da internet, il media potenzialmente in grado di far venire a galla le verità che si devono tacere, o anche dalla informazione cosiddetta ufficiale, dove la realtà non si nemmeno mai vista, salvo pochi attimi di luce involontaria; ma secondo un piano ben preciso la realtà è stata tolta definitivamente dalla vita stessa, ed i concetti di vero e falso sono stati volontariamente fottuti, via deep fakes, fake news, meme e altre forme di ingegneria per la rimozione e l’inquinamento del vero, diventando sostantivi senza più alcun senso, sostituiti da una narrazione giornalistica, la stessa che scorre come un solo fiume tra le varie testate autorizzate, appunto, mainstream, alla quale viene applicata, da chi la redige, orwellianamente, la targhetta Truth®. E’ narrazione la manifattura di GretaThunberg®, è narrazione la manifattura di Metoo®, è pura narrazione la manifattura dei ribelli moderati, dei Caschi Bianchi, degli osservatori indipendenti come Bellingcat o l’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani; sono pura narrazione i ridicoli trafiletti a fine articolo, che compaiono in tutti i giornali più o meno compromessi con il potere, che dicono cose tipo: ‘…We need your support to keep delivering quality journalism, to maintain our openness and to protect our precious independence…’ Guardian; ‘"La Repubblica si batterà sempre in difesa della libertà di informazione, per i suoi lettori e per tutti coloro che hanno a cuore i principi della democrazia e della convivenza civile” La Repubblica;
Fottere il concetto di verità e disintegrarne il senso, è il lavoro che è stato necessario fare in quel breve momento in cui le informazioni hanno potuto circolare finalmente libere da linee editoriali, caporedattori e direttori appartenenti alle varie iniziazioni. Fake News® è il nome della grande campagna necessaria a sventare il pericolo della verità senza filtri e omissioni, e Luca Sofri si meriterebbe una medaglia al valore per il lavoro svolto sul campo come paladino di questa campagna in Italia. In seguito a questa campagna di delegittimazione di tutte le voci, FakeNews® è diventato il nostro orizzonte degli eventi, una terra desolata dove le uniche voci ritenute credibili sono quelle della filiera Truth®: NYTimes, Guardian, BBC, e le filiali di provincia come IlPost, creando di fatto un circolo di auto-legittimazione che fa sempre riferimento a se stesso, linka se stesso, cita se stesso. Per stare in linea, infatti, in questi anni il Post farà sempre riferimento acritico a fantomatici e ‘indipendenti’ fact checkers da libro dei sogni come il già citato Osservatorio siriano per i diritti umani (Syrian Observatory for Human Rights, in sigla SOHR): nient’altro che il bombastico nome d’arte del signor Rami Abdulrahman, a sua volta nome d’arte di secondo livello del signor Osama Suleiman, ex venditore di mutande, che dalla sua abitazione a Coventry, in Inghilterra, non proprio a due passi da Damasco, documenta i presunti episodi della guerra civile siriana in chiave ribelle e moderata; oppure Bellingcat: un ragazzone dal tweet cazzuto che indaga sui fatti di geopolitica dal divano di casa sua, finanziato dal NED (National Endowment for Democracy, leggasi ‘regime change outlet’), scoprendo di faccende oscure costantemente alla salute dell’impero americano e al detrimento, in genere, di russi, Iran, Assad e via così. Ovviamente c’è un film celebrativo su Bellingcat (non poteva non chiamarsi: ‘Bellingcat: Truth in a Post-Truth World’), pluripremiato, così come c’è un film celebrativo sui Caschi Bianchi, pluripremiato anch’esso (poi qualcuno ha ‘suicidato’ giù da una terrazza il fondatore dei Caschi Bianchi -bianco=buono-, il signor James Le Measurier: agente del MI6, già attivo nei Balcani, con UCK). Con fonti informative come