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Pasolini
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MessaggioInviato: Ven Mar 26 2010, 10:01:50    Oggetto:  
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secondo Il Fatto, le bastonate rigurardano la trattativa con la mafia, secondo me abbastanza verosimilmente.


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Science without religion is lame, religion without science is blind.
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MessaggioInviato: Ven Mar 26 2010, 10:01:50    Oggetto: Adv





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MessaggioInviato: Mer Mar 31 2010, 15:38:28    Oggetto:  
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Pasolini, un video con la voce di Citti
è la nuova carta della famiglia


AGLI atti di una verità processuale (e non solo) ancora monca, non mancherebbe soltanto il capitolo di un libro (Petrolio). Mancano anche trenta minuti di pellicola a "futura memoria" che nell'autunno del 2005 vennero girati in una casa di Fiumicino, accanto al letto di morte in cui si stava lentamente spegnendo Sergio Citti, l'attore e il regista che con Pier Paolo Pasolini aveva condiviso una vita. Dietro la macchina da presa, il regista Mario Martone. A porre le domande, l'avvocato Guido Calvi, legale della famiglia Pasolini. Che oggi ricorda: "Avevo saputo che la prima settimana del novembre '75, pochi giorni dopo la morte di Pier Paolo, Citti con la sua cinepresa in superotto era andato all'Idroscalo di Ostia per fissare la scena del crimine. Era una pellicola muta e nondimeno un documento eccezionale". "Perché restava e resta - continua l'avvocato Calvi - la sola ricognizione visiva di un luogo cui, diciamo per imperizia, polizia e carabinieri, la mattina del 2 novembre '75, diedero libero accesso, lasciando che venissero cancellate tracce verosimilmente utili alle indagini. Ebbene, Citti era l'unica persona in grado di commentare quelle immagini mute. E così, decisi di fargliele spiegare di fronte a una telecamera. Ricordo che con Martone ci sistemammo nel salone della sua casa di Fiumicino. Avviammo la proiezione del superotto su un grande schermo e Citti cominciò il suo racconto".

A differenza delle pagine asseritamente scomparse di Petrolio, la testimonianza di Citti sarà presto consegnata da Calvi alla Procura di Roma che ha per la terza volta riaperto l'indagine sull'omicidio. Anche perché in quelle immagini si documenta come, per quanto compromessa, la scena del crimine fosse ancora in grado di "parlare". Di confermare quello che Pino Pelosi avrebbe ammesso solo con il tempo (nel 2005). Che ad uccidere Pasolini, la notte tra l'1 e il 2 novembre del '75, furono più uomini. Una verità, questa, per altro già testimoniata 35 anni fa dalle tracce biologiche presenti sulla macchina di Pasolini (una macchia di sangue sul lato del passeggero che non apparteneva né al regista né a Pelosi), da ciò che venne ritrovato al suo interno (un maglione e un plantare di scarpa, anche questi di ignoto proprietario), dall'assenza di qualsiasi traccia di colluttazione sul corpo e sugli abiti di Pelosi al momento del suo arresto, poco dopo l'omicidio. E tuttavia mai esplorata fino in fondo. Se non con due indagini riaperte e quindi archiviate in questi ultimi anni dalla Procura di Roma.

Ricorda ancora Calvi: "Citti era convinto, e la sua testimonianza video ne dà conto, che Pasolini venne attirato in una trappola. A suo dire, erano state rubate alcune pizze di Salò e Pelosi fu l'esca che lo convinse quella notte che era possibile recuperarle e che dunque lo spinse a raggiungere Ostia". Gli assassini forse lo seguirono. Forse lo aspettarono all'Idroscalo. È certo che il regista, prima di essere sopraffatto, lottò con i suoi assassini. Il suo sangue, le ciocche dei suoi capelli vennero repertate in un raggio di settanta metri. Una mattanza di cui Pelosi fu testimone, verosimilmente senza mai scendere dalla macchina.

Su un punto, del resto, Calvi è propenso a ritenere più che attendibile la ricostruzione di Citti. "Quell'ultima notte, Pasolini cenò due volte. E per due volte raggiunse la stazione Termini. Soprattutto, percorse 150 chilometri per raggiungere l'Idroscalo di Ostia dal quartiere di san Lorenzo, poco più di 30 chilometri in linea d'aria. Una distanza dunque incompatibile per chi cercava semplicemente un luogo in cui appartarsi per un rapporto sessuale".

°°°°


Dai misteri dell'omicidio al capitolo "fantasma" del suo ultimo romanzo
La fine dello scrittore resta un giallo. Di cui oggi si torna a discutere
Chi scriverà l'ultima pagina
del mistero Pasolini
di CARLO LUCARELLI


.....

Di elementi concreti per dubitare della verità ufficiale sulla morte di Pasolini ce ne sono molti. Intanto quelli "scientifici". Il primo è rappresentato da Pasolini stesso, dal suo corpo. Come fece notare il professor Faustino Durante con la sua autopsia di parte, Pasolini non poteva essere stato ucciso soltanto da Pino Pelosi e nel modo in cui questo lo aveva descritto. Un uomo atletico ridotto ad un "grumo di sangue", come lo descrisse la perizia, da un ragazzino come Pelosi, non per nulla soprannominato Pino La Rana, che compie quel massacro con due tavolette di legno e senza sporcarsi di sangue.

Poi la macchina di Pasolini, le tracce di sangue ritrovate sulla carrozzeria ed altri elementi al suo interno, la ricognizione del luogo del delitto fatta pochi giorni dopo da Sergio Citti e ripresa in un filmato, l'assurdità del giro compiuto da Pasolini quella notte che andrebbe fino a Ostia per appartarsi con un ragazzino, tutto concorre a ricostruire una diversa dinamica dell'omicidio.

