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Pasolini
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Rinoceronte78

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MessaggioInviato: Lun Feb 11 2013, 23:55:34    Oggetto:  
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il successo è l'altra faccia della persecuzione......


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In Italia si rompe tutto.Anche il Governo delle astenzioni,anzi quello non è mai nato,perciò non vedo perchè si dovrebbe rompere.R.G
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MessaggioInviato: Lun Feb 11 2013, 23:55:34    Oggetto: Adv





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Stefania Nicoletti

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MessaggioInviato: Mer Gen 15 2014, 21:39:26    Oggetto:  
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Perché il Processo
di Pier Paolo Pasolini

Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani Mondadori, Milano 1999
(“Corriere della Sera”, 28 settembre 1975; poi in Lettere luterane)


Il 28 agosto del 1975, Pasolini aveva pubblicato un articolo sul “Corriere della Sera”. dal titolo “Bisognerebbe processare i gerarchi DC”. In esso sosteneva che occorresse giungere ad un “processo degli esponenti democristiani che hanno governato in questi trent’anni (specialmente gli ultimi dieci) l‘Italia”. E aggiungeva: “Parlo proprio di un processo penale, dentro un tribunale. Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati, come Nixon, sul banco degli imputati. [...] E quivi accusati di una quantità sterminata di reati [...] Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese”. L’articolo che segue è una risposta al quotidiano “La Stampa” che aveva risposto a Pasolini attaccandolo e sbeffeggiandolo.

Tra il 1949 e il 1979 Pasolini subì trentatré processi: a ogni nuova uscita di un suo libro o di un suo film seguiva una denuncia e relativo procedimento giudiziario. In nessuno dei processi affrontati Pasolini ebbe mai alcuna sentenza di condanna (e, pensate, non vi furono né prescrizioni né rinvii, né ricusazioni di giudici eccetera eccetera…). Più odiato che amato in vita – soprattutto a causa della sua critica inesauribile al potere politico costituito (quello dei governi democristiani in carica e quello dell’opposizione comunista) – la sua opera multiforme (comprendente narrativa, poesia, saggistica, giornalismo, cinema, teatro, pittura) iniziò dopo la sua scomparsa ad essere oggetto di studi sistematici. Considerato dagli storici letterari uno dei maggiori scrittori del XX secolo, è oggi uno tra i più letti. Le rappresentazioni teatrali di suoi lavori sono seconde in Italia soltanto a quelle di Luigi Pirandello.

La notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini fu barbaramente assassinato a Ostia.