queste, la narrativa Truth® -sempre quella del NYTimes alle sfilate della settimana della moda di New York- è al sicuro. Queste fonti vengono via via legittimate una volta dal NYTimes e l’altra dal Guardian e non vengono più messe in discussione né tantomeno indagate, in quanto certificate Truth®, basta scrivere ‘fonte attendibile’ in un link azzurro che rimanda all’articolo del NYTimes che legittima Bellingcat ed è già Truth®. Il vizioso circolo di legittimazione funziona altrettanto bene in delegittimazione o in esclusione. Come scrive Martha Gill sul Guardian 23/6/19 in un articolo dal titolo: -Free speech isn’t under threat. It just suits bigots and boors to suggest so- scrive: ‘Free speech advocates also misunderstand the motivation of those who might want to shut down a debate: they see this as a surefire mark of intolerance. But some debates should be shut down. For public dialogue to make any progress, it is important to recognise when a particular debate has been won and leave it there.’ È fondamentale questa cosa degli argomenti di dibattito ‘vinti’, come scrive la Gill, argomenti, quindi, che bisogna lasciarsi alle spalle perché il dialogo pubblico possa progredire. Sembra una cosa sensata, salvo il fatto che è un circuito chiuso a decidere quali argomenti sono ‘vinti’, quindi battuti, abbattuti e morti e quali sono vincenti e vivi, quindi ancora parte di quel dialogo pubblico che deve ‘andare avanti’. E giornali come il Post, anche per questa pratica di ‘leave it there’ faranno sempre riferimento alle testate della filiera Truth®, dove argomenti fastidiosi o che non devono entrare nella narrazione Truth® vengono liquidati con un link azzurrino ad un articolo all’interno del circuito di legittimazione che li ha precedentemente ‘vinti’. Questo giornalismo insanguato e circolare crea il proprio ambiente Truth® facendo riferimento esclusivamente a se stesso, creando di fatto una verità autocertificata e posticcia che si pone al di fuori dell’orizzonte FakeNews®, ma che di fatto produce FakeNews® per omissione: Assange?, rimosso. Lo scandalo dei rapporti OPCW su Douma?, rimosso. Le reti di controllo cittadino-a-cittadino?: il silenzio è d’oro.
Ci sono poi regole e formule al ‘Post’, che vengono rispettate sempre:
- Quando si scrive di bombardamenti o attacchi Israeliani sulla striscia di Gaza, la formula da usare è sempre ‘in risposta a xxxxx , l’esercito Israeliano ha xxxxx’. Quasi sempre quello che fa Israele è InRisposta® a qualcosa che è stato fatto Da Hamas, che il post definisce obbligatoriamente e sistematicamente per esteso: IlGruppoTerroristicoCheControllaLaStrisciaDiGaza®. Poco importa se Hamas è una creatura di Israele, fondato e ingrassato con i soldi di Israele -cerca ‘BLOWBACK: HOW ISRAEL WENT FROM HELPING CREATE HAMAS TO BOMBING IT’ su The intercept ( link:
), il magazine informativo di Greenwald (Pulitzer): theintercept.com -.
- Al presidente Siriano Assad ci si riferisce sempre come a IlDittatoreBasharAlAssad®, e alla Siria come al RegimeSirianoDiAssad®.
- La teoria della cospirazione che vuole l'elezione di Trump eterodiretta dalla Russia al prezzo di un'auto di lusso (e che di fatto deresponsabilizza e autorizza gli Stati Uniti a fare qualsiasi azione illegale, come spostare l'ambasciata a Gerusalemme o applicare sanzioni alla cazzo, tanto è stato Trump, il non-presidente eletto dai russi), non è mai in discussione sul Post, perché il Russiagate è Truth®, ma dell'influenza di Israele sulle elezioni americane ed inglesi non si parla. Tantomeno si possono citare i documentari 'The Lobby', 1 e 2, che ne portano la testimonianza (
).

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MessaggioInviato: Mer Dic 25 2019, 11:40:53    Oggetto: Adv






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