Poi ci sono le testimonianze. Quelle raccolte a caldo sul luogo del delitto e in questura tra gli amici di Pino Pelosi che stavano con lui quel giorno, quelle fornite più tardi - e mai veramente verificate - di Sergio Citti e altri amici di Pasolini. Sono testimonianze che ribaltano l'immagine iniziale di questo brutto film noir che da allora ci proiettiamo nella testa, quello del predatore, che gira per la stazione come uno squalo in cerca di un ragazzino. Fanno pensare a Pasolini che va davanti alla stazione per un appuntamento preciso. Per incontrare qualcuno.

A quelle si aggiunge la testimonianza stessa di Pino Pelosi, che nel 2005 ritratta la sua confessione e fornisce della morte di Pasolini una versione molto più in linea con le risultanze scientifiche: Pier Paolo Pasolini è stato ucciso da più persone che gli avevano teso un agguato.

Nei cosiddetti misteri italiani in assenza di una verità accettata o accettabile la spiegazione che sembra più probabile sulla base di elementi concreti va in cima alla lista.
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MessaggioInviato: Gio Apr 01 2010, 16:15:46    Oggetto:  
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IL CORPO INSEPOLTO DI PASOLINI
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Il corpo di Pier Paolo Pasolini è ancora ingombrante e simbolicamente insepolto, così come quello di Aldo Moro, due morti eccellenti, e per molti versi misteriose, intorno a cui si agitano politici, intellettuali, investigatori, critici, scrittori e poeti. Il 22 marzo scorso Walter Veltroni, politico di rango, e anche autore di successo, ha inviato al Ministro Alfano una lettera per chiedere la riapertura delle indagini con metodi scientifici, da RIS, del delitto di cui fu vittima la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 il poeta. All’inizio del medesimo mese un altro politico, il senatore Marcello Dell’Utri aveva annunciato l’esistenza di un capitolo “rubato” di Petrolio, opera postuma di Pasolini, trafugato, si dice, dalla casa romana dell’autore dopo la sua morte. Il capitolo, che doveva essere esposto alla mostra del Libro Antico, di cui Dell’Utri è il motore, a Milano il 12 marzo. Come i giornali hanno documentato, quel manoscritto scomparso all’esposizione non c’era: sparito prima di essere mostrato in pubblico. Una storia strana che ha dato subito da scrivere a molti per via dell’alone di mistero che aleggia intorno al senatore, intimo di Silvio Berlusconi e fondatore di “Forza Italia”. Da ultimo, l’articolo apparso sul settimanale “L’espresso” in edicola il 26 marzo, a firma di Carla Benedetti.

In questo pezzo l’autrice racconta di essere andata a verificare di persona alla mostra del libro antico e di aver constatato l’assenza del capitolo, probabilmente quello intitolato “Lampi sull’Eni”, in cui si stabilirebbe una connessione tra l’uccisione di Enrico Mattei, presidente dell’ente petrolifero di Stato, ed Eugenio Cefis, misterioso manager, capo della Montedison. Il pezzo della Benedetti e la lettera di Veltroni avanzano l’ipotesi che il delitto Pasolini possa essere collegato con ciò che il poeta avrebbe scoperto della oscura vicenda Mattei-Cefis; il capitolo scomparso di Petrolio ne sarebbe la prova. Lampi sull’Eni sarebbe perciò la vera causa della sua morte. Non dunque un delitto a sfondo sessuale, bensì un delitto politico per le verità nascoste scoperte da Pasolini. Ne darebbe ulteriore testimonianza il celebre articolo, più volte citato da molti, Cos’è questo golpe, apparso sul “Corriere della Sera” il 14 novembre 1974, e poi raccolto in Scritti corsari, in cui Pasolini diceva io so chi sono i responsabili delle stragi. Carla Benedetti cita un libro presente nella mostra di Milano, Questo è Cefis, esposto accanto alle prime edizioni di Pasolini – Dell’Utri è un celebre bibliofilo –, e insieme a un altro misterioso volume, L’uragano Cefis di Fabrizio De Marsi. L’articolo, Giallo Pasolini, prefigura un altro dei “misteri italiani”, l’ennesimo, in cui il più celebre e scandaloso intellettuale italiano, scopre i segreti di una trama che poi lo travolge. Ne è convinto il giudice Vincenzo Calia, della Procura di Pavia, che ha avviato nuove indagini sul delitto Mattei. In una conversazione notturna con la Benedetti e Gianni D’Elia, autore di un libro sull’argomento, il petrolio delle stragi (Effige 2005), Calia conferma alla Benedetti che lo scrittore può essere stato fatto fuori per quello che aveva scoperto.
Come in un romanzo giallo tutto dunque ruota intorno a un misterioso volume, presente nella mostra milanese: Questo è Cefis. Sulla copertina c’è il nome di Giorgio Steimez; l’editore si chiama Ami, ovvero Agenzia Milano Informazioni con sede a Milano, di cui era titolare il giornalista Corrado Ragozzino. Subito ritirato, il libro è un atto di accusa contro Cefis, ed è oggi una preziosità libraria per studiosi dei complotti italiani, così come l’altro citato nell’articolo dalla Benedetti, L’uragano Cefis, probabilmente edito da Flan.