Cari colleghi della «Stampa», «il Processo» avete scritto in un fondo del 14 settembre «e poi?». Bene, se i prossimi dieci anni della nostra vita contano (sono, cioè storia) poi si sarà saputo qualcosa. Se invece quelli che contano sono i prossimi diecimila anni (cioè la vita del mondo), poi tutto è pleonastico e vano.
Io, per me, tendo a dare infinitamente maggiore importanza ai prossimi diecimila anni che ai prossimi dieci: e, se mi interesso ai prossimi dieci, è per pura filosofia della virtù.
Che cosa è necessario sapere, o meglio, che cosa i cittadini italiani vogliono sapere, affinché i prossimi dieci anni della loro vita non siano loro sottratti (come è stato per gli ultimi dieci)?
Ripeterò ancora una volta la litania magari a costo di fare, a dispetto della virtù, del mero esercizio accademico.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto benessere si è speso in tutto fuorché nei servizi pubblici di prima necessità: ospedali, scuole, asili, ospizi, verde pubblico, beni naturali cioè culturali.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta tolleranza si è fatta ancora più profonda la divisione tra Italia Settentrionale e Italia Meridionale, rendendo sempre più, i meridionali, cittadini di seconda qualità.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta civiltà tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici, abbandonando, sempre selvaggiamente, a se stessa la campagna.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto progresso la «massa», dal punto di vista umano, si sia così depauperata e degradata.
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto laicismo l’unico discorso laico sia stato quello, laido, della televisione (che si è unita alla scuola in una forse irriducibile opera di diseducazione della gente).
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta democratizzazione (è quasi comico il dirlo: se mai «cultura» è stata più accentatrice che la «cultura» di questi dieci anni) i decentramenti siano serviti unicamente come cinica copertura alle manovre di un vecchio sottogoverno clerico-fascista divenuto meramente mafioso.
Ho detto e ripetuto la parola «perché»: gli italiani non vogliono infatti consapevolmente sapere che questi fenomeni oggettivamente esistono, e quali siano gli eventuali rimedi: ma vogliono sapere, appunto, e prima di tutto, perché esistono.
Voi dite, cari colleghi della «Stampa», che a far sapere tutte queste cose agli italiani provvede il gioco democratico, ossia le critiche che i partiti si muovono a vicenda – anche violentemente – e, in specie, le critiche che tutti i partiti muovono alla Democrazia cristiana. No. Non è così. E proprio per la ragione che voi stessi (contraddicendovi) sostenete: e cioè per la ragione che, ognuno in diversa misura e in diverso modo, tutti gli uomini politici e tutti i partiti condividono con la Democrazia cristiana cecità e responsabilità.
Dunque, prima di tutto, gli altri partiti non possono muovere critiche oggettive e convincenti alla Democrazia cristiana, dal momento che anch’essi non hanno capito certi problemi o, peggio ancora, anch’essi hanno condiviso certe decisioni.
Inoltre su tutta la vita democratica italiana incombe il sospetto di omertà da una parte e di ignoranza dall’altra, per cui nasce – quasi da se stesso – un naturale patto col potere: una tacita diplomazia del silenzio.
Un elenco, anche sommario, ma, per quanto é possibile, completo e ragionato, dei fenomeni, cioè delle colpe, non è mai stato fatto. Forse la cosa è considerata insostenibile.
Perché, ai capi di imputazione che ho qui sopra elencato, c’è molto altro da aggiungere – sempre a proposito di ciò che gli italiani vogliono consapevolmente sapere.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna.
Ma gli italiani – e questo è il nodo della questione – vogliono sapere tutte queste cose insieme: e insieme agli altri potenziali reati col cui elenco ho esordito. Fin che non si sapranno tutte queste cose insieme – e la logica che le connette e le lega in un tutto unico non sarà lasciata alla sola fantasia dei moralisti – la coscienza politica degli italiani non potrà produrre nuova coscienza. Cioè l’Italia non potrà essere governata.
Il Processo Penale di cui parlo ha (nella mia fantasia di moralista) la figura, il senso e il valore di una Sintesi. La cacciata e il processo (istruito – dicevo – se non celebrato) di Nixon dovrebbe pur voler dire qualcosa per voi, che credete in questo gioco democratico. Se contro Nixon in America si fosse svolto un gioco democratico, quale sembra esser da voi concepito, Nixon sarebbe ancora lì, e l’America non saprebbe di sé ciò che sa: o almeno non avrebbe avuto la conferma, sia pur formale (ed è importante) della bontà di ciò che essa reputa buono: la propria democrazia.