Che nel delitto di Pasolini vi siano molti punti oscuri è senza dubbio vero. Che le indagini non furono condotte in modo scrupoloso, come scrive Veltroni nella sua lettera al Ministro della Giustizia, è altrettanto vero, ed è anche possibile che con gli strumenti scientifici attuali – tipo carabinieri del RIS – si sarebbero chiariti molti punti oscuri. Delle contraddizioni delle indagini hanno scritto Gianni Borgna e Carlo Lucarelli in un saggio “Così morì Pasolini” (“Micromega”, 2005). L’ipotesi di fondo è che l’assassino dello scrittore e regista, Pino Pelosi, non fosse solo. Da qui si dipartono due ipotesi: la prima che sia stato ucciso da un gruppo di persone in rapporto con Pelosi collegate al sottobosco della prostituzione maschile, o qualcosa del genere; la seconda che il delitto sia invece politico, come insiste da tempo Carla Benedetti e altri con lei.

Ora l’articolo pubblicato su “L’espresso” ruota intorno al capitolo scomparso di Petrolio, che non sappiamo se esiste davvero, e sul romanzo stesso che era sul punto di smascherare il complotto contro Mattei. Il perno sarebbe appunto il libro di Steimez, una tesi esposta nell’ultimo capitolo del libro di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Profondo nero (Chiarelettere, 2009). Dunque Pasolini era a conoscenza di cose che altri non sapevano? Si era così spinto avanti nella ricerca della verità su Cefin, Mattei e l’Eni da mettere a repentaglio la propria vita? Per rispondere a queste domande basta andare in libreria e comprare l’ultima edizione di Petrolio. Non quella edita da Einaudi nel 1992, ma quella attualmente a diposizione: copertina nera con una striscia bianca; un Oscar Mondadori curato da Silvia De Laude, uscito nel 2005, e da poco ristampato in una nuova veste grafica. De Laude è la curatrice delle opere di Pasolini nei Meridiani, di cui ha composto anche le note. Nel 2005 quando ha curato l’edizione economica – sconosciuta sia agli autori di Profondo nero sia probabilmente anche a Carla Benedetti – ha aggiunto delle note particolarmente dettagliate. Riguardano le fonti utilizzate dal poeta per comporre le diverse parti di Petrolio, libri e giornali consultati. Silvia De Laude ha utilizzato due strumenti: la cartella dove Pasolini archiviava i ritagli dei giornali e le fotocopie, ora conservata al Gabinetto Vieusseux di Firenze accanto all’autografo del romanzo e un lavoro svolto per una tesi di laurea da Iolanda Romualdi, la quale ha identificato con certosina pazienza le fonti giornalistiche utilizzate. Niente di segreto, dunque, ma tutto già ampiamente noto. Nell’avvertenza De Laude elenca gli articoli di giornale consultati (dal “Corriere” all’”Unità”) e poi il fascicolo della rivista “L’Erba Voglio” di Elvio Fachinelli, dove era riportato un discorso di Cefis all’Accademia Militare di Modena, altri due discorsi tenuti dal manager, e la fotocopia del libro di Giorgio Steimetz: Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, Ami, Milano 1972. Questa gli era stata fornita da Fachinelli stesso che gli aveva procurato anche altri materiali. Nelle note al libro, a partire dalla nota numero 12, De Laude cita passi del volume e li mette in rapporto con le pagine di Petrolio. Vi si segnalano inoltre due articoli apparsi su “L’espresso”, a firma di Giuseppe Catalano, nell’agosto del 1974, che impressionarono molto Pasolini, dedicati al rapporto tra Cefis e i servizi segreti; lo scrittore aveva ripreso nel romanzo rapporti redatti dal Sid, il servizio segreto, pubblicati sul settimanale romano e riguardanti Francesco Forte, socialista, vice presidente dell’Eni. Tutto quanto sta nella cartellina al Vieusseux. Si tratta perciò di materiale già noto, citato anche da altri, che circolava nei giornali, non di rivelazioni segrete, su cui Pasolini ha intessuto la sua complessa trama narrativa che, per quanto realistica, sconfina nella particolare visionarietà che possiedono le pagine dello scrittore, una visionarietà più vera del vero stesso. Tutto questo sarebbe il materiale che giustifica il delitto politico del più famoso intellettuale italiano, cineasta celebrato in tutto il mondo, poeta e collaboratore delle pagine del “Corriere della sera”? Cosa sapeva di più e di diverso, se le sue fonti erano quelle note al mondo giornalistico dell’epoca, citate da altri, pubblicate in volumi che, per quanto presto scomparsi, potevano essere fotocopiati e diffusi da Elvio Fachinelli? Si uccide uno scrittore per questo?

La mia risposta è no. Il delitto Pasolini resta ancora oscuro, tuttavia far di lui, come accade, oltre che un santo e martire, anche lo scandaglio dei misteri italiani, mi pare eccessivo e sicuramente lontano dal vero. L’articolo di Carla Benedetti in realtà funziona come un sintomo, a sua volta veritiero, di un problema rimosso. Lo dice con evidenza la chiusa stessa del pezzo apparso su “L’espresso”, là dove la Benedetti scrive in tono sublime: “Non ci sarà pace finché il mondo resterà così fuori dai suoi cardini, con i colpevoli impuniti e le storie letterarie che raccontano di Pasolini ucciso mentre tentava di violentare un ragazzo”. La vera omissione è proprio quella: non accettare il contesto e la situazione in cui Pasolini si è trovato. Non accettare la sua omosessualità, la sua attrazione non per il mondo gay – parola che il poeta rifiutava, come si evince da due saggi compresi in Scritti corsari –, ma per i ragazzi eterosessuali, per qualcosa che oggi si chiamerebbe pederastia, su cui con la sua solita intelligenza e ironia Alberto Arbasino si è più volte soffermato. Questo è il vero problema su cui nessuno, o quasi, si misura, questo lo scandalo, nel senso evangelico della parola: pietra d’inciampo. L’omosessualità rimossa di Pasolini è trattata come una sorta di vizietto, un elemento su cui sorvolare, mentre costituisce la radice vera della sua lettura della società italiana, l’elemento estetico su cui egli ha fondato la critica della società dei consumi. Le lucciole, scomparse per via dell’inquinamento di fiumi e rogge non sono solo la metafora della modernizzazione senza sviluppo denunciata da Pasolini, ma anche della scomparsa dei ragazzi eterosessuali disposti all’incontro sessuale con lui. Le lucciole sono i ragazzi stessi.