Ma se (come mi pare evidente, con immedicabile mortificazione) l’opinione pubblica italiana – che anche voi rappresentate – non vuole sapere – o si accontenta di sospettare -, il gioco democratico non è formale: è falso.
Inoltre se la consapevole volontà di sapere dei cittadini italiani non ha la forza di costringere il potere ad autocriticarsi e a smascherarsi – se non altro secondo il modello americano -, ciò significa che il nostro è un ben povero paese: anzi, diciamo pure, un paese miserabile.
Ci sono inoltre delle cose (e a questo punto continuo, più che mai, nel puro spirito della Stoà) che i cittadini italiani vogliono sapere, pur senza aver formulato con la sufficiente chiarezza, io credo, la loro volontà di sapere: fatto che si verifica là dove il gioco democratico, appunto, è falso; dove tutti giocano con il potere; e dove la cecità dei politici è ormai ben assodata.
Gli italiani vogliono dunque sapere ancora cos’è con precisione la «condizione» umana – politica e sociale – in cui sono stati e sono costretti a vivere quasi come da un cataclisma naturale: prima, dalle illusioni nefaste e degradanti del benessere e poi dalle illusioni frustranti, no, non del ritorno della povertà, ma del rientro del benessere.
Gli italiani vogliono ancora sapere che cos’è, che limiti ha, che futuro prevede, la «nuova cultura» – in senso antropologico – in cui essi vivono come in sogno: una cultura livellatrice, degradante, volgare (specie nell’ultima generazione).
Gli italiani vogliono ancora sapere che cos’è, e come si definisce veramente, il «nuovo tipo di potere» da cui tale cultura si è prodotta: visto che il potere clerico-fascista è tramontato, e ormai esso ad altro non costringe che a «lotte ritardate» (la condanna a morte degli antifranchisti, i rapporti tra la vecchia e la nuova generazione mafiosa nel Mezzogiorno ecc.).
Gli italiani vogliono ancora sapere, soprattutto, che cos’è e come si definisce il «nuovo modo di produzione» (da cui sono nati quel «nuovo potere» e, quindi, quella «nuova cultura»): se per caso tale «nuovo modo di produzione» – introducendo una nuova qualità di merce e perciò una nuova qualità di umanità – non produca, per la prima volta nella storia, «rapporti sociali immodificabili»: ossia sottratti e negati, una volta per sempre, a ogni possibile forma di “alterità”.
Senza sapere che cosa siano questo «nuovo modo di produzione», questo “nuovo potere” e questa «nuova cultura», non si può governare: non si possono prendere decisioni politiche (se non quelle che servono a tirare avanti fino al giorno dopo, come fa Moro).
I potenti democristiani che ci hanno governato in questi ultimi dieci anni, non hanno saputo neanche porsi il problema di tale «nuovo modo di produzione», di tale «nuovo potere» e di tale «nuova cultura», se non nei meandri del loro Palazzo di pazzi: e continuando a credere di servire il potere istituito clerico-fascista. Ciò li ha portati ai tragici scompensi che hanno ridotto il nostro paese in quello stato, che più volte ho paragonato alle macerie del 1945.
È questo il vero reato politico di cui i potenti democristiani si sono resi colpevoli: e per cui meriterebbero di essere trascinati in un’aula di tribunale e processati.
Non dico, con questo, che anche altri uomini politici non si siano posti i problemi che non si son posti i sacrestani al potere, o che, come loro, non abbiano saputo risolverli. Anche i comunisti hanno per esempio confuso il tenore di vita dell’operaio con la sua vita, e lo sviluppo col progresso. Ma i comunisti hanno compiuto – se hanno compiuto – degli errori teorici. Essi non erano al governo, non detenevano il potere. Essi non derubavano gli italiani. Sono coloro che si sono assunti delle responsabilità che devono pagare, cari colleghi della «Stampa», che, sono certo, siete perfettamente d’accordo con me…
Un’ultima osservazione che mi sembra, del resto, capitale.
L’inchiesta sui golpe (Tamburino, Vitalone…), l’inchiesta sulla morte di Pinelli, il processo Valpreda, il processo Freda e Ventura, i vari processi contro i delitti neofascisti… Perché non va avanti niente? Perché tutto è immobile come in un cimitero? È spaventosamente chiaro. Perché tutte queste inchieste e questi processi, una volta condotti a termine, ad altro non porterebbero che al Processo di cui parlo io. Dunque, al centro e al fondo di tutto, c’é il problema della Magistratura e delle sue scelte politiche.
Ma, mentre contro gli uomini politici, tutti noi, cari colleghi della «Stampa», abbiamo coraggio di parlare, perché in fondo gli uomini politici sono cinici, disponibili, pazienti, furbi, grandi incassatori, e conoscono un sia pur provinciale e grossolano fair play, a proposito dei Magistrati tutti stiamo zitti, civicamente e seriamente zitti. Perché? Ecco l’ultima atrocità da dire: perché abbiamo paura.




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Stefania Nicoletti

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MessaggioInviato: Mer Gen 15 2014, 21:42:37    Oggetto:  
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Era proprio necessario rimarcare che i testimoni sono 120 e scriverlo ben tre volte nelle prime righe dell'articolo? Quel 120 mi ricorda qualcosa... "Salò o le 120 giornate di Sodoma", film che Pasolini aveva ultimato pochi giorni prima di essere ucciso... non sarà che in questo articolo e nell'intera operazione è celato qualche messaggio? Casualmente è proprio nel film in questione che si può trovare uno dei moventi dell'omicidio. In Salò PPP aveva raccontato ciò che accade all'interno delle organizzazioni che detengono il potere. Ora spuntano fuori questi "120 testimoni" interrogati...



03/12/2013 06:06
DELITTO PASOLINI
Ecco i sospetti sui complici di «Pino la rana»
L’inchiesta a una svolta. Ascoltati oltre centoventi testimoni. Molti di loro non erano mai stati sentiti in precedenza.


Delitto di Pier Paolo Pasolini, l’inchiesta a una svolta. Ascoltati oltre centoventi testimoni. Molti di loro non erano mai stati sentiti in precedenza. Nessuno sapeva i loro nomi e cognomi e nessuno, quindi, li aveva mai fatti sedere davanti a un magistrato o a un investigatore per cercare di far luce sull’omicidio del giornalista, sceneggiatore, poeta, regista, attore e scrittore ucciso la notte fra il primo e il 2 novembre del 1975 all’Idroscalo di Ostia.

Non si sono mai fermate, infatti, le indagini sull’assassinio di Pasolini, per individuare chi avrebbe partecipato, oltre a Pino Pelosi, all’omicidio e per capire quale possa essere stato il movente. Adesso, c’è stata una vera e propria accelerazione nelle indagini, tanto che gli investigatori hanno ascoltato oltre 120 testimoni e hanno eseguito, tra l’altro, esami del Dna di decine di persone sospettate di aver partecipato al delitto.

La procura di Roma sta infatti esaminando dalla scorsa estate i risultati investigativi, passando sotto la lente d’ingrandimento gli interrogatori degli oltre centoventi testimoni e sta esaminando la documentazione depositata dagli investigatori che stanno portando avanti indagini sul cold case.

Tra le carte sul tavolo degli inquirenti, anche i risultati compiuti dai carabinieri del Ris di Roma, che hanno esaminato 19 profili genetici. Non solo. Sulle scrivanie del palazzo di Giustizia, ci sono pure i risultati delle indagini sui presunti complici di «Pino la rana», condannato per l’omicidio dello scrittore.

In base a quanto hanno accertato finora gli inquirenti, ci sarebbero elementi che confermerebbero il fatto che a partecipare all’omicidio sarebbero state più persone.

Insomma, l’inchiesta sul delitto di Pier Paolo Pasolini potrebbe arrivare a una svolta in tempi brevi, non appena, cioé, la procura di Roma terminerà di passare al setaccio la numerosa documentazione depositata dagli investigatori.

Per lungo tempo l’opinione pubblica venne tenuta all’oscuro sugli sviluppi delle indagini e del processo, restando del parere di un delitto scaturito in circostanze «oscure». Tra le numerose ipotesi del delitto dello scrittore, «giochi» di potere, lotta al petrolchimico e a trame internazionali. Nel 2010 spuntò un «super» testimone che sollevò il coperchio sul fatto che Pelosi non avesse agito da solo. Ma da quella testimonianza non ci furono sviluppi investigativi concreti. Soltanto un anno dopo, nel 2011, gli inquirenti ripressero in mano il fascicolo dell’omicidio del poeta e a far confluire in un unico fascicolo processuale tutti i documenti che facevano riferimento al delitto del regista.