In un libro, credo ignorato dai più, ma assai acuto e insieme delicato e poetico, Breve vita di Pasolini, edito da Guanda, il cugino di Pier Paolo, Nico Naldini, ha spiegato a suo modo, non troppo lontano dal vero, cosa successe quella notte a Ostia. L’ultimo capitolo di quel libro sarebbe da trascrivere qui tutto, ma non è possibile. Naldini dice di non credere al complotto e probabilmente neppure all’esecuzione del branco. I motivi che adduce fanno riflettere, e gettano uno sguardo differente sull’intera vicenda. Anche quella di Naldini, anche lui omosessuale, poeta e scrittore fine e sottile, è una visione. L’ultima notte Pier Paolo la trascorse al ristorante con Ninetto e sua moglie. Poi incontrò Pino Pelosi che era, in quel punto della vita, nella fase di un Kairos adolescenziale: a Pasolini rammentava le fisionomie delle sue amicizie borgatare. Questo accese il desiderio: un ritorno al passato. “Se il desiderio è solo libidine, esige un rapido appagamento. Ma se esso si allunga in aspettative voluttuose – scrive Naldini – e se l’immaginazione è colpita dal ritorno del “sopravvissuto”, gli atti che si sono succeduti in quella sera trovano una collocazione”. I due siedono al ristorante. Pier Paolo ha già mangiato, ma ordina per il ragazzo e una birra per sé, ma anche “per darsi un contegno”. Comincia a far domande. Si sente senza dubbio attratto, ma non gli basta la concupiscentia oculorum. Nella sosta al ristorante la Medusa si palesa attraverso i tratti del ragazzo, e questo “gli fa perdere il senso del pericolo proveniente da una generazione che si è smarrita nei confini tra il bene e il male”. Nell’auto avviene il primo scambio sessuale. Forse non a caso il luogo dove si trovano è quello in cui due anni prima Pasolini ha girato la scena più erotica di un suo film.

La visione di Naldini a questo punto s’inoltra in un terreno friabile, difficile, eppure pertinente. Ci dice qualcosa sul desiderio omosessuale che non si legge quasi mai se non nei romanzi, cioè nella letteratura: “A differenza di quanto avviene nella sessualità femminile, un ragazzo non può simulare attrazione”. Anche se è stato abbordato per strada o in un luogo preciso, se ha risposto all’invito di uno sconosciuto, “è il ragazzo che quasi sempre sceglie sia pure inconsapevolmente il suo partner”. In quella sera di quindici anni fa “la disponibilità del ragazzo è fatale per Pasolini”. Egli l’ha sentita probabilmente come un’apertura ad un altro genere di complicità, e proprio questo ha spinto l’uomo a compiere un gesto inequivocabile il quale ha indotto nel ragazzo un elemento di terrore, “come una rivelazione implicita o l’atto offensivo di una supposizione”. Ecco, scrive Naldini, questa è la situazione “in cui si accetta il proprio destino o lo si rifiuta; ma c’è una sospensione tra le due cose, la violenza diventa tanto maggiore”. In Pelosi si scatena una violenza inaudita: non solo violenza contro l’incubo dell’altro, ma “pura hybris di fuggire da se stesso”. Per questo fugge da sé passando e ripassando con l’automobile sul corpo dell’uomo. Quando si sederà sulla poltrona di uno studio televisivo – le dichiarazioni fatte anni dopo che hanno indotto a molti a ritenere che il delitto non fosse stato commesso da lui solo –, dice Naldini, “nessuno sa più che cosa egli sia”:“Una forma umana di genere indefinito, una forma dilavata dall’interno e fuori che può esternare qualsiasi cosa”.

Qui termina il racconto e il libro stesso. Una visione, non una certezza processuale. Ma cosa può fare un poeta, uno scrittore e persino un critico se non muoversi tra le visioni e la forma letteraria che esse prendono. Questo era il metodo stesso di Pasolini, la sua forza, per cui, come mi è capitato di scrivere, è quella di colui che ha sempre ragione anche quando ha torto. La sorpresa è dunque di scoprire che, non solo la sua particolare omosessualità venga rimossa, a sinistra come a destra, ma che la sua lezione poetica e intellettuale disattesa dai suoi seguaci e difensori. Il delitto Pasolini non è un delitto politico perché operato per far tacere uno che “sapeva” la verità su un attentato o una strage, ma perché è stato ucciso un poeta che diceva verità scomode usando la parole e le immagini, uno che gettava il suo corpo nella lotta, uno che praticava lo scandalo di contraddirsi, che non scopriva segreti occulti, ma che rivelava tutto quello che era già evidente, e che nessuno voleva davvero vedere: “Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere/ con te e contro di te; con te nel cuore,/ in luce, contro di te nelle buie viscere”.

Forse è venuto il tempo di seppellire il corpo insepolto di Pasolini, di comportarsi con lui così come lui si è comportato con noi. I maestri si mangiano in salsa piccante, dice il Corvo in Uccellacci e uccellini. Sarà un pasto duro e una digestione lunga e difficile, ma abbiamo abbastanza salsa. Dimenticare Pasolini per ricordarlo davvero. Ai poliziotti e ai tribunali spetta un altro lavoro. Non credo che sia propriamente il nostro.