Quindi, appena le carte sono state raccolte in un unico procedimento, due anni fa è ricominciata la caccia ai complici. Tanto che gli investigatori negli ultimi due anni hanno anche recuperato i reperti esaminati in passato per riavviare nuove analisi utilizzando tecniche scientifiche che precedentemente non esistevano. Adesso la parola è passata al magistrato romano titolare dell’inchiesta, che da mesi ha sulla scrivania i risultati investigativi che portano a ipotizzare, in base a nuovi accertamenti, che Pelosi non abbia agito da solo. E non è escluso che dalle decine e decine di testimonianze possa emergere anche il movente finora rimasto un mistero.

Augusto Parboni



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Stefania Nicoletti

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MessaggioInviato: Mer Gen 15 2014, 21:46:06    Oggetto:  
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Non è che sapeva come sarebbe morto, e nemmeno ha anticipato o profetizzato la sua morte, come viene detto. Invece è il contrario: l'hanno ucciso come il personaggio di questa sua opera inedita ora pubblicata. Legge del contrappasso. La stessa cosa che fecero con Rino Gaetano e la sua canzone "La ballata di Renzo".



31 DIC 2013 13:04
PASOLINI SAPEVA BENE COME SAREBBE MORTO - PUBBLICATA DOPO 45 ANNI UNA SCENEGGIATURA DELLO SCRITTORE-REGISTA IN CUI SI RACCONTA DI UN GAY PICCHIATO A MORTE
Arriva in libreria “La Nebbiosa”, script cinematografico del 1959 in cui Pasolino descrive un omicidio uguale al suo: la storia di un omosessuale picchiato a morte - Il film doveva essere ambientato nella Milano del boom economico, piena di violenza, intolleranza e teppisti che scimmiottano i teddy boys…


Gianpaolo Serino per "Libero"

È il 1959 e Pier Paolo Pasolini, in una sceneggiatura cinematografica rimasta sino a oggi inedita, anticipa lo stesso scenario che lo vide morire assassinato nel 1975. Un gruppo di teppisti sequestra un omosessuale, lo conduce in uno spiazzo deserto e lo picchia a sangue fino alla morte. Nel film non siamo a Roma, ma a Milano, nella Milano del boom economico, sfavillante dei primi grattacieli, dei bar di periferia, dei teppisti che scimmiottano i teddy boys inglesi pur essendo figli della borghesia cittadina.

Di quel film per molti anni si dubitò persino dell'esistenza: apparvero soltanto pochi frammenti nel volume dei Meridiani Mondadori Pasolini e il cinema, ma solo ora La Nebbiosa, questo il titolo del progetto cinematografico, viene pubblicato nella sua edizione integrale da Il Saggiatore (pp. 192, euro 14), a cura di Graziella Chiarchiossi, cugina ed erede dei diritti pasoliniani.

La stessa Chiarcossi che, in una serie di inchieste che scrissi per Repubblica nel 2006 rivelando l'esistenza della sceneggiatura, dichiarò che di quel film negli archivi non esisteva traccia. Oggi, finalmente, La Nebbiosa appare nella sua interezza e si tratta di una scoperta che fa luce non solo su un Pasolini inedito, ma sulla visione profetica di uno scrittore che per primo, negli stessi anni della Milano popolare descritta da Giovanni Testori, raccontò quella città nera che nei decenni successivi riempì le strade di giovani teppisti della rivoluzione.

Perché Pasolini da una parte colse il lato più grottesco di una spirale di violenza ancora lontana dal divenire, anticipando le trame noir di Giorgio Scerbanenco e dei poliziotteschi che negli anni '70 avrebbero sbancato i botteghini dei cinema; dall'altra intuì che proprio quella spirale di violenza sarebbe divenuta presto una triste e sanguinosa realtà.

Pasolini per quasi un mese soggiornò a Milano frequentando quei teddy boys che lui stesso, proprio un mese prima, nell'ottobre del 1959, sulla rivista Vie Nuove, aveva, se non giustificato, almeno tentato di spiegare come una «gioventù insofferente e incattivita»: «Non possono che nutrire disprezzo per la morale vigente: disprezzo non critico, naturalmente, e quindi anarchico, improduttivo, patologico.

Alla superficialità dei padri rispondono con la superficialità, alla crudeltà con la crudeltà. In realtà sono proprio i teddy boys i figli reali dei nostri avvocati, dei nostri professori, dei nostri luminari». Pasolini intuisce che il disagio giovanile nasce non solo nelle periferie descritte da Testori, ma nella Milano più borghese.

Quasi tutti i protagonisti della Nebbiosa, infatti, sono figli di papà (e anche qui Pasolini anticipa un tema che avrebbe affrontato a proposito della rivoluzione del '6Cool: Il Teppa, Toni detto "Elvis", il Contessa, il Gimkana, il Rospo rappresentano la «disperata vitalità » dei figli di una classe media stritolata dalle illusioni al neon del boom economico.

Gli stessi dialoghi della sceneggiatura alternano l'uso di uno slang giovanilistico al dialetto milanese dei sciuri, dei signorotti arroccati nelle loro case mentre i figli sfrecciano sulle loro moto Guzzi per le vie deserte. Una Milano notturna, come la descrive Pasolini proprio all'inizio della sceneggiatura: «Un luccicante bar della zona Metanopoli: splende il neon sulle vernici, sui metalli. Dalle grandi invetriate si vede l'esterno: un panorama crudele di file di luci e di palazzi di vetro, simili a globi di chiarore». È l'ultima notte dell'anno e i teddy boys decidono di festeggiare a modo proprio: niente "sbarbate", ma una notte all'insegna della violenza più sfrenata.

Tutto si svolge in una sera, l'ultima dell'anno, che decidono di inaugurare aggredendo una coppietta, appartata: il classico cumenda e la sua giovane segreteria, sorpresi a fare l'amore in macchina in un prato della periferia: «Sono due tipici milanesi medi», scrive Pasolini, «lui, piccolo commerciante o viaggiatore di commercio, un po' spelacchiato e congestionato: sta per arrivare l'infarto. Lei una bruna, dura, coi capelli neri lisci».

I teddy boys li insultano, li prendono a bastonate per poi fuggire. Proseguono la nottata decidendo di rubare una macchina per dirigersi a tutta velocità a Bollate, dove rubano i gioielli che addobbano la Madonnina della chiesa. Quando si accorgono che sono falsi non si perdono d'animo e nel loro cinismo li usano per rivestire una barbona che dorme per la strada. Non contenti rapiscono tre signore della Milano bene e le fanno ubriacare sino a costringerle a un'orgia dove nessuna perversione viene risparmiata.

Alle tre vanno in un night club del centro per ballare il rock' n'roll e subito trasformano la festa in una rissa perché non sopportano questa gente elegante: «La nostra bella classe dirigente immersa nello sterco fino al collo... questi democristiani bigotti e opportunisti... Si divertono, eh, alla faccia del popolo...», scrive Pasolini.

Fino all'epilogo: l'alba è vicina e i ragazzi caricano in macchina un omosessuale, lo portano in uno spiazzo isolato, lo spogliano e lo massacrano a sangue. Una scena che sconvolge perché ricorda molto da vicino proprio le modalità con cui Pasolini verrà ucciso nel 1975 al Lido di Ostia. Talmente da vicino che, se stessimo scrivendo un giallo e non un articolo, potremmo ipotizzare che chi ha ucciso Pasolini avesse letto il copione e avesse tutto l'interesse a farlo scomparire. Quasi che La Nebbiosa potesse contenere quei segreti sulla morte dello scrittore che nemmeno la magistratura è mai riuscita del tutto a chiarire...




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pichiricky

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MessaggioInviato: Dom Mag 31 2015, 21:55:17    Oggetto:  
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ragazzi

e' morto per lo stesso motivo
di osho
di rudolf steiner
di giordano bruno
di richard bach ma non quello dei fiori
di lucio battisti
di de andre'
di rino gaetano
di mozart
di antoine de saint exupery

insomma ne sono morti in molti e per un'unica cosa
l'anima
immortale unica sincera semplice vera

un'unica fonte o matrice o campo energetico che si esprime in ognuno di noi

questa sarebbe la vera consapevolezza di essere
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