Marco Belpoliti
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1.04.2010

a questo indirizzo c'è anche la foto del cadavere di Pasolini

orribilmente sfigurato.
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MessaggioInviato: Sab Apr 03 2010, 00:59:05    Oggetto:  
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kojiki ha scritto:
IL CORPO INSEPOLTO DI PASOLINI
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Il corpo di Pier Paolo Pasolini è ancora ingombrante e simbolicamente insepolto, così come quello di Aldo Moro, due morti eccellenti,...

a questo indirizzo c'è anche la foto del cadavere di Pasolini

orribilmente sfigurato.


non è solo sfigurato, è messo in posa, con il dito indice a puntare proprio "lì".
E' messo in posa come questo:


data la Pasqua, buona Pasqua*)
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Riccardo De Benedetti

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MessaggioInviato: Gio Apr 08 2010, 12:13:09    Oggetto:  
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Su Pasolini vorrei riproporre un'ipotesi piuttosto allucinante che avevo già espresso sul blog più di un anno fa, cioè un legame apparentemente insignificante coi delitti compiuti dai Mostri di Firenze. Ovvero, Pasolini e Pelosi erano in auto isolati e stavano per aver un rapporto sessuale. Tutto quà. Poi per il resto non c'è nient'altro che leghi le due vicende, nessun proiettile Winchester H sparato, nessun coltello, solo oggetti contundenti per di più mai ritrovati e Pino Pelosi detto la Rana che anziché venire ucciso a sua volta viene fatto passare come unico esecutore dell'omicidio. Se poi fosse una sera di novilunio, questo lo ignoro.

Trovo interessanti anche i nomi dei due personaggi protagonisti della vicenda...
PIER PAOLO PASOLINI e PINO PELOSI, cinque PAROLE che iniziano tutte per P.
E altrettanto interessante è che il luogo dell'omicidio fu il Lido di OSTIA. Come se quella notte dovesse avvenire una sorta di COMUNIONE.

Magari, come spesso capita nei miei deliranti commenti, sono solo ipotesi campate per aria, eppure non so perché a me sembrano quasi logiche.

_________________
La verità che tu non sai
è un fiore che non hai raccolto mai.

Valentina Giovagnini
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MessaggioInviato: Gio Apr 08 2010, 16:46:39    Oggetto:  
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Talvolta le opinioni più strambe sono invece quelle più veritiere... ormai capendo la stranezza del sistema in cui viviamo mi pare logico che le verità siano tutte o quasi alquanto strane!
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MessaggioInviato: Ven Apr 16 2010, 14:12:12    Oggetto:  Supertestimone rivela: «Ecco l'auto che uccise Pasolini...&q
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Riporto dal Messaggero di oggi:

Supertestimone rivela: «Ecco l'auto
che uccise Pasolini, so chi la riparò»

Interrogato dal pm: fa i nomi di chi conoscerebbe la verità

di Claudio Marincola:

ROMA - E’ stato ascoltato dal pm per più di due ore. Ha fatto nomi, fornito dettagli, descritto persone. Si chiama Silvio Parrello, 67 anni, in arte “er pecetto”, soprannome col quale viene citato anche nel romanzo “I ragazzi di vita” (1955). Conobbe Pasolini ai tempi in cui lo scrittore viveva in via Fonteiana, a due passi dalla case popolari di via Donna Olimpia. Per anni ha raccolto informazioni, confidenze di piccoli e grandi malavitosi, indiscrezioni, ma non solo voci.

Certe cose Parrello, insomma, le ha sempre dette. Solo che questa volta davanti a lui c’era Francesco Minisci, un pm che all’epoca aveva solo 3 anni. Parrello è stato convocato venerdì scorso come «persona informata dei fatti». La sua testimonianza era stata già registrata e raccolta dall’avvocato romano Stefano Maccioni e dalla criminologa Simona Ruffini.

Al pm “er pacetto” ha raccontato quello che nel quartiere si dice da sempre. Vale a dire che subito dopo la morte del poeta, un’Alfa Romeo quasi identica a quella di Pasolini, sarebbe stata portata in una carrozzeria sulla via Portuense. «Era sporca di sangue e di fango, aveva una botta sulla fiancata», ha detto Parrello al magistrato.

“Er pecetto” in passato era stato già sentito dall’allora presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino e dall’avvocato di parte civile Guido Calvi. Questa volta però ha fatto i nomi. Quello del carrozziere, e, in particolare, quello dell’amico dal quale ha raccolto tutte le sue confidenze. E ha anche aggiunto il nome di un altro carrozziere che vedendo l’Alfa in quello stato e collegandola al delitto si era rifiutato di ripararla.

Ad avvalorare la versione è la relazione del perito di parte Faustino Durante. Il primo ad ipotizzare subito dopo l’omicidio che a schiacciare Pasolini fosse stata un’altra auto. Lo sterrato dell’Idroscalo, scriveva il medico-legale, «era costellato di buche profonde, la coppa dell’olio situata a 13 cm dal suolo non recava tracce di strusciature e di urti, cosa che invece doveva avere. Il terminale della marmitta non evidenziava nessun segno di urti se non lateralmente, ma erano segni di vecchie ammaccature, il frontale dell’auto era privo di tracce sia di sangue, sia di capelli, sia di cuoio capelluto».

Visionario Parrello? Nuova pista? La risposta potrebbero darla i reperti conservati in uno scatolone al Museo criminologico di Roma, se analizzati con nuove tecniche investigative. Il pezzo forte è il plantare di una scarpa destra trovato nell’auto di Pasolini. Misura 41, «logoro e rovinato, non poteva appartenere certo a qualcuno ricco», indirizza i suoi sospetti Parrello. Un nome entrato e uscito dall’inchiesta, è quello di Johnny Lo Zingaro, al secolo Giuseppe Mastini, claudicante da quando in uno scontro a fuoco fu ferito al piede. Ex ergastolano attualmente in libertà vigilata.

A Parrello, un amico - di cui fa nome e cognome - avrebbe raccontato che a portare l’Alfa Romeo, «di colore azzurrino» nella carrozzeria di via Portuense sarebbe stato Antonio Pinna, esponente della malavita romana. «Pinna conosceva bene Pierpaolo e ha continuato a frequentarlo fino a pochi giorni prima dell’omicidio», ha spiegato Parrello, «Pasolini, del resto, aveva informatori e fonti personali anche in questo ambiente». In altre occasioni “er pecetto”, pittore-poeta, che ha uno studio in Via Ozenam, aveva tirato in ballo Pinna ma senza aggiungere altri particolari.

Antonio Pinna scomparve pochi giorni dopo l’inizio del processo, il 16 febbraio del 1976, «era un ottimo meccanico guidava l’auto alla grande» La sua Alfa fu trovata parcheggiata e abbandonata all’aeroporto di Fiumicino. E subito nel quartiere si collegò la scomparso al caso Pasolini. D’allora nessuno è più riuscito ad avere sue notizie. Neanche il figlio segreto, nato da una relazione prematrimoniale. Un signore che oggi ha circa 40 anni, vive nel Bergamasco e non ha mai smesso di cercare la verità sul padre.

La riapertura del caso era stata auspicata anche da Walter Veltroni, membro della Commissione parlamentare Anti-mafia e sollecitata dal ministro della Giustizia Angiolino Alfano. Pasolini fu ucciso all’Idroscalo di Ostia la notte del 1° novembre del 1975. Per l’omicidio fu condannato a 9 anni e 4 mesi di carcere Pino Pelosi che all’epoca aveva solo 17 anni. «Quella notte con me c’erano anche i due fratelli Borsellino», rivelò al Messaggero, nel luglio del 2008, Pino “la Rana”. Ammise per la prima volta di aver conosciuto Pasolini anche prima di quella notte fatale, «mi offrì da bere in un bar alla Stazione Termini, fu lui a presentarsi».

Fonte: Il Messaggero

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"Il miracolo non è camminare sull'acqua o sul fuoco;
Il miracolo è risvegliarsi.
Il resto sono tutte sciocchezze."
Osho
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Stefania Nicoletti

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MessaggioInviato: Mar Nov 02 2010, 17:32:13    Oggetto:  
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Adesso si svegliano tutti... dopo 35 anni.


LA NOTTE TRA L'1 E IL 2 NOVEMBRE DEL 1975
Pasolini, Ruffini: «Il movente della morte è più alto, occulto»
La criminologa che ha fatto riaprire il caso, concentra l'attenzione sul volume 21 di ''Petrolio''


Il mistero è ancora lontano dall'essere sciolto. La notte tra l'1 e il 2 novembre del 1975 Pier Paolo Pasolini veniva ucciso dal ragazzo di vita Piero Pelosi, reo confesso. Passano trentacinque anni: il 18 marzo 2010 Walter Veltroni svolge un'interrogazione parlamentare, chiedendo al Ministro Sandro Bondi di reperire il capitolo 21 del romanzo incompiuto "Petrolio" di cui il senatore Marcello Dell'Utri ha dichiarato di aver letto 78 delle 200 pagine. Il 23 marzo 2010 la Procura di Roma accoglie la richiesta di riapertura del caso, avanzata un anno prima dall'avvocato Stefano Maccioni e dalla psicologa specializzata in criminologia Simona Ruffini (audio) per conto del cugino di Pierapolo Pasolini, Guido Mazzon. La psicologa specializzata in criminologia è convinta che «la chiusura del caso è stata troppo frettolosa, non è plausibile. Sono state trascurate molte cose. Il movente è più alto, occulto».

Quali sono gli elementi e gli indizi da cui si riparte?
«Purtroppo l'auto dell'omicidio è stata distrutta molti anni fa, quindi non c'è più. Ma ci sono i reperti che si trovavano al suo interno. Stiamo spettando le operazioni peritali al Ris di Roma. Le impronte e le tracce su questi reperti erano notevoli».

A che punto sono le ricerche del capitolo finale del romanzo “Petrolio”?
«Dopo le dichiarazioni di Marcello Dell'Utri, non si è saputo più nulla. Il senatore dice di aver maneggiato queste veline, ma non sa riferire da chi le ha avute. Non esiste un capitolo “fisico”. Anche se chi ha letto il libro, sa perfettamente che non era neanche necessaria la presenza di quel capitolo: dal materiale che c'è si capisce di cosa si sta parlando».

Qual è secondo lei il reale movente della morte di Pasolini?
«In virtù delle acquisizioni ottenute in questi ultimi due anni, ci siamo resi conti che il movente per un litigio nato da una motivazione sessuale, è incompatibile rispetto alle risultanze emerse sia dalla scena del crimine, sia dalle acquisizioni delle varie testimonianze. La chiusura del caso è stata troppo frettolosa, non è plausibile. Sono state trascurate molte cose. Il movente è più alto, occulto».

E il reo confesso Pelosi?
«I ragazzi tirati in ballo rappresentano una manovalanza criminale utilizzata, forse anche a loro insaputa, per delle motivazioni più alte. Abbiamo acquisito testimonianze che parlano di legami di Pasolini con ambienti precisi nei quali stava indagando, legati al capitolo 21 di “Petrolio”. Forse Pasolini era giunto ad informazioni che stava o per rivelare o che avrebbe rivelato, che avrebbero messo in difficoltà persone importanti».

(valentina venturi)2010-11-02 16:10:04




"In virtù delle acquisizioni ottenute in questi ultimi due anni, ci siamo resi conti che il movente per un litigio nato da una motivazione sessuale, è incompatibile rispetto alle risultanze emerse sia dalla scena del crimine, sia dalle acquisizioni delle varie testimonianze." Ma va???

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MessaggioInviato: Sab Nov 06 2010, 15:33:24    Oggetto:  Ucciso altre cento volte ancora
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Da Repubblica Roma di mercoledì 3 novembre 2010, pagina 19
Ostia, il Pdl contro il sindaco "No al museo per Pasolini" - Ostia, il municipio contro Alemanno "Museo Pasolini, progetto calato dall'alto"
di Savelli Flaminia

La commemorazione di Pasolini è stata l'occasione per presentare ufficialmente il futuro dell'Idroscalo dedicato allo scrittore friulano: un polo museale da due milioni di euro d e ntro l' antica Tor San Michele e un parco naturale. Ma una consistente fetta della maggioranza ha preferito disertare in segno di protesta: «A Ostia ci sono già una scuola e un parco in memoria di Pasolini—dice Monica Picca (Pdl), presidente della commissione cultura del XIII municipio — lo spazio di quel museo potrebbe essere usato in molti altri modi e per altri artisti magari contemporanei. Inoltre, è gravissimo che non sia stato comunque prima valutato e discusso con noi: èl'ennesimo progettocalato dall'alto. Ma non resteremo a guardare». E la polemica rischia di surriscaldarsi: «Mi lascia perplesso che un uomo come Pasolini, con il passato che h a avuto, possa rappresentare un esempio per i giovani», ha aggiunto Pierfrancesco Marchesi (Pdl), presidente commissione lavori pubblici. Il primo cittadino è comunque deciso ad andare avanti:«!' progetto di recupero dell'Idroscalo — ha detto durante la corn-memorazione—rientranelproget-to di recupero integrale del Water-front di Ostia». Intanto, in memoria di Pasolini, è stata inaugurata anche una mostra fotografica: "Scatti per Pasolini" di Mario Dondero. La mostra, aperta gratuitamente al pubblico fino 30 novembre, è all' interno della sede del municipio invia della Stazione Vecchia.

Commento del sottoscritto.
L'ignoranza ormai, in Italia, non ha piu' confini. Ecco un tale Pierfrancesco Marchesi (Pdl), aprire bocca e dargli fiato, perdendo una grande occasione per stare zitto (stando zitti si puo' anche fare bella figura): «Mi lascia perplesso che un uomo come Pasolini, con il passato che h a avuto, possa rappresentare un esempio per i giovani». Diamogli il premio "sottovuoto spinto" (quello che ha in testa).
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MessaggioInviato: Dom Nov 07 2010, 13:24:45    Oggetto:  
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Anche Massimo Fini ha perso una grande occasione per stare zitto.



LE COLPE DI PIER PAOLO

DI MASSIMO FINI
ilfattoquotidiano.it

Ho incontrato per la prima volta, nel settembre del 1974, Pier Paolo Pasolini, di cui ricorre in questi giorni, mi pare senza particolari celebrazioni, il 35° anno dalla tragica morte, una morte molto pasoliniana. Lo andai a trovare nella sua casa romana, all’Eur, per intervistarlo sul “Fiore delle Mille e una notte” uscito da poco. Non c’era intorno a lui alcun odore di zolfo. Normale, piccolo borghese, era il quartiere dove abitava, così come la sua casa, con i centrini sotto i vasi di fiori, i ninnoli, i comodini e tutto quanto. Una casa piccolo borghese. Mentre parlavamo sulla terrazza, in un dolce mattino di fine estate, lo osservavo con attenzione. Non aveva, Pasolini, a differenza di tanti altri intellettuali italiani (parlo di quelli di allora, s’intende), la conversazione spumeggiante, il linguaggio pirotecnico, la citazione seducente, ma il modo di parlare piano, pacato, rettilineo, modesto di chi è profondamente consapevole della propria cultura e perciò non la esibisce. E in questa atmosfera anche le cose che diceva, le stesse che scritte suscitavano scandalo, irritavano o entusiasmavano, parevano cose normali, elementari e quasi banali.

I gesti erano misurati, tranquilli. Solo il volto di Pasolini era un po’ diverso, un volto profondamente segnato, un volto quasi da Cristo, ma un Cristo molto diverso dal terribile “Cristo putrefatto” di Matias Grünewald o, tanto meno, dal Cristo oleografico dell’iconografia cattolica. Insomma, anch’esso, un Cristo molto normale, un Cristo piccolo borghese.

Pasolini non aveva, nei gesti, nel parlare, nel modo di porgersi, nulla della “checca”. Era anzi piuttosto virile. La scena cambiò quando sulla terrazza entrò la madre e vidi quest’uomo infantilizzarsi, sdilinquirsi in bacini e bacetti, in un puci-puci imbarazzante. Era lì, come sempre, l’origine della sua omosessualità. Mi invitò a pranzo. Per Pasolini infatti l’intervista non era, come di solito, una partita burocratica in cui l’intervistato cerca di stendere sul tappeto le proprie bellurie, disinteressandosi completamente dell’interlocutore. Era un incontro. Mi fece molte domande, su di me, sul mio lavoro, sulla mia vita. Nel pomeriggio arrivò Ninetto Davoli e cominciò a manifestarsi il Pasolini sulfureo. La sera mi caricò sulla sua Bmw e mi portò, come sarebbe accaduto un altro paio di volte, a cena in una bettola di un quartiere periferico, mi pare la Magliana. Ogni tanto si avvicinavano dei ragazzi, le classiche “marchette”, e ci scambiava due chiacchiere. Uno di questi lo avrebbe ucciso. L’intellighentia di sinistra italiana, nella sua ipocrisia, non ha mai accettato che Pasolini fosse morto com’è morto. Come minimo doveva essere stato un complotto dei “fascisti”, fantasticheria cui diede voce per prima la Fallaci che aveva orecchiato qualcosa dal parrucchiere. E invece andò proprio così. “Pino la rana” si ribellò a una richiesta sessuale particolarmente umiliante di Pier Paolo e contando sui suoi diciassette anni, nonostante Pasolini fosse ancora un uomo atletico (giocava a calcio, che gli piaceva moltissimo) lo ha ammazzato. Così come questa intellighenzia non ha mai capito che il fondo oscuro di Pasolini era proprio l’humus necessario al suo essere artista e, soprattutto, un grande, un grandissimo intellettuale.

Non si può trattare qui, in poche righe, l’opera di Pier Paolo Pasolini, mi piace solo ricordarne una frase che scrisse nel 1962 inserita ne “Le belle bandiere”: «Noi ci troviamo alle origini di quella che sarà probabilmente la più brutta epoca della storia dell’uomo: l’epoca dell’alienazione industriale».

Masimo Fini
Fonte:

Link:

6.11.2010

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MessaggioInviato: Lun Nov 07 2011, 12:05:29    Oggetto:  
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Delitto Pasolini, nuove indagini dei Ris:
trovato il dna di un terzo uomo





Citazione:
ROMA - La notte di quel primo novembre di 36 anni fa all’Idroscalo di Ostia Pier Paolo Pasolini e Pino Pelosi non erano soli. A dirlo non è un pentito o un testimone sbucato dal nulla. È la prova scientifica. Dalle indagini condotte sui reperti conservati per anni al Museo di criminologia di via Giulia sono emerse tracce ematiche che non appartengono a nessuno dei due. Il dna estratto dalle tavolette trovate sul posto, utilizzate per colpire lo scrittore e dagli indumenti, appartiene a un soggetto terzo.

È una verità affiorata più volte, sostenuta per anni dai difensori, ipotizzata anche nella sentenza di I grado. Ora viene chimicamente consegnata alla cronaca ma soprattutto alla storia di quegli anni. Potrebbe confermare che si trattò di un agguato, e che uno dei delitti più oscuri del nostro Paese è da riscrivere. Che la sentenza pronunciata dal Tribunale dei minori e dal presidente Alfredo Moro, che condannò Pino «la rana» per omicidio «in concorso con ignoti», fu accolta male perché era scomoda, troppo vicina alla verità.

I Ris, il Reparto carabinieri investigazioni scientifiche ha ultimato gli accertamenti condotti nella caserma di Tor di Quinto. Resta da scrivere solo la relazione finale. Il pm Francesco Minnisci, che ha disposto il riesame dei reperti e secretato i risultati, è pronto a sentire nuovi testimoni. Le indagini sono andate avanti nel segreto più assoluto. Lo stesso generale Luciano Garofalo, l’ex comandante dei Ris che ha seguito gli esami in qualità di perito, è stato tenuto all’oscuro dell’esito finale proprio per evitare fughe di notizie. Ma i segreti non possono durare in eterno.
Le informazioni tecnicamente più rilevanti riguarderebbero appunto il sangue trovato sulle due tavolette. Ma anche delle impronte digitali lasciate da chi le impugnò come arma quella notte. Va da sé che il tempo trascorso e il rischio di inquinamento dei reperti sono stati finora l’ostacolo maggiore.

La riapertura del delitto dell’Olgiata e di quello di Via Poma insegnano che grazie all’applicazione delle nuove tecniche oggi è possibile quello che fino a ieri era impensabile. I reperti esaminati dai Ris hanno fatto emergere «notizie utili al fine della prosecuzione delle indagini». Erano stati custoditi per anni in uno scatolone al Museo criminologico di via Giulia. Gli indumenti e gli oggetti personali, la camicia modello Missoni, gli stivaletti alla moda, il maglione verde che i parenti dello scrittore esclusero fosse di Pasolini, i jeans, gli occhiali scuri, il tesserino dell’Ordine dei giornalisti, il plantare e il famoso anello trovato nel fango dell’Idroscalo. Tutto è stato micro-analizzato.
Il pm Minnisci è intenzionato ad andare avanti. Le indagini hanno stabilito che Pasolini morì per schiacciamento del torace; la foto con le tracce di pneumatico sulla sua canottiera vengono ancora oggi mostrate dai periti dell’epoca che oggi sono docenti universitari. Definito il «come, restava da stabilire «chi» lo uccise. La P2? Le trame nere? Lo sapremo mai?

Farsi illusioni puntando tutto sulle analisi biologiche è sconsigliato. Le informazioni scientifiche raccolte andranno perciò confrontate e intrecciate, serviranno nuove testimonianze. Prima fra tutti quella di Johnny lo Zingaro, al secolo Giuseppe Mastini, che secondo molti era presente quella sera. Non più tardi di due anni fa, Pino Pelosi rivelò al Messaggero che si trattò di un’aggressione alla quale avrebbero partecipato i due fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, entrambi minorenni e scomparsi negli anni ’90. Non fece altri nomi. Smentì i giudici, ma soprattutto se stesso.


Lunedì 07 Novembre 2011 - 11:26


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ecco che ,dopo anni, spunta un testimone che afferma di aver fatto delle dichiarazioni all'epoca, ma di non essere stato ricontattato dagli organi competenti.. strano Shocked !!?


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per non dimenticare....